Tre film giapponesi nel concorso ufficiale: troppi.
Perché questo Nagi Notes di Fukada, tratto da una piéce teatrale di Oriza Hirata, è un ritrattino minimo, minimale e minimalista di due donne e due giovani ragazzi.
Le due donne sono Yuri, un’architetta divorziata, che fa visita all’ex cognata Yoriko, una scultrice lesbica, tradita dai sentimenti che si è rifugiata tra le montagne di Nagi, continuando a scolpire il legno ma senza più esporre nè vendere i suoi lavori.
Yoriko lavora in una azienda agricola, con mucche e vitelli, piante e verdure.
Tra i suoi allievi talentuosi c’è Haruki, che ha dipinto un ritratto di Yuri a Tokyo, tempo prima. Con lui Keita, figlio di un militare di stanza nella base di auto-difesa di Nagi.
Tra le due donne c’è il peso di Masato, marito dell’una e fratello dell’altra. Il suo busto è l’unica cosa che vedremo di lui, eppure la sua presenza è costante.
Tra i due ragazzi invece c’è un sentimento che si scontra con le tradizioni e il conformismo di un piccolo paese e di una educazioni militare che difficilmente può comprendere e accettare l’omosessualità. Almeno nei pensieri di Haruki e Keita.
Così mentre Yuri continua a posare per una nuova scultura di Yoriko, le esercitazioni militari sullo sfondo, il bollettino quotidiano locale e le notizie dall’Ucraina lasciano entrare il tempo in una storia che potrebbe essere ambientata dovunque e in ogni periodo.
Nagi Notes è cinema fatto di sentimenti quotidiani, confessioni, mezze parole e frasi strappate, senza scosse, senza sangue, senza eccessi. Giapponese fino al midollo, guardando a Rohmer forse, ancor più che al Rivette citato da Fukada.
Ronde sentimentale, con fughe, ritorni e non detti. Tutto in punta di penna. Tutto un po’ indefinito e retorico, già visto e sentito meglio.
Cinema anestetico e soporifero, aggiornato ad un certo empowerment femminile, ma la confessione di Yuri di essersi sentita schiacciata dall’arroganza e dalla sicurezza del marito e collega architetto suona così fasulla e programmatica da lasciare più di qualche dubbio sulla sincerità di una certa scrittura, che cerca la modernità dei temi come vezzo piuttosto che per necessità. Anche la stessa sottotrama di Haruki e Keita che fuggono dalle loro famiglie, verso un altrove che coroni il loro sogno d’amore, è talmente assurda e velleitaria, da lasciare più di qualche interrogativo.
Altri dubbi vengono se pensiamo all’utilizzo insistito dell’arte come strumento attraverso cui ripensare la realtà secondo il proprio sguardo. Passi per la scultura, ma quando poi il meccanismo si ripete nel disegno e nell’architettura lo strumento diventa ridondante. Quanto alla scelta di Yoriko di tenere per se i suoi lavori, senza più confrontarsi con committenti, clienti, esposizioni e mercato, è non meno velleitaria e superficiale di tutto il resto.
Altrettanto abusata l’idea che quello che rappresentiamo diventi oggetto del nostro desiderio: paradossale la scena del padre di Haruki che tiene il ritratto della sconosciuto Yuri sul suo letto… Una scena inutile che non ha poi alcuna conseguenza nella sceneggiatura di Fukada.
Più centrata l’ambientazione bucolica, segnata dalle esercitazioni militari e dagli echi di guerra.
Ma in film così pericolosamente sbadato, anche questo sembra capitato per caso.
Irritante.

