The Dreamed Adventure *1/2
Il penultimo film di Cannes 79 è anche uno dei più deludenti e superflui. A pensar male di direbbe che compare in concorso per onor di quota e non per meriti propri.
In un paesino bulgaro di confine l’archeologa Veska sta scavando nel sito di Matochina, alla ricerca di reperti. Dopo tanti anni in città è tornata a lavorare nel posto che le ha dato i natali e che l’ha vista crescere nei rutilanti e pericolosi anni ’90, quelli della fine del comunismo, dei soldi facili e della violenza diffusa.
“L’era degli uomini” la chiamerà uno dei protagonisti alla fine del film, con un malinconico rimpianto che Veska non condivide, ricordandosi i traffici loschi, il contrabbando, la prostituzione, lo spaccio di droga su cui prosperava quell’età lontana.
Quando in paese Veska si imbatte in Said, un altro amico di quei tempi che l’aiuta con un vecchio furgone, comprende che l’uomo non ha ancora abbandonato i traffici illeciti di un tempo. La coinvolge in una fornitura di benzina e poi sparisce per ricomparire solo alla fine.
Un po’ per indole, un po’ per capire dov’è finito Said e un po’ perchè tutti in paese sono legati allo stesso milieu criminale, Veska finisce per ficcare il naso dove non dovrebbe suscitando le attenzioni di Ilya, il piccolo boss criminale che sembra gestire i traffici sporchi in paese.
Il film si dilunga per due ore e 45 interminabili minuti in cui Veska gira in auto, parla del passato, trova una pistola, riceve attenzioni non volute, intuisce cosa succede e poco altro.
Lo scavo è dimenticato dopo 5 minuti. Said che sembra centrale diventa un fantasma, salvo poi riapparire in un paio di scene finali giusto per trovare una chiusa circolare a un film centrifugo e sonnolento.
La regista ha forse in mente Ceylan, non ha un dito del talento narrativo del maestro turco: i suoi dialoghi non sanno di nulla, la scrittura drammatica è zoppicante, il paesaggio non è mai realmente protagonista, gli attori arrancano su banalità assortite e non bastano i soliti pezzi dance anni ’90 a coprire la pedanteria di un film che contribuisce a piombare l’impressione complessiva di un concorso complessivamente buono, pur in difetto di americani.
Difficile che The Dreamed Adventure possa avere una distribuzione italiana. Resterà una visione festivaliera per molti.
