Dogtooth

Kynodontas – Dogtooth ***1/2

Il Festival di Cannes edizione 2009 è stata una rassegna di rara bellezza, che continua ancora oggi – ad oltre un anno di distanza – a proporre gemme e sorprese continue.

Dopo l’uscita in sala di Bright Star e Fish Tank, in queste settimane, occorre recuperare assolutamente il film greco Kynodontas, letteralmente “canino”.

Il film – che si è aggiudicato il premio di Un certain regard, battendo due gioielli come Mother Police, Adjective – merita una riscoperta assolutamente necessaria.

Kynodontas è il ritratto di una famiglia borghese, che vive praticamente reclusa in una grande villa, con giardino e piscina.

Il padre e la madre conducono qui, infatti, una sorta di esperimento sociale: con l’intento malriposto di proteggere i figli e di farli crescere senza esporli alle brutture del mondo, li tengono imprigionati in casa. Nessuno può varcare il cancello, se non il capofamiglia, imprenditore, a bordo della propria mercedes. Al di là del muro che separa la villa dal mondo esterno non è consentito andare.

I ragazzi, due sorelle e un fratello, non sono mai usciti da lì. Non hanno nomi e sono stati istruiti dai genitori attraverso lezioni su cassette preregistrate, soggette a rigida censura. La televisione c’è, ma serve solo per vedere riprese amatoriali casalinghe. Non ci sono giornali e telefoni in casa. I tre ragazzi, ormai adolescenti, vivono come fanciulli. Vengono spinti a giocare tra loro ed a gareggiare, per vincere stupidi adesivi, che segnano la supremazia di uno sugli altri.

C’è forse un quarto fratello, fuggito anzitempo e, secondo i genitori, finito sbranato dai ferocissimi e pericolosissimi gatti (!!!)

E’ una vita anestetizzata la loro, in cui le pulsioni, le legittime curiosità, le passioni, le emozioni vengono continuamente represse e frustrate in un’esistenza vuota, riempita solo di stucchevole e ipocrita amore familiare.

Non c’è cultura, se non le nozioni tecnico-scientifiche dei testi di medicina.

Non ci sono altri libri, non c’è il cinema, neppure nella forma dell’home video: anzi quando una delle figlie viene segretamente in possesso de Lo squalo e Rocky, la situazione precipita irreparabilmente: perchè in quella vita sotto vetro comincia ad entrare la fantasia, l’immaginazione, la scoperta del mondo.

Anche qui la metafora di Lanthimos è molto efficace. Così come quando scopriamo che i genitori hanno eliminato dalla vita dei figli, cambiandone radicalmente il significato, alcune parole compromettenti, come telefono, mare o escursione.

Il film è volutamente ambiguo e non spiega nulla: non sappiamo quando la prigionia è cominciata, non conosciamo i motivi e gli scopi dell’esperimento.

Il gioco perverso e claustrofobico comprende anche il sesso, in una spirale di morbosità e violenze intollerabili.

L’unica ad aver accesso dall’esterno in quel microcosmo claustrofobico e corrotto è Cristina, custode della grande fabbrica del padre, che quest’ultimo paga, per soddisfare i desideri del figlio più grande.

Sarà lei a confondere le certezze dei ragazzi, a portare all’interno della casa videocassette proibite, cerchietti luminosi, gel per capelli e a non accontentarsi di un solo partner:  un elemento perturbante, capace di spingere i ragazzi a dubitare.

Siamo dalle parti del Pasolini di Teorema o di Haneke, i grandi accusatori della rispettabilità borghese, capaci di rivelare anche con gli strumenti più dirompenti, la falsa coscienza ed il perbenismo tutto di facciata delle nostre ricche società.

Ma forse è Bunuel il riferimento più pertinente, perchè Lanthimos nel suo film non dimentica mai l’ironia surreale, la leggerezza, un certo spirito anarchico.

Lanthimos si spinge oltre, rappresentando un microcosmo familiare abissale, senza ombre di moralismo, ma con uno stile claustrofobico originalissimo, che non esclude tenerezze e malinconie.

L’uso del formato panoramico è particolarissimo. Invece di comporre il quadro in orizzontale, Lanthimos sembra spesso mostrarne i limiti di verticalità, finendo per escludere teste e gambe dei suoi personaggi, quasi a voler rappresentare in questo modo, la loro condizione disumana: il loro essere solo corpi senza possibilità di pensiero o di fuga.

La luce chiarissima e gli interni bianchi trasmettono un’atmosfera sognante e sospesa, la grande villa borghese immersa nella natura, con la piscina e i grandi alberi è uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato.

Kynodontas ha la forza di chiudersi su un finale aperto, che non smentisce la sua complessità drammatica e narrativa.

Certo non è un film per tutti: pur con uno stile minimalista e idilliaco, Lanthimos è capace di momenti sconvolgenti e sequenze indimenticabili, costruite tutte in quella sorta di paradiso/inferno perduto, che la villa rappresenta per i suoi personaggi.

11 pensieri riguardo “Dogtooth”

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