Al buio la capsula di piombo e acciaio emette un fantasmagorico bagliore di colore blu. Devair Alves Ferreira, di professione sfasciacarrozze, pensa sia magia e se la porta a casa con l’idea di trasformarla in un… portapane. Intanto, la svuota completamente del contenuto. Spera, il buon Devair, che i granelli di polvere, fonte della misteriosa iridescenza, possano adattarsi ad anello e far felice sua moglie Gabriela. Anche Ivo, il fratello, ne prende un po’. La figlia Leide di sei anni inizia a giocarci la sera stessa, a tavola, mentre addenta un panino. Intanto Roberto dos Santos Alves e Wagner Mota Pereira, i due ladruncoli che hanno venduto la capsula a Devair, già lamentano i sintomi di un grave avvelenamento erroneamente scambiato per intossicazione alimentare. Ben presto tutti i Ferreira si ammalano. Quella polvere è veleno radioattivo.
Il cesio-137 è un sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio. Ne abbiamo avuto contezza dopo l’incidente di Chernobyl del 1986, quando la nuvola carica di isotopi radioattivi raggiunse l’Europa, Italia compresa. Meno noti sono i fatti, avvenuti in Brasile solo un anno più tardi, raccontati dalla serie Netflix Emergência Radioativa. Lo sceneggiatore Gustavo Lipsztein, coadiuvato dai registi Fernando Coimbra e Iberê Carvalho, ha ricostruito fedelmente l’accaduto, pur cambiando i nomi dei protagonisti. Non si tratta quindi di un documentario, ma di una drammatizzazione non priva di enfasi, a tratti eccessiva. In ogni caso, i cinque episodi sono un viaggio nell’assurdo difficile da dimenticare.
Goiânia è una città di un milione e mezzo di abitanti distante 200 chilometri da Brasilia. Il 13 settembre 1987 due raccoglitori di ferrivecchi penetrano nella sede in disuso dell’Istituto Goiano de Radioterapia (IGR) e rubano uno strano contenitore metallico. Ci faranno molti soldi? Tutti i personaggi coinvolti nella storia sono mediamente ignoranti. Una condizione di scarsa o inesistente scolarizzazione da considerare alla lettera: i cartelli gialli con quello strano simbolo stampato sopra risultano per loro incomprensibili. Il peggioramento dello stato di salute, almeno all’inizio, non desta eccessiva preoccupazione. La debolezza persistente e le nausee sono collegate all’ingestione di una bevanda ammuffita. Errore. Come biasimarli o condannarli? Non sanno, non possono sapere. Si può imputare, certamente, una leggerezza di comportamenti dovuta al fatalismo e alla miseria. Eppure i responsabili del disastro sono da ricercare altrove.
All’origine della vicenda c’è una disputa legale tra l’IGR e la “Santa Casa”, cioè la Società di San Vincenzo de’ Paoli, l’organizzazione cattolica proprietaria dei locali. Perché la seconda unità di radioterapia non fu smantellata e, anzi, lasciata lì, in mezzo alle macerie e alla mercè del primo scassinatore? La serie intercetta anche questo aspetto del racconto, con l’indagine di polizia che ne conseguì, lasciandolo però sullo sfondo. La priorità è data alle vicende umane, molto dolorose. Alla fine si conteranno quattro vittime certe, purtroppo la piccola Leide, Gabriela e due dipendenti dello sfasciacarrozze. I contaminati gravi saranno nell’ordine delle centinaia. Nel corso degli anni molti di loro dovranno ricorrere a cure mediche per l’insorgere di malattie gravi.
Nella serie i nomi sono stati cambiati. L’inizio della contaminazione su larga scala inizia il 28 settembre 1987. Dieci giorni dopo l’arrivo in casa della capsula i sintomi per tutti i membri della famiglia si fanno più gravi e Antonia (cioè Gabriela, nella realtà) prende una decisione che risulterà allo stesso tempo corretta e tragica. La donna, mossa da sospetti ed esasperata dalla situazione, avvolge quello strano affare iridescente in un sacchetto per consegnarlo a un presidio di vigilanza sanitaria. Il tragitto prevede un passaggio in autobus.
