Cannes 2026. La vie d’une femme – A Woman’s Life

La vie d’une femme – A Woman’s Life **

Esordio in concorso per Charline Bourgeois-Tacquet che, dopo aver portato alla Semaine la sua opera prima Anaïs in Love, ci riprova con un nuovo ritratto al femminile in dieci capitoli e un epilogo intitolato “simposio sentimentale”.

Protagonista assoluta è Léa Drucker che il cinema francese ha riscoperto protagonista, qui nella parte di una chirurgo maxillo-facciale, Gabrielle Conti, a capo del dipartimento in un ospedale pubblico. Sposata, ma senza figli suoi, ha cresciuto quelli del marito, ha accudito la sorella e la madre, privilegiando inevitabilmente una carriera prestigiosa.

Quando una scrittrice francese, Frida, la segue per oltre un mese in sala operatoria, per scrivere un libro che non uscirà mai, tra le due donne si insinua un sentimento, prima negato e poi condiviso sulle alpi italiane. Qui Frida è impegnata in una nuova intervista a Erri de Luca e il legno nodoso della baita e il silenzio complice della notte finiscono per accendere i sensi delel due donne.

Nei dieci capitoli di questo trattenuto ritratto sentimentale, scopriremo la dedizione totale di Gabrielle al suo lavoro, la stessa che pretende dai suoi colleghi di reparto e dai suoi tirocinanti, la vedremo alle prese con la malattia degenerativa della madre e con le paure dei suoi pazienti, mentre Frida la corteggia con i fiori, con la performance art e con le alpi italiane, appunto.

Il finale è tuttavia piuttosto amaro e moralistico: sia sotto il profilo professionale sia nei risvolti sentimentali, Gabrielle dovrà ammettere la propria sconfitta, proprio quando l’incontro con la più giovane Frida sembra piegare certe sue rigidità personali.

Il film di Bourgeois-Tacquet, punteggiato e diviso in questi piccoli frammenti narrativi, è un melò freddo, che non esplode mai, trattenuto e borghese come la protagonista.

L’emozione è continuamente interrotta, il film è anche divertito – soprattutto nei momenti con il marito, rassegnato a concedere a Gabrielle le sue libertà – e commovente nella parte dedicata al rapporto con la madre.

Tuttavia è come se il romanzo del film fosse costruito tutto di primi capitoli: vorremmo sapere di più della madre e della sorella, del marito e dei suoi figli, del collega Kamyar. Invece A Woman’s Life ricomincia sempre da capo senza davvero approfondire nulla se non il rapporto con Frida, che pure si muove su coordinate risapute.

Immerso in una fotografia calda e talvolta sovraesposta, quasi tutto costruito in interni  il film di Charline Bourgeois-Tacquet è ancora molto acerbo per il concorso di Cannes. Eppure in questi anni Fremaux e i suoi collaboratori, soprattutto nella selezione francese, stanno promuovendo continuamente voci nuove, spesso femminili, in cerca di una generazione che possa ricevere il testimone da Audiard, Kechiche, Desplechin. Le Palme a Ducournau e Triet, il successo di Fargeat sembrano dargli ragione…

Nel frattempo la ricerca continua.

 

 

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