CANNES 2009 – 3

Film di lunedì 18 maggio

Mother – Vengeance – Agora

 motherposters

Mother ***1/2

Certe volte, in piedi, sotto il sole, nelle lunghe file per accedere alle proiezioni, il dubbio assale anche il cinefilo più integralista.

Poi arriva un piccolo film coreano, con una madre ostinata che cerca giustizia per un figlio innocente, a spazzare ogni incertezza.

La polizia non le presta attenzione,  il famoso avvocato che ingaggia, le suggerisce un comodo, ma inaccettabile patteggiamento.

Decide di indagare da sola, cercando prove, interrogando gli amici della ragazza uccisa, fino a torturarli, alla ricerca della verità.

Eppure qualcosa non quadra…

Sarebbe un peccato dire di più, per un film che si apre e si chiude con un balletto triste e sfrenato.

Bong Joon Ho firma il più bel film visto al festival sino ad ora, seguendo l’ossessione di una madre, sino alle sue estreme conseguenze: l’autore dell’indimenticabile Memories of murder, torna ancora a riflettere sulla giustizia e sulla verità, senza risparmiare feroci ironie sul sistema poliziesco del proprio paese: basterebbe la scena in cui l’avvocato suggerisce alla madre la soluzione di compromesso, affiancato dal procuratore e dal capo dell’istituto di correzione, completamente ubriachi ed accompagnati da donnnine di poca moralità, a dire quanto quel sistema è lontano dalla nostra idea di giustizia.

Eppure la verità, una volta scoperta, resterà sepolta sotto un incendio provvidenziale.

Nel finale, due inquadrature in primo piano: quella del presunto colpevole, messo a fuoco lentamente dagli occhi della madre, e quella ottusa figlio, alla stazione.

Da non perdere.

 

Vengeance **

Da molti anni To è ospitato nel concorso di Cannes, come in quello di Venezia e Berlino.

La sua straordinaria prolificità deriva dai metodi di produzione, imparati nella gavetta di Hong Kong: una troupe collaudata, un gruppo di attori consolidato – quasi come una compagnia teatrale – la direzione della Milky way, fondata da To con wai Ka Fai oltre 10 anni fa, gli hanno consentito di alternare opere di genere e creazioni più personali, per lo più nell’ambito del milieu criminale.

Mad Detective presentato a Venezia 2007, e poi grande successo in patria, The sparrow ed il collettivo Triangle sono i suoi ultimi lavori.

Qui To, omaggiando il maestro del Polar, Jean Pierre Melville, riprende il personaggio di Costello e, dopo il rifiuto di Alain Delon, ne affida la caratterizzazione ad un’altra icona francese, Johnny Halliday.

Peccato che il film funzioni proprio quando Costello non c’è: soprattutto nella parte centrale in cui To mette in scena una doppia caccia all’uomo, che alterna mirabili sparatorie e momenti di struggente cameratismo.

Il senso dell’onore, il valore della parola e lo spirito autodistruttivo dei killer senza paura del suo cinema, qui hanno ancora il volto bogartiano di Antony Wong e quello clownesco di Lam Suet, mentre la parte del capo della triade è un Simon Yam, come sempre sopra le righe.

Purtroppo la sceneggiatura di Wai Ka Fai, sembra aver integrato a fatica il personaggio di Halliday, un ex killer francese, affetto da continue amnesie, che lo costringono a segnare sulle delle polaroid nomi e motivazioni delle sue azioni.

Costello arriva a Macao, dopo che la figlia è stata quasi uccisa da tre killer spietati, che hanno freddato il marito ed i due piccoli figli.

Non sapremo mai il perchè di tanta ferocia, ma questo basta a To, per giustificare la terribile vendetta di Costello.

Il francese, però, mano a mano che il film procede, comicia a dimenticare nomi e motivazioni, finendo per perdere totalmente il senso delle sue azioni: quello che resta è una vendetta senza più scopo, una violenza perpetrata senza più sapere il perchè.

Il tentativo di To di fare un film estwoodiano sull’inutilità della spirale di sangue, si rivela riuscito solo a metà, perchè il personaggio di Costello è davvero mal tratteggiato, monocorde nella prima parte e smarrito nella seconda, incapace di sfruttare persino il volto scavato e gli occhi dolenti del divo francese.

 Agora

Agora ***

Dopo un silenzio di quasi cinque anni, successivi al successo di Mar Adentro, premio oscar e leone d’argento a Venezia, Alejandro Amenabar, enfant prodige del cinema spagnolo, porta sulla Croisette Agora, un film di straordinario coraggio e grande potenza visiva, che racconta l’affermazione del cristianesimo ad Alessandria d’Egitto nel corso del IV secolo d.c., attraverso lo sterminio degli ebrei e la distruzione della maestosa biblioteca alessandrina.

Tra le principali religioni del tempo ed il prefetto, coinvolti in una lotta di potere e di sopraffazione, si erge la figura di Hypatia, filosofa, astrologa, insegnante, il cui ateismo tollerante, finirà per essere travolto dagli eventi e dalla furia iconoclasta dei cristiani.

Il film è un atto di accusa che non mancherà di sollevare polemiche, per come racconta i rapporti tra le confessioni e soprattutto per come dipinge il fanatismo oscurantista e sanguinario dei primi cristiani, non dissimile da quello che oggi associamo ai discepoli di Maometto.

I libri bruciati in piazza, le teorie scientifiche rigettate sulla base delle sacre scritture, i roghi e le lapidazioni, la violenza senza perdono ricordano molte della atrocità del Novecento.

Amenabar ogni tanto, grazie ai prodigi digitali, si distacca dagli eventi, per assumere un punto di vista, che diremmo “stellare”, quasi a voler mostrare che le grandi lotte e le vittorie di allora, pur determinando lo sviluppo della nostra civilità per molti secoli a venire, appaiono sostanzialmente indifferenti all’universo.

E bene fa Hypatia allora a dedicarsi alla filosofia ed allo studio dei pianeti, della gravità, dei movimenti delle orbite, trascurando le meschinità e le verità rivelate ed indiscutibili e rifiutando di piegarsi ad una conversione di comodo ad una religione, che la vuole silenziosa e senza pensiero.

Amenabar costruisce un’opera matura di grande impatto pedagocico e di notevoli ambizioni produttive: stupisce che nell’europa delle radici cristiane sia stato possibile mettere insieme l’imponente budget di questo kolossal.

Il giovane regista cileno, una volta maestro di suspence, di storie intime e di visioni perturbanti, sembra ora interessato ai temi più controversi della nostra convivenza civile.

In fondo però, già nella su opera prima, Tesis, c’era in nuce, la sua straordinaria capacità di usare il cinema di genere, per raccontare qualcosa di più complesso, per porre qualche domanda su di noi, sul nostro modo di essere, sulla nostra storia.

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