Cannes 2026. Butterfly Jam

Butterfly Jam **1/2

Film d’esordio della Quinzaine il terzo di Kantemir Balagov, ancora giovanissimo allievo di Sokurov, è il primo girato negli Stati Uniti, nella comunità circassa del New Jersey, dove il regista ha dovuto ambientare una storia pensata nella sua Nalchik nel Caucaso, prima che lo scoppio della Guerra in Ucraina lo costringesse all’esilio.

Scritto con Maria Stepnova racconta la storia di due fratelli emigrati, Zalya, che gestisce incinta, un diner di cucina etnica e Azik, che si occupa della cucina, in particolare dei suoi deliziosi delens.

Azik ha un figlio adolescente, Temir, campione in erba di lotta greco-romana e un amico scavezzacollo Marat, a cui sembra mancare qualche nota.

Quando Aslan, un parente avvocato, decide di aprire un ristorante di lusso e chiede ad Azik di aiutarlo, questo apre orizzonti nuovi nella piccola famiglia Kardanov, costantemente ripiegata su se stessa e sul peso dei propri fallimenti personali.

Nel frattempo la televisione annuncia che un pellicano si aggira per il New Jersey: lo trova Azik e cerca di regalarlo a Zalya chiedendole di lasciargli trovare un nome per la figlia che aspetta.

Il film di Balagov è meno centrato e compatto rispetto a Tesnota e La ragazza d’autunno, ha una drammaturgia debole, sfrangiata, che si perde in continue derive e digressioni, in particolare quella che vede protagonisti Temir e una sua timida compagna di lotta, Alika.

E quando l’evento che attendiamo sin dall’inizio ansiogeno, finalmente si avvera in tutta la sua violenza brutale, il film si sfilaccia ancora di più e chiude senza davvero riuscire a smuovere i suoi personaggi, perennemente avvinti al proprio destino, se non per una coda finale con un’apparizione sorprendente dell’idolo di Azik.

Balagov, questa volta aiutato da Jomo Fray, il direttore della fotografia di Nickel Boys, dà il meglio quando racconta la vita minima delle sue creature, il senso chiuso della comunità, l’assedio della malinconia e il senso di costante spaesamento che vivono.

Non è nell’intreccio e nel conflitto che il film trova le sue risposte, ma nei momenti di solitudine, di confronto tra incompresi, come quando padre e figlio fanno scattare gli allarmi a una lunga fila di auto fuori dal ristorante di lusso di Aslan creando un cacofonico fuoco d’artificio di luci e suoni. Oppure quando sfonda nel surreale, con il garage in cui viene nascosto il pellicano, regalo improbabile per una bambina di cui non conosceremo mai il padre o con il funerale in casa, tra improbabili ricordi del defunto e rituali ortodossi, oppure ancora con la prostituta Phoebe contesa da uomini diversi per troppi appuntamenti.

La stessa riflessione sulla mascolinità vecchio stampo all’interno della comunità non sembra davvero appassionare il regista, che ne fa semplice strumento di conflitto. La “debolezza” sembra essere la tara da cui Azik cerca di emanciparsi anche attraverso l’invincibile figlio lottatore.

Balagov immerge la sua storia in una luce soffusa ocra, marrone e rosa, sta addosso ai suoi personaggi, cerca di assecondarne l’ispirazione intermittente e come sempre mostra come siano i più giovani a doversi fare carico degli errori dei padri e delle madri. Sempre dalla parte dei figli, il regista cabardino anche quando è meno centrato e affilato, come in questa occasione, continua a mostrare il suo talento nella messa in scena del quotidiano, la sua generosità umana.

Il film non trova mai il ritmo, anche perché il movimento continuo dei suoi personaggi è improduttivo, erratico, stravagante.

Keoghan riprende per molti versi il ruolo di Bird, ma nei panni del genitore bambino, scapestrato e debole ci sta un po’ troppo comodo. Decisamente fuori parte Harry Melling, che ha anche il ruolo più ingrato e peggio scritto, meglio Riley Keogh e soprattutto il giovane esordiente Talha Akdogan, un piccolo rocky balboa con le spalle larghe e il sorriso buono, costretto a fare i conti con una famiglia senza felicità.

Efficacissima la colonna sonora di Evgueni e Sacha Galperine, tra elzeviri sintetiche e sussurri, capace di alimentare l’angoscia sottile che attraversa il film.

Butterfly Jam è un passo indietro, forse poco emozionante e poco coinvolgente rispetto ai laceranti film precedenti, ma Balagov sembra mantenere comunque la stessa direzione.

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