Hadewijch

Hadewijch * 

I film di Bruno Dumont sono pressochè sconosciuti ai più. Fin dall’esordio con L’età inquieta, passando per il crudo e controverso L’umanitè, sino a giungere al pessimo Twentynine palms, la distribuzione ha faticato ad imporre al pubblico i suoi personaggi disturbati, la sua umanità devastata e marginale. Nemmeno il sesso della sua trasferta americana ha suscitato grande scalpore.

Il suo ultimo film, Hadewijch, era stato presentato in anteprima a Toronto nel 2009 e nessuno in Italia ha voluto trarlo dal limbo delle opere in cerca di distribuzione.

Forse per il suo tema controverso, forse perchè il cattolicesimo è vissuto in modo ambiguo e fideistico, forse perchè il richiamo sul pubblico di un racconto con una protagonista così fervente e devota non è stato giudicato interessante.

E questo comunque è un peccato, perchè sui film si può discutere, anche con passione, ci si può schierare, si possono condurre battaglie etiche ed estetiche.

Ma il presupposto indefettibile è che questi siano visibili, arrivino in sala, entrino in qualche modo a far parte del dibattito pubblico. Se invece sono frutto di visioni più o meno clandestine e fortunose o limitate agli addetti ai lavori, che frequentano i festival, allora ogni sguardo differente, ogni tentativo di raccontare fuori dagli schemi è inevitabilmente vanificato.

Fortunatamente oggi il cinefilo può recuperare alcuni film nella rete, in forme più o meno legittime. Ma non penso che questa debba essere considerata una condizione ideale o quantomeno auspicabile. E’ un ritorno carbonaro alla clandestinità della visione, che marginalizza qualsiasi discorso critico.

Alcuni dei film più straordinari ed innovativi degli ultimi anni, in Italia non sono mai usciti: penso a Hunger di Steve McQueen, a Mother di Bong Joon-ho e a Dogtooth di Yorgos Lanthimos.

Hadewijch poggia tutto sulle spalle della giovane Celine: figlia della buona borghesia parigina, la ritroviamo in un convento in campagna, devotissima sino alla caricatura di se stessa: si impone digiuni e privazioni, si mortifica e vive di pura estasi.

La madre superiora trova il suo comportamento forzato e insopportabile e la rimanda nel mondo, perchè possa trovare “occasioni di fede che non ha scelto”.

Appena uscita e ritornata nella lussuosissima dimora dei suoi annoiati genitori, finisce per fare amicizia con dei ragazzi arabi conosciuti in un bar. Uno di questi, Yassine finisce per innamorarsi di lei, ma il suo unico amore è Dio.

Yassine allora le presenta il fratello Nassir, animatore di un gruppo di preghiera arabo, in realtà avanguardia di una cellula terroristica islamica. Dopo una iniziale riluttanza, le farneticazioni di Nassir hanno la meglio della fragile esaltazioen mistica di Celine, che si fa coinvolgere in un progetto più grande di lei…

E qui ci fermiamo, aggiungendo che parallela alla storia di Celine c’è quella di un operaio che lavora all’inizio del film nel cantiere del convento. Viene quindi arrestato, per motivi che non conosciamo ed esce dal carcere proprio alla fine del film, in tempo per un intervento salvifico che dovrebbe costituire il lieto fine di Hadewijch.

Ancora una volta il finto bressonismo di Dumont ci lascia del tutto indifferenti. La sua letteralità, il suo simbolismo facile, la sua morale da quattro soldi è veramente fastidiosa.

Non c’è nessuna verità nei suoi film: tutto sembra dannatamente scritto, programmato per disturbare, offendere, ferire. Ma non c’è una vera esigenza narrativa, si tratta solo di épater les burgeois.

Ed allora ecco che la fanatica religiosa viene da una famiglia ricchissima, che non fa neppure uno sforzo per comprenderla.

Ecco che il terrorismo si insinua nel racconto con la una pretestuosità che neppure nei film di Checco Zalone. Con quel finale del ritorno al covento di sconcertante banalità.

In Hadewijch tutto è troppo letterale: i personaggi non vivono di vita propria ma sembrano appena usciti dalla penna di un cattivo sceneggiatore, il quale gioca con loro come un puparo.

Certo Dumont segue la sua protagonista con una devozione pari a quella che Celine dichiara di manifestare per Dio, illumina il suo volto con una meravigliosa fotografia con dominanti azzurre, cerca la misura dei grandi che hanno messo la riflessione etica al centro del proprio cinema, ma tutto sembra terribilmente posticcio.

Il percorso della sciagurata protagonista è esemplare e poco credibile: appare distante, come una figurina sbiadita, incapace di lasciare alcuna traccia.

Se il suo slancio fideistico ed il suo temperamento da martire non convincono neppure le religiose del film che la cacciano dal convento, come potrebbero interessare o comunicare qualcosa allo spettatore?

Che cosa ci vuol dire Dumont, raccontando la parabola del tutto singolare e poco comprensibile di una figlia del lusso borghese, che si trasforma in un’invasata? Che cosa rappresenta Celine, che passa dalla preghiera e dalle privazioni della vita monacale al terrorismo islamico, per poi ritornare al convento – sempre costantemente piagnucolando?

E’ una religiosità da antico testamento, quella di Celine, arcaica, che prescinde dalla lezione di Gesù così come dalla comunità, dall’ecclesia. Una religiosità che si nutre dell’egoismo e dell’occhio per occhio del Dio di Abramo: Dumont forse vuole dirci che ogni integralismo porta alla violenza ed alle bombe? Che le religioni sono tutte ugualmente pericolose?

Se l’obbiettivo era questo, il modo scelto mi è parso quanto mai raffazzonato e superficiale.

Ovviamente sulla rete, e tra i pochi critici che l’hanno recensito, fioccano le lodi sperticate. Ma ho faticato a trovare valide argomentazioni ad un entusiasmo più fideistico che razionale.

Intanto Dumont ha già pronto un nuovo “capolavoro” per il prossimo Festival di Cannes. Del suo moralismo un tanto al kilo non sentivamo davvero il bisogno.

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