P’tit Quinquin

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P’tit Quinquin **1/2

Bruno Dumont, professore e regista francese tra i più ossessionati dal contesto sociale ed antropologico del Nord della Franci e dalla presenza del male e dalla sua ereditarietà, si cimenta per la prima volta nella sua carriera con la televisione e dirige per arte una miniserie in quattro episodi che deve il suo titolo ad una ninanannna di metà Ottocento, popolare nella regione del Pas-de-Calais.

Quinquin però è anche un ragazzino di dodici anni che vive nella fattoria dei suoi genitori: innamoratissimo di una sua vicina, Eva, passa le sue giornate estive in bicicletta, al mare o combinando una serie di scherzi con i petardi, assieme agli amici di sempre.

Improvvisamente la loro distratta quotidianità viene turbata dal ritrovamento in un vecchio bunker della Seconda Guerra Mondiale del cadavere di una mucca, completamente squartata. Al suo interno la polizia ritrova resti di una vittima umana.

Sul posto arrivano una coppia di detective improbabili e lunari, il comandante Van der Weyden, pieno di smorfie e tic, ed il suo luogotenente Rudy Carpentier, impegnato a guidare la piccola utilitaria a loro disposizione come fosse in un rally, per le strade del paesino.

Gli omicidi aumentano: una donna senza testa viene ritrovata dentro un’altro animale abbandonato sulla spiaggia. Le storie dei tradimenti e quelle delle rivalità e delle invidie tra compaesani si sovrappongono alle indagini. False piste si accumulano per confondere le idee ai due poliziotti, mentre improvvisamente un ragazzino di colore si mette a sparare dalla finestra rivendicando il razzismo latente nella piccola comunità ed altri brutali omicidi si susseguono senza sosta, con un allevatore mangiato letteralmente dai propri maiali.

Nel frattempo assistiamo ad un funerale tutto da ridere con Quinquin chierichetto assai poco fedele al suo ruolo, alla parata del 14 luglio con la banda e le majorette, ad un concorso canoro dove la starlette locale si mette in mostra…

Gli investigatori brancolano nel buio: “Non facciamo filosofia” dice Van der Weyden al suo assistente, ma in realtà a Dumont non interessa risolvere il caso, ma mostrare le sue ossessioni di sempre.

La presenza costante ed inestirpabile del male, che non turba più di tanto le abitudini della comunità e che ne anzi connaturato.

Quello che ha colpito i molti critici che hanno visto la miniserie ai Festival di Cannes e di Torino, è il tono leggero assunto da un regista noto per lo più per i suoi toni cupi e predicatori.

Il piccolo Quinquin e la coppia di detective strappano sovente un sorriso ed il racconto scorre con la drammaturgia semplice di una serie televisiva. Dopo gli ultimi oscuri e inediti da noi, Hadewijch e Hors Satan ed il remake di Camille Claudel 1915, Dumont sembrava essersi perduto in una ricerca oscura e poco gratificante per lo spettatore.

Qui invece il suo cinema si fa più chiaro e comprensibile, senza rinunciare alla forza drammatica ed all’amarezza dei suoi temi e senza rinunciare a raccontare, con sguardo limpido e curioso, il nord della Francia con le sue strade di campagna, le sue praterie, le sue spiagge desolate.

Magnifico e commovente è il modo con cui Dumont descrive il rapporto tra Quinquin ed Eva, fatto di tenerezze e complicità assolute, che si contrappongono alla ferocia di un mondo solo apparentemente civilizzato, ma in cui la violenza esplode in forme arcaiche e misteriose.

E’ sufficiente questo per dire che P’tit Quinquin è il miglior film dell’anno, così come hanno scritto, con il solito snobismo ed un pizzico di sciovinismo culturale, i Cahiers du Cinema?

No, non lo pensiamo.

E non solo perchè è un progetto pensato per la televisione. Ma perchè anche in quel limitato contesto altri sono stati i risultati migliori della stagione appena trascorsa. Ed il fatto che P’tit Quinquin sia stato ospitato dalla Quinzaine non ne fa per forza un capolavoro.

Non c’è dubbio invece che Dumont abbia ritrovato la felicità espressiva dei suoi esordi, liberandola dal giogo di una crudeltà troppo spesso inutilmente esibita. La ritrovata capacità di dialogare col suo pubblico è come un nuovo inizio. Non resta che attenderne la conferma.

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