Il mezzo pubblico trasporta gente comune, totalmente ignara di essere esposta alle micidiali radiazioni scaturite da quel mortale involucro decapitato. La connotazione sociale e di censo è un dettaglio non secondario del racconto. Colpisce, ad esempio, il reiterato scetticismo dei poveri verso la politica e le istituzioni. Che ci sia sotto una fregatura? Che vogliano sfrattare e sfollare interi quartieri? Questi sono i dubbi affioranti nei ragionamenti, schietti e basilari, dei perennemente oppressi. Emergenza radioattiva è il racconto di un’ingiustizia patita dagli ultimi del sistema.
Seguiamo ancora Antonia, ormai debolissima a causa dell’esposizione prolungata all’isotopo radioattivo. La moglie di Evenildo (ovvero Devair) deposita la capsula nel cortile dell’ambulatorio. Solo a questo punto interviene un esperto, interpellato dal medico che visita Antonia. Márcio è un fisico tornato a Goiânia per il compleanno del padre. A Walter Mendes Ferreira, il vero Márcio, si deve in effetti l’identificazione della fonte contaminante grazie a un sofisticato rivelatore di particelle (parentesi: il suono acuto dello scintillografo vi resterà conficcato nella testa). All’epoca Márcio, alias Walter, aveva solo 29 anni, una moglie incinta e il desiderio di non restare un minuto di più in quella città. Eppure…
I fatti evolvono rapidamente. Le aree maggiormente irradiate dal cesio sono messe in quarantena. Le case sgomberate. Nello stadio locale è allestito in fretta e furia un centro di triage per sottoporre a screening le persone con sintomi o anche solo presumibilmente venute a contatto con la terribile polvere luminosa. Ci viene ricordato che il tempo di esposizione alla fonte radioattiva è un fattore fondamentale per determinare il possibile sviluppo delle patologie più gravi. Non tutti presentano i segni della malattia acuta da contaminazione ma altri, sfortunatamente, sì. Non a caso, sono proprio i componenti delle famiglie principalmente coinvolte a soffrire le conseguenze peggiori. Come si evince dal confronto tra i medici brasiliani e gli esperti venuti da altre parti del mondo, Russia compresa, l’incidente “radiologico” di Goiânia è un unicum nella storia.
La serie glorifica lo sforzo sovrumano delle autorità sanitarie e del mondo scientifico chiamate a proteggere la popolazione. Walter Mendes Ferreira, oggi a capo della Divisione radiologica del CNEN (la Commissione nazionale per l’energia nucleare), ha dichiarato che “le azioni impiegate per mitigare l’incidente hanno portato al miglioramento e alla creazione di nuovi protocolli e procedure”. Insomma, dai disastri si impara. Ma sarebbe meglio che non ve ne fossero, soprattutto quando basterebbe davvero poco per evitarli.
Una parte delle persone contaminate è costretta a trasferirsi nella lontana Rio De Janeiro (1300 chilometri da Goiânia) per affrontare un ciclo di cure più importante. I medici somministrano loro dosi massime di blu di Prussia, un antidoto utilizzato anche a Chernobyl per accelerare l’eliminazione degli isotopi radioattivi dal corpo umano, e successivamente, quando la disperazione prende il sopravvento, tentano il tutto per tutto attraverso un trattamento sperimentale che in un primo momento non trova il consenso unanime dell’equipe dell’ospedale.
La separazione delle madri dai figli e in generale la rottura, a volte definitiva, del tranquillo ordine familiare è un tema centrale della serie. Nelle abitazioni di un tempo, diventate una Zona di esclusione al pari di Pripyat, non è possibile tornare. Il contenimento funziona, ma a carissimo prezzo. La crisi sanitaria prelude a un dramma sociale dilaniante.
L’isolamento ospedaliero rappresenta la tappa più dolorosa di eventi inconcepibili, troppo grandi e assurdi per la mente umana. I bagni vengono sbarrati e i fluidi corporei smaltiti con procedure ad hoc. Al personale sanitario è inibito l’ingresso se non per lo stretto necessario. I medici devono contare i minuti di permanenza presso i degenti. La radiazione viene dall’interno, cioè dagli organi, dalle ossa e dai muscoli. Qualcuno ha perfino ingerito involontariamente il cesio condannandosi a un lento disfacimento. Catarina, la madre di Celeste, è una figura raminga e commovente.
