Un iceberg recuperato alla fine del mondo e trasportato a Siviglia per l’EXPO del 1992 che celebra i 500 anni della scoperta di Colombo.
E’ questo il regalo della delegazione cilena impegnata a dimostrare al mondo che dopo 17 anni di dittatura la grande nazione di Neruda è pronta a riabbracciare il mondo, dopo il disgelo.
Tra gli inviati in Spagna ci sono anche i genitori di Ines, proprietari di un albergo in una stazione sciistica vicina alle pendici di un vulcano.
La piccola li vede in tv, coccolata dalla nonna, dagli zii e dal personale andino dell’hotel, pronto ad assecondarne ogni capriccio.
Tra gli ospiti c’è un gruppo di giovanissimi sciatori tedeschi, con il loro allenatore. Ines fa amicizia con Hanna, la più talentuosa del gruppo, il cui spirito anticonformista si scontra con le rigidità che le impone il suo allenatore.
Le due ragazzine passano assieme qualche giorno, si ripromettono di sciare la mattina successiva, ma quella notte le cose andranno diversamente.
Seba, il cugino di Ines, invita Hanna nella discoteca dell’albergo. Quando l’allenatore la scopre, la riporta in camera a forza. Ines la raggiunge e si addormenta con lei, ma nel cuore della notte, Seba torna bussare alla sua porta e la invita a vedere l’alba con una bottiglia in mano.
Il giorno dopo Hanna scompare. A nulla serviranno elicotteri e squadre di soccorso. Quando la madre Lina, campionessa a sua volta di sci di fondo, nella Germania Est che non esiste più, troverà solo bugie e silenzio.
Martelli scegli di raccontare la dittatura militare da una prospettiva del tutto marginale, apparentemente lontana dalla brutalità di Pinochet.
Anche temporalmente le coordinate sembrano diverse. Dopo il referendum del 1988 la dittatura è stata deposta, ma resistono i segni di un passato che non è ancora storia.
Le baracche dove venivano detenuti i prigionieri politici, la polizia cialtrona e complice, l’omertà e il silenzio che impediscono qualsiasi verità.
Intelligentemente Martelli scegli il punto di vista non innocente di una bambina, Ines, a cui affida il compito di farsi tramite tra i locali e gli ospiti, grazie all’inglese parlato fluidamente.
La piccola diventa tuttavia strumento della menzogna, per non mettere in difficoltà la famiglia che sta ricevendo offerte da un gruppo di investitori spagnoli.
Non sapremo mai cosa davvero è accaduto ad Hanna e Ines, che pure sembra affezionarsi a Lina nel suo disperato tentativo di trovare la figlia perduta, è uno dei motivi che ostacolano le ricerche.
Il disgelo è lontano, la neve copre le tracce, i colpevoli vengono allontanati in fretta, senza che nessuno se ne accorga. Si perdono i particolari, il quadro si fa sfumato, il paesaggio crudele e complice annulla in un bianco candido ogni cosa.
E’ evidente la volontà ametaforica del racconto di Martelli, capace di illuminare così come nel memorabile Tony Manero di Larrain, quanto lo spirito della dittatura abbia contagiato come un virus la società cilena, persino nella sua borghesia benestante, persino nei suoi figli inconsapevoli.
Mentre il Paese è impegnato a esportare il suo volto più presentabile, riconquistato faticosamente alla democrazia, in un piccolo resort sulle Ande si consuma la più tragica delle farse: la strada è ancora lunga.
Se la prima parte è forte, compatta, efficacissima, nella seconda The Meltdown si fa più sfrangiato ed episodico, anche perché il racconto insegue affannosamente le vane ricerche di Lina e la detection, come in un romanzo di Dürrenmatt, non porta a nulla.
Eppure le scene che restano sono proprio nella seconda metà, nel confronto fra Lina e l’allenatore sul diario di Hanna e nei lunghi viaggi in auto della madre con Ines. Attendiamo inutilmente che la bambina dica finalmente la verità, riveli pietosamente alla madre quello che sa. La tensione resta sottile e costante, mentre un gelato si scioglie tra le mani e pian piano la disperazione lascia il posto alla rassegnazione.
Arriva la primavera, il ghiaccio si scioglie e ricompare la sciarpa rossa di Hanna, ma non importa più a nessuno. Neppure a Ines.
Rimane il mistero che poggia su un vuoto morale e collettivo che nessuno è in grado di riempire.

