Memorabile documentario sportivo, capace di intrecciare storia e leggenda, The Match, diretto dalla coppia di argentini Juan Cabral e Santiago Franco, ricostruisce con una ricchezza senza pari la partita in cui il talento inarrivabile di Diego Maradona si è preso definitivamente la scena, manifestandosi in tutta la sua complessità anche contraddittoria.
E’ il 22 giugno 1986 e allo Stadio Azteca di Città del Messico si affrontano Argentina e Inghilterra, nei quarti di finale della Coppa del Mondo.
Per raccontare questa partita memorabile, i due registi convocano alcuni dei giocatori in campo quel giorno, Lineker, Shilton, Barnes, Valdano, Burruchaga, Giusti, Olarticoechea.
Ma soprattutto ci riportano indietro al 1765 quando John Byron con la sua spedizione arriva alle Malvine, un arcipelago poco distante dalla Terra del fuoco, piantandovi la bandiera inglese. I due si spostano poi al mondiale inglese del 1966 quando la rivalità storica diventa duello calcistico fatto di garra e destrezza grazie al pugnace Antonio Rattin, la cui espulsione nei quarti di finale, porterà all’adozione dei famosi cartellini gialli e rossi.
Una nuova tappa ci trascina al 1981 quando i Queen vengono invitati a portare il loro tour nello stadio del Velez Sarsfield e qui Freddy Mercury e un giovanissimo talento locale, Diego Maradona, si scambiano sul palco le magliette delle rispettive nazionali.
Ma sono gli anni della giunta militare e della Thatcher e poco dopo la riconquista delle Malvine diventa la guerra della Falkland, tra il generale Gualtieri e la Lady di Ferro.
E’ un lungo viaggio nella storia e nello spot quello che infine ci fa atterrare a Città del Messico, dove si affrontano l’Argentina del Professore Carlos Bilardo e l’Inghilterra dello spregiudicato e sanguigno Bobby Robson. Il racconto ripercorre le ossessioni dell’uno e dell’altro, il lungo ritiro argentino in altura, le maglie blu cucite all’ultimo minuto perché quelle ufficiali erano troppo pesanti per il caldo asfissiante della capitale messicana, il primo tempo di studio.
Tutto (in)utile perché al 50′ si manifesti quella che un giornalista italiano, Nestor Ferrero, chiamerà “la mano di Dio”, regalando a Maradona una battuta che neppure lui avrebbe osato immaginare. Diego segna di mano, ma l’arbitro Ali Bennaceur non ha visto bene, convalida e attende il suo guardalinee meglio posizionato, il quale equivoca e non se la sente di prendersi la responsabilità di contraddirlo. Quel gol rapinoso, imparato da bambino sui campi di terra, in un calcio giocato sulla strada, viene bissato tre minuti dopo da quella discesa lunga 60 metri tra dribbling e finte, che ha fatto la storia del calcio.
Una sorta di “aquilone cosmico” spinge Diego verso la porta di Shilton, così almeno lo definirà il commentatore argentino.
Il resto è storia: nessuno ricorda quello che successe dopo, con l’ingresso del giovane talento John Barnes, il gol di Lineker, il salvataggio di nuca sulla linea di Olarticoechea e la maglia di Diego che finisce alla riserva Steve Hodge che la scambia con lui negli spogliatoi.
All’asta di Sotheby’s 40 anni dopo sarà battuta per 7 milioni di sterline.
The Match è un piccolo capolavoro che trascende lo sport e lo esalta al contempo, riportandoci alla semplicità eterna dello scontro tra Ettore e Achille.
Il vincitore di quella battaglia non c’è più, se n’è andato troppo presto dopo una vita di eccessi e di tradimenti, ma quelli che erano con lui su quel campo, gli rendono onore in un film commovente, esaltante, pieno di vita e di verità.
Il ritratto è sentito, informatissimo, ispirato e pure molto divertente, mettendo spesso a confronto le immagini di allora con le testimonianze di oggi.
I due argentini vanno alle radici del mito ricostruendo la cronaca dietro la leggenda e lasciando che entrambe possano arrivare agli spettatori di oggi e a quelli che bambini, 40 anni fa, erano davanti alla tv, inconsapevoli testimoni di una partita che sarebbe rimasta nella storia.
Se allora Maradona vinse quasi da solo uno scontro che sembrava una rivalsa sulla sconfitta militare, oggi non ci sono sconfitti. Tutti quelli che erano su quel campo quel pomeriggio di giugno sono personaggi di un racconto più grande, che è bellissimo e dolce sentir raccontare ancora una volta e con parole e immagini così grandi e così giuste.
Imperdibile.