Una dottoressa accenna alla battaglia contro l’AIDS. È la stessa cosa? Serve forse un elemento di paragone per restare ancorati a quel briciolo di fiducia che ogni medico coltiva in sé anche nelle circostanze peggiori? Alcuni momenti di eroismo civile riscattano lo sconforto generale. La contaminazione infine è arrestata e non oltrepassa i confini della città. I chirurghi riescono ad operare Carlos. Qualcuno guarisce. Poi però muoiono sia la bambina che la donna protagonista della restituzione della capsula. L’innocenza e il coraggio, a voler leggere un rilievo simbolico nemmeno troppo nascosto, sono spazzati via dalla forza del male. E poi c’è l’episodio del funerale di Celeste, quando un gruppo di abitanti cerca di fermare la deposizione della bara perché temono che le radiazioni possano “contagiare” le tombe dei loro cari… Perfino il rispetto del lutto e il sentimento del sacro si sbriciolano davanti alla paura.
Il Walter della serie, cioè Márcio, agisce in collaborazione con il dottor Orenstein, direttore e luminare del CNEN. Inizialmente, il giovane e l’anziano sono due perfetti sconosciuti, legati solo dal filo invisibile dell’amore per la conoscenza scientifica. Diventeranno collaboratori e, inevitabilmente, colleghi. L’antagonista di Orenstein è il governatore Correa, ostinato a voler negare la portata dell’emergenza tanto da scadere in atteggiamenti grotteschi.
Emergenza Radioattiva non cela gli aspetti tecnico-amministrativi, nonché i rilievi politici della vicenda maggiormente scabrosi e oggetto di acceso dibattito pubblico (tutt’ora, in un’era di possibile ripresa del nucleare a scopi civili). Inizialmente i rifiuti radiologici di Goiânia dovrebbero essere smaltiti in un altro stato, nella Serra do Cachimbo, tra il Parà e il Mato Grosso. La protesta dei nativi cambia le carte in tavola. Ovviamente è Orenstein ad opporsi a un’operazione del genere, potenzialmente rischiosa per l’ambiente, la natura e le comunità indigene locali. Il Brasile è una nazione federale. Alla fine la decisione è salomonica: a ciascuno il suo deposito di scorie, sotto terra, piombato per l’eternità. Il trasferimento dei barili però si fa di notte, a fari spenti, senza clamore. I cittadini infuriati intercettano il convoglio e ci vorrà tutta la passione del giovane Márcio per farli scendere dalle barricate.
Il cast, formato da attrici e attori nel complesso poco noti alle nostre latitudini, merita di essere ricordato. Johnny Massaro, Tuca Andrada, Marina Merlino, Bukassa Kagenbele, Alan Rocha, Mari Lauredo, Ana Costa e Paulo Gorgulho formano un gruppo di interpreti compatto. Nel finale Gorgulho, nei panni di Orenstein, sale in cattedra.
Indelebile, appunto, il monologo dello scienziato in tribunale. Se io avessi impedito che quella macchina venisse abbandonata e poi esposta, quattro persone ora non sarebbero morte. Sono stato ai funerali di due di loro. Di una bambina che era piena di sogni e di una donna che ha fatto tutto quello che ha ritenuto opportuno per la comunità e per la collettività. Memoria, verità e responsabilità sono i concetti chiave del discorso. Orenstein non nega la mala gestione del CNEN e il proprio personale coinvolgimento, tuttavia il fallimento di Goiânia è una questione di sistema e quindi, in definitiva, un problema di natura politica. Qualcuno ha agito male per convenienza, qualcuno per errore e nessuno, tra i dirigenti implicati a vario titolo nell’affaire della mancata rimozione, può dirsi assolto.
In fondo al tunnel brilla una debole speranza. L’umanità ha una sola chance per risorgere dalla catastrofe: trasformare la tragedia in risorsa morale collettiva, in valore e insegnamento destinato alla convivenza futura.
Titolo originale: Emergência Radioativa
Numero di episodi: 5
Durata: un’ora ciascuno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 18 marzo 2026
Genere: Drama
Consigliato a chi: adora le pere fuori stagione, crede nell’importanza di spiegare bene le cose.
Sconsigliato a chi: non ha mai visto uno scienziato pregare, conosce un autista con il cappello da cowboy.
Letture, visioni e ascolti paralleli:
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Michael Marder, filosofo e vittima indiretta delle radiazioni, ha scritto Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare, Mimesis, 2021.
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Dedicata alla catastrofe di Fukushima, la miniserie I tre giorni dopo la fine è disponibile su Netflix.
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Diari del nucleare. Sul confine tra sviluppo e progresso è un podcast sulla complessità dell’attuale transizione energetica: https://www.raiplaysound.it/playlist/diaridelnuclearesulconfinetrasviluppoeprogresso
Una voce contro la paura: Elza Soares.

