Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte *1/2
Meta-horror autoriflessivo e autobiografico(?) che segue il successo cult americano di I Saw the TV Glow, Teenage Sex and Death at Camp Miasma è il solito pasticcio camp, la cui sceneggiatura sembra presa dalle fantasie di un forum su Reddit.
Si immagina infatti che la giovane regista queer, bisessuale e poliamorosa Kris, dopo un promettente esordio si ritrovi a Hollywood, impegnata a rivitalizzare un franchise horror che sembrava morto, per inadeguatezza culturale e insensibilità morale.
Camp Miasma, questo il capostipite slasher di fine anni ’70 – a mezza strada fra Non aprite quella porta e Halloween – porta con sè il mistero della sua protagonista, la final girl Billy Presley, che si è ritirata dalle scene, non ha partecipato agli infiniti sequel e vive ancora isolata da tutti, sul set del campo isolato sul lago, nel quale era stato girato il primo capitolo.
Quando Kris dopo una traversata nella neve la raggiunge, la ritrova immersa nel suo passato e in quello del suo film. Tra sogno e realtà, suggestione e metacinema, scoperta sessuale e consapevolezza queer le due cercheranno un modo per lavorare assieme, vampirizzando la storia originale e riportando letteralmente in vita il villain Little Death, che vive nelle profondità del lago, in un buco che sebra l’occhio di un proiettore e in una stanza che solo il Cronenberg di Videodrome avrebbe potuto immaginare.
Schoenbrun non si nega nessuna citazione, dallo split focus diopter di De Palma alla presenza di Patrick Fischler, il Dan di Mulholland Drive, passando per tutta una lunga lista di horror di quegli anni, di cui è stata avida consumatrice fin da bambina.
La conoscenza enciclopedica e l’amore sconfinato però tradiscono la volontà bulimica di mettere tutto e ancora di più nel suo film, mescolando gli elementi con una curiosa sensibilità LGBTQ e un coming out sui desideri della protagonista/regista che francamente suonano a dir poco ombelicali.
L’idea pur interessante della regista è quella di mettere in scena il paradosso di un genere amatissimo eppure costruito attraverso codici che oggi pensiamo irricevibili, patriarcali, voyeristici, sessuofobi e ostili alla diversità sessuale, talvolta esplicitamente transfobici. Il reboot di Camp Miasma affidato a una regista donna esplicitamente queer, sembra riflettere sui limiti dell’operazione, su quanto sia legittimo rifare/decostruire quell’immaginario, senza annientarne l’energia anarchica e anche esplicitamente conservatrice.
Kris sembra in preda a una impasse, che riesce a superare solo quando accetta quei codici brutali, imbarazzanti, vergognosi da ogni punto di vista, riconoscendone la portata erotica, la forza desiderante, anche rispetto al proprio mondo femminile e femminista, con tutte le contraddizioni che questo comporta.
E la chiave naturalmente è il confronto con un altro femmibile, quello dell’attrice del primo film, figli di un altro tempo, di un’altra storia e di un’altra sessualità.
Cannes è recidiva nel piazzare nella selezione ufficiale opere di puro genere, riletture fuori scala e fuori schema, che chiamano a un’adesione passionale più che a una riflessione meditata. Film che dividono e richiedono un tifo scomposto, che blandiscono il proprio pubblico stracult, che si consola con le strizzate d’occhio, la mano pensate, l’ironia e lo sberleffo sarcastico, quasi che ritrovare quell’universo celebrato dal più importante festival del mondo, sia in fondo una piccola rivincita dei nerd.
In questo cul de sac delle intenzioni Teenage sex… ci si posiziona comodamente. Meno ruffiano, pop e liberatorio di The Substance, più intellettuale e compiaciuto del film della Fargeat e per questa assai meno divertente. Ma tra i due le somiglianze si sprecano: dal ruolo del femminile, al raddoppio delle icone – tra gioventù dorata e maturità negata, fino al gioco metacinematografico e all’orrore più disgustoso.
Hannah Einbinder di Hacks è l’alter ego di Schoenbrun, nerd timorata e sessuofoba; Gillian Anderson invece è l’attrice reclusa “come Gloria Swanson di Viale del Tramonto”. Il resto sono comparse. Peccato aver bruciato Eva Victor in solo paio di scene, deejay maledetta che fuma un enorme bong con una cresta punk esagerata.
L’estetica esageratamente finta di Schoenbrun, con fondali dipinti, set esposti, colori al neon e contrasto sparato non aiuta a trovare una (dis)misura, ma forse piacerà ai feticisti del genere, a cui evidentemente il suo lavoro è rivolto.
Sangue a fiumi, noia a mille, stravanze arty fuori controllo, eppure il film sembra sempre trattenuto, mai davvero liberatorio, più pensato che abbracciato. Dove sono i promessi “Flesh and Fluids”?
Francamente a noi sarebbero bastati i titoli di testa che ricostruiscono in pochi minuti e con gusto divertito e complice l’epopea di Camp Miasma.
Funzionerà davvero, almeno tra gli appassionati?
Produce Plan B, distribuisce Mubi.
