Cannes 2026. The Dreamed Adventure

The Dreamed Adventure **

Il penultimo film di Cannes 79 è anche uno dei più deludenti e incerti, costruito tutto attorno al falso movimento della sua protagonista che non si ferma mai eppure non muove un passo, anzi se mai torna indietro del tempo, per riportare alla luce storie e eredità ai margini dell’Europa.

In un paesino bulgaro di confine, Svilengrad, l’archeologa Veska sta scavando nel sito di Matochina, alla ricerca di reperti. Dopo tanti anni in città, è tornata a lavorare nel posto che le ha dato i natali e che l’ha vista crescere nei rutilanti e pericolosi anni ’90, quelli della fine del comunismo, dei soldi facili e della violenza diffusa.

L’era degli uomini” la chiamerà uno dei protagonisti alla fine del film, con un malinconico rimpianto che Veska non condivide, ricordandosi i traffici loschi, il contrabbando, la prostituzione, lo spaccio di droga, le violenze su cui prosperava quell’età lontana.

Quando in paese Veska si imbatte in Said, un altro amico di quei tempi che l’aiuta con un vecchio furgone, comprende che l’uomo non ha ancora abbandonato i traffici illeciti di un tempo. La coinvolge in una fornitura di benzina e poi sparisce per ricomparire solo alla fine.

Un po’ per indole, un po’ per capire dov’è finito Said e un po’ perché tutti in paese sembrano legati allo stesso milieu criminale, Veska finisce per ficcare il naso dove non dovrebbe suscitando le attenzioni di Ilya, il piccolo boss locale, che sembra gestire i traffici sporchi in paese.

Il film si dilunga per due ore e 45 interminabili minuti in cui Veska gira in auto, parla del passato, trova una pistola, riceve attenzioni non volute, intuisce cosa succede e poco altro.

Lo scavo è dimenticato dopo 5 minuti. Said che sembra centrale diventa un fantasma, salvo poi riapparire in un paio di scene finali giusto per trovare una chiusa circolare a un film centrifugo e sonnolento.

Cosa vuol dirci Grisebach che ai confini dell’europa il post-comunismo non è mai passato? Che le vere archeologhe sono impiccione? O forse che ricordiamo male un passato con troppi chiaroscuri?

La terra è desolata, i vecchi alberghi ospitano lavoratrici polacche, il lavoro e la schiavitù sembrano indistinguibili, la violenza non è mai passata, il volto abbronzato e ripulito dei mafiosi è sempre lo stesso di un tempo.

Il titolo parla di avventura, ma è una chimera, al massimo il film di Grisebach è una ricerca dispersiva, che ripete continuamente quello che basterebbero due scene a comprendere. Persino l’incontro finale tra Veska e il gangster arricchito e ripulito, non porta a nessuna agnizione.

La regista ha forse in mente Ceylan, quel cinema contemplativo, ieratico, capace di lasciar emergere l’istanza morale dalla dilatazione, dall’attesa, dai margini. Eppure non sembra avere lo stesso talento narrativo del maestro turco: i suoi dialoghi non sanno di nulla, la scrittura drammatica è zoppicante, il paesaggio non è mai realmente protagonista, gli attori non protagonisti arrancano su banalità assortite e non bastano i soliti pezzi dance anni ’90 a coprire la pedanteria di un film che contribuisce a piombare l’impressione complessiva di un concorso complessivamente buono, pur in difetto di americani.

Difficile che The Dreamed Adventure possa avere una distribuzione italiana, a meno che la giuria non scelga di premiarlo. Le vie dei palmares sono infinite.

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