La sola idea che questo pasticciatissimo Histoires parallèles sia ispirato al sesto episodio del Decalogo lascia sconcertati.
Eppure nei titoli di testa si leggono davvero i nomi di Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, accanto a quelli di Asghar Farhadi e Saeed Farhadi indicati come sceneggiatori.
Anche la colonna sonora è firmata da Zbigniew Preisner, storico collaboratore del Maestro di Lodz.
Errore fragoroso, perché il melò degli equivoci e dei guardoni ideato dal regista iraniano alla sua seconda trasferta francese, non potrebbe essere più lontano dallo spirito e dalla profondità del capolavoro del 1988, prodotto per la televisione polacca, che metteva i suoi due personaggi di fronte alle delusioni e agli inganni del desiderio.
Histoires parallèles è la storia senza capo nè coda di una anziana scrittrice, Sylvie, che vive ormai isolata dal mondo in una vecchia casa parigina infestata dai topi, in un disordine memorabile.
L’unico strumento che trova per accendere la propria ispirazione è la finestra di fronte alla sua sua dove spia continuamente con un piccolo cannocchiale due uomini e una donna che lavorano come rumoristi per il cinema e la televisione.
Sylvie immagina che la donna sia la compagna di uno dei due e lo tradisca con l’altro. Il suo romanzo della gelosia termina come nel Decalogo cinque, con un brutale assassinio in auto.
In realtà il badante che la nipote affibbia a Sylvie – un piccolo ladro appena uscito di prigione incontrato per caso in metrò (… accade davvero così) – decide di passare dalla letteratura alla vita. Spaccia per suo il manoscritto di Sylvie, rifiutato dalla sua editrice, contatta la donna di fronte, entra nella sua esistenza e spinge davvero al tradimento i due fratelli che lavorano con lei, in un risvolto talmente implausibile da trasformare il dramma in farsa, frantumando il già fragile equilibro su cui faticosamente si reggeva il lavoro di Farhadi.
Dov’è finito il raffinatissimo drammaturgo di About Elly e La separazione, de Il cliente e Il passato? Dov’è finita la precisione millimetrica dei suoi personaggi, la sapiente costruzione di stampo teatrale, la profondità nella definizione dei caratteri? Dove sono gli interrogativi morali che agitano i suoi protagonisti, i non detti, le ellissi, lo scontro tra cultura e tradizione, tra modernità borghese e conformismo di classe?
In Histoires parallèles non rimane davvero nulla. Tutto è perduto. Persino lo spagnolo Tutti lo sanno si muoveva su coordinate più riconoscibili. In questo caso la scrittura sembra sempre approssimativa, disastrata, con un continuo richiamo al confronto tra arte e vita, tra rappresentazione e verità, che il film gestisce in modo pedestre e svogliato, sprecando un cast di ottimi attori a partire da Isabelle Huppert, passando per Virginie Efira, Vincent Cassell e Pierre Niney che si trovano a dover recitare assurdità senza sosta.
L’unica a salvarsi è Catherine Deneuve, che ha un cameo spassosissimo, in cui sembra recitare se stessa senza filtri, come le accade di sovente nelle sue ultime apparizioni sullo schermo.
Quanto al protagonista Adam Bessa non solo è completamente fuori parte, imbarazzante e imbarazzato, ma sembra un clone di Tahar Rahim, con l’effetto assai spiacevole di pensare sempre si tratti del suo incolpevole sostituto.
Il mistero dell’immaginazione e della sua traduzione in racconto che pure è al centro del film, rimane pietosamente irrisolto.
Farhadi rilegge Kieslowski come farebbe l’intelligenza artificiale: prende l’intreccio dei destini, i temi del decalogo e della Trilogia dei colori, un paio di scene simboliche e pretende di usarne il nome, senza mostrare di aver compreso nulla dell’universo poetico, morale e politico del regista polacco.
L’unico spunto interessante riguarda forse il plagio, il furto di idee e pezzi di vita. Farhadi è stato accusato da una sua studentessa per il copione di Un eroe e processo nel suo Paese prima di essere assolto. Il film forse nasce anche come risposta allo scandalo e al trauma subito, tuttavia anche questo aspetto è lasciato in secondo piano e rimane appena accennato in un film che non trova mai una sua necessità.
Un disastro senza appello. Da dimenticare.
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