Les Roches rouges ***
Ci sono tanti Dumont diversi in una filmografia ricca e proteiforme, che in trent’anni di carriera ha prodotto tredici lungometraggi e due serie tv.
Dopo i passi falsissimi di France e L’impero, il regista francese torna alla bellezza incantata dell’infanzia in una sorta di fiaba realista ambientata in un piccolo paese della Costa Azzurra, stretto tra la spiaggia e la collina, attraversato da uno di quei ponti ferroviari così tipici in tutta la riviera.
Qui incontriamo il piccolo Géo, sette-otto anni, minuto, biondissimo, praticamente albino. Attende gli amici Ruben e Manon che arrivano in ritardo su due piccoli quad con cui i bambini si muovono verso l’obiettivo delle loro giornate, le rocce rosse appunto, da cui tuffarsi in un mare sempre increspato.
E’ il tempo sospeso dell’infanzia, in cui le infinite giornate estive si riempiono di piccole monellerie ripetute allo sfinimento.
I tre bambini si tuffano, risalgono le rocce e si ributtano, rubacchiano qualcosa dalle auto dei turisti e si dividono il malloppo, prendono in giro gli adulti perennemente al telefono e poi ritornano a casa, prima della sera.
Un giorno la loro routine è interrotta dall’incontro con altri tre bambini, Eva, con B. e la sorella. La banda si fa più ricca, fino a quando Eva diventa il pomo della discordia tra Géo e B. Come in una contesa d’altri tempi tra famiglie rivali, i due bambini arrivano alle vie di fatto, in un’escalation di ostilità infantili.
Nel frattempo Géo e Eva incontrano la mamma della bambina, in un residence in un parco chiuso molto diverso dalla mobile home in cui vive il protagonista, e poi prendono quel treno il cui rumore rimane un suono ipnotico e costante, per raggiungere Ventimiglia.
Qui vanno a trovare il nonno italiano di Eva, in una grande villa che sembra uscita da una favola dei Grimm, con i cani, la governante, la maestra di tennis e un vecchio campo in erba.
Il tempo passa, la rivalità resta, un gesto estremo spingerà Géo alla fuga, sulle sue amatissime rocce rosse, per un ultimo salto dalla cima più alta.
Il film di Dumont è un tuffo nello spirito anarchico e ribelle dei più piccoli. Una parte importante del suo lavoro il regista l’ha dedicata all’infanzia e all’adolescenza, da l’esordio con La Vie de Jésus al capolavoro Jeanette passando attraverso la banda di Quinquin, il personaggio che in un certo senso si avvicina di più a Géo, anche se quest’ultimo parla pochissimo e si muove con un’affettività che bilancia il suo piglio insolente.
In un paesaggio minimo che Dumont sa decostruire facendone uno spazio fiabesco esemplare, fra dimore, scivoli, percorsi, animali selvatici e l’onnipresente treno “che va in Italia”, il regista immerge un gruppo di bambini perduti, con una tenerezza e una sensibilità che richiamano lo Sean Baker di Un sogno chiamato Florida. Non ci sono tuttavia le asprezze e le miserie adulte, perché Dumont rimane sempre con Géo e gli altri bambini, ne insegue i tuffi, le cadute, i sentimenti semplici e primigeni, l’affettività assoluta, con una grazia che lascia senza parole.
Per una volta il regista abbandona anche il suo terreno d’elezione nel nord, per abbeverarsi al sole della riviera, baciata da una luce chiara, quasi sempre mattutina, che Carlos Alfonso Corral coglie grazie a una focale spesso cortissima.
Dumont film senza distanza i volti e i corpi dei suoi piccoli protagonisti, accetta gli errori, i movimenti inconsueti, le imperfezioni, gli sguardi in macchina, i riflessi di luce.
Cerca la verità e trova l’emozione, in uno dei suoi film più imprevedibili ed essenziali.
Da non predere.
