Cannes 2026. Parallel Tales

Parallel Tales *1/2

La sola idea che questo pasticciatissimo Histoires parallèles sia ispirato al sesto episodio del Decalogo  lascia sconcertati.

Eppure nei titoli di testa si leggono davvero i nomi di Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, accanto a quelli di Asghar Farhadi e Massoumeh Lahidji indicati come sceneggiatori.

Anche la colonna sonora è quella di Zbigniew Preisner.

Errore fragoroso, perché il melò degli equivoci e dei guardoni ideato dal regista iraniano alla sua seconda trasferta francese, non potrebbe essere più lontano dallo spirito e dalla profondità del lavoro del 1988, che metteva di fronte i suoi personaggi alle delusioni e agli inganni del desiderio.

Histoires parallèles è una storia senza capo nè coda di una scrittrice, Sylvie, che vive ormai isolata dal mondo in una vecchia casa parigina infestata dai topi, in un disordine memorabile.

L’unico strumento che trova per rinforzare la propria ispirazione è la finestra di fronte alla sua sua dove pia continuamente due uomini e una donna che lavorano come rumoristi per il cinema e la televisione.

Sylvie immagina che la donna sia la compagna di uno dei due e lo tradisca con l’altro. Il suo romanzo della gelosia termina come nel Decalogo cinque, con un brutale assassinio in auto.

In realtà il badante che la nipote affibbia a Sylvie – un piccolo ladro appena uscito di prigione incontrato per caso per strada – decide di passare dalla letteratura alla vita. Spaccia per suo il manoscritto di Sylvie, contatta la donna di fronte, entra nella sua vita e spinge davvero al tradimento i due fratelli che lavorano con lei, in un risvolto talmente implausibile da trasformare il dramma in farsa, frantumando il già fragile equilibro su cui faticosamente si reggeva il lavoro di Farhadi.

Dov’è finito il raffinatissimo drammaturgo di About Elly e La separazione, de Il cliente e Il passato? Dov’è finita la precisione millimetrica dei suoi personaggi e la profondità nella definizione dei caratteri, dove sono gli interrogativi morali, i non detti, lo scontro tra cultura e tradizione?

In Histoires parallèles non rimane davvero nulla. Persino lo spagnolo Tutti lo sanno si muoveva su coordinate riconoscibili. In questo caso la scrittura sembra sempre approssimativa, disastrata, con un continuo richiamo al confronto tra arte e vita, rappresentazione e verità che il film gestisce in modo pedestre e svogliato, sprecando un cast di ottimi attori a partire da Isabelle Huppert, passando per Virginie Efira, Vincent Cassell e Pierre Niney che si trovano a dover recitare assurdità senza sosta.

Quanto al protagonista Adam Bessa non solo è completamente fuori parte, imbarazzante e imbarazzato, ma sembra un clone di Tahar Rahim, con l’effetto assai spiacevole di pensare sempre si tratti del suo incolpevole sostituto.

Un disastro senza appello. Da dimenticare.

 

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