Babylon Berlin. L’eco inascoltato della storia

Perché a Berlino deve essere tutto così diverso?” chiede l’ispettore di polizia Gereon Rath, da poco giunto nella capitale tedesca, da Colonia, per seguire un’indagine relativa alla produzione di pellicole oscene. “Perché siamo più svegli degli altri”, risponde Charlotte Ritter, cameriera, licenziosa per piacere e per necessità, stenografa e aspirante poliziotta. Al Moka Efti, tempio della vita notturna berlinese, uomini in smoking si mescolano a donne vestite di strass. Alcool e droghe metanfetaminiche scorrono a fiumi. Sulle piste impazzano balli trasgressivi e sui palchi si esibiscono equivoci cantanti. Politici e alti burocrati preferiscono incontrarsi in palchi riservati, per stringere alleanze al riparo da occhi indiscreti. Nei sotterranei, imprenditori e papaveri di Stato danno libero sfogo a fantasie sadomasochistiche. L’atmosfera libertina prelude a crudeli ribaltamenti della Storia. È il 1929. Quattro anni dopo Hitler salirà al potere.

Babylon Berlin è una serie tv ispirata al romanzo omonimo di Volker Kutscher, composta da sedici episodi corrispondenti a due stagioni, con una terza già in programmazione. Coprodotta da Sky e Betafilm, è costata la cifra record di 40 milioni di dollari, ed è facile capire perché. Gli esterni della Berlino dell’epoca sono stati ricostruiti negli studi cinematografici Babelsberg, gli interni del Moka Efti, invece, nei locali di un ex cinema muto, sotto la guida attenta del pluripremiato scenografo Uli Hanisch. In un’intervista, Hanisch ha riconosciuto che “è difficile dire quali elementi siano moderni e quali vintage”, perché “la modernità che conosciamo è stata inventata negli anni Venti“. Anche Tom Twyker, il più famoso dei tre registi chiamati a dirigere le puntate, ha sottolineato l’attualità dell’operazione: “Se si fa un film in costume c’è sempre nascosta la voglia di dire qualcosa sul presente. A me interessava più che altro esplorare la fragilità della società che c’era allora e c’è oggi“. La Repubblica di Weimar, archetipo di tutti i sistemi democratici in crisi, non è solo lo sfondo storico-politico di un thriller poliziesco dalle tinte noir, ma è, soprattutto, un soggetto vivo, rappresentato nelle sue forme fantasmagoriche e nei suoi colori sfavillanti destinati a spegnersi.

Tom Twyker, prossimo presidente della giuria al Festival di Berlino, è regista di film di successo (Lola corre e Profumo – Storia di un assassino) e della serie Sense8 delle ‘matrixiane’ sorelle Wachowski. In Babylon Berlin si avverte la sua predilezione per una narrazione filmica poggiata su un particolare uso del montaggio, per un ritmo non ipercinetico come ai suoi esordi (il difetto o il pregio, a seconda dei giudