Cannes 2026. Fatherland

Fatherland ***1/2

Germania 1949. Lo scrittore e premio Nobel Thomas Mann, dopo aver abbandonato la madrepatria nel 1933 per la Svizzera e gli Stati Uniti, progetta un viaggio a Francoforte e Weimar per la consegna del premio Goethe.

Con lui la figlia Erika, scrittrice a sua volta e assistente a tempo pieno del padre. In una lunga telefonata che apre il film la ascoltiamo nel tentativo di convincere anche il fratello Klaus, che vive a Cannes a raggiungerli in Germania.

L’autore di Mephisto è riluttante, disilluso, completamente affranto dalla vita in esilio e sceglie di mantenere la promessa di non mettere più piede nel Paese che aveva censurato e bandito il suo lavoro.

Al viaggio dell’anziano Thomas Mann vengono riservati tutti gli onori: la scorta della CIA, una conferenza stampa con cronisti da tutto il mondo, conferenze, riconoscimenti, l’incontro con il sindaco di Francoforte.

Una telefonata nella notte avvisa lo scrittore che il figlio Klaus si è suicidato in Costa Azzurra con un’overdose di barbiturici. 

Lo scrittore tuttavia è atteso anche a Weimar, che è sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Qui il colonnello Tulpanov, capo della propaganda, vorrebbe convincerlo ad accettare un prestigioso incarico di stato.

Alle canzoni americane e al jazz di Francoforte, fanno da contraltare i cori popolari e le adunate di giovani dall’altra. Nella notte un uomo si intrufola nella sua stanza informandolo che nella vicinissima Buchenwald liberata, il campo viene usato per tenervi i dissidenti politici ostili al nuovo regime, prima di essere trascinato via a forza.

Il viaggio è segnato inevitabilmente dal lutto e da oscuri presagi. La nuova Germania è ancora quella di prima.

“Torniamo a casa? Sì ma qual è casa nostra?”

Il nuovo straordinario film di Pawel Pawlkowski dopo Ida e Cold War, è un’altra radiografia crudele e inquietante della nostra vecchia Europa.

Nel racconto di un tempo perduto e lontano, ma ancora terribilmente presente, il regista inglese di origini polacche utilizza la storia personale ella famiglia Mann, per farne l’immagine di una nazione, forse di un intero continente dilaniato dalla guerra, spaccato a metà, con i suoi padri incompresi eppure contesi, da una politica opportunista e ostile.

Mentre lo scrittore viene ricevuto con tutti gli onori nel suo Paese natale finalmente liberato, negli Stati Uniti che l’hanno accolto viene messo all’indice assieme ad altri esuli, considerato un pericoloso sovversivo.

La libertà è sempre utile al potere e mai davvero accettata. Il conformismo è l’unica moneta riconosciuta. L’autonomia e l’indipendenza rimangono una conquista quotidiana, così come l’esercizio democratico, continuamente minacciato.

In un Europa ancora piena di rovine, quelle che si vedono non sono più grandi di quelle morali. E allora l’intellettuale non può far altro che prenderne atto, apparentemente senza più risposte e con troppe domande inevase. Klaus sceglie la fine più tragica, Erika sembra rinunciare ad ambizioni personali per assecondare i desideri del genitore, quest’ultimo non sembra più in grado di orientarsi in una realtà troppo diversa da quella che aveva abbandonato.

Su di sè in fondo porta il sospetto che la grande cultura umanistica tedesca non sia stata in grado fermare l’onta nazionalsocialista, di arginarne le derive più atroci, la violenza e le idee più deliranti. L’ambiguità di Mann è quella di una nazione intera. Nei suoi discorsi riecheggiano idee antiche. Ma cosa rimane di quelle parole dopo Auschwitz?

Thomas Mann, a bordo della sua Buick, sceglie di attraversare le due germanie, ricevendo entrambi i premi intitolati al poeta universale, fedele all’idea antica secondo cui “Dove sono io, là è la Germania”.

Ma è ancora così?

E che ruolo hanno allora i suoi figli, Klaus e Erika in particolare?

Interpretata da una Sandra Hüller in stato di grazia, Erika è la bussola morale e ideale del film, instancabile antifascista, aliena ad ogni verità di comodo. E’ lei che costringe il padre a confrontarsi con i suoi fantasmi personali e collettivi, facendosi carico dei fallimenti familiari e dell’eredità storica di chi ha preferito fuggire, rimanere in disparte, senza mai fare i conti con la propria responsabilità nella devastazione del mondo.

Anche questa volta la storia dei padri la ricordano meglio i figli, senza omettere dolori e imbarazzi.

Pawlikowski ha scritto il copione con Hendrik Handloegten (uno dei padri dell’epocale saga di Babylon Berlin) utilizzando una parte del romanzo Il mago di Colm Tóibín.

Ha poi affidato ancora una volta al bianco e nero memorabile di Łukasz Żal la capacità di restituire la bellezza sprezzante un paesaggio pieno di contraddizioni irrisolte, in cui l’abitacolo dell’auto sembra la nave di Caronte, unico spazio possibile verso l’Inferno.

Anche questa volta Pawlikowski usa la macchina da presa come strumento per spingerci a prendere posizione, negando spesso la centralità classica e obbligandoci a ritrovare i suoi personaggi all’interno di un quadro stretto in cui tuttavia ogni angolo è utile e necessario.

In soli 82 minuti racconta un universo narrativo infinito, senza bisogno di aggiungere nulla che sia superfluo, fidandosi di noi, lasciandoci il tempo di riflettere, di interpretare.

Il film si chiude come Cold War con un’altra alba, in cui i due protagonisti si ritrovano assieme, per un attimo solo riconciliati, grazie alla potenza del cinema e della musica, tra le rovine della storia.

Imperdibile.

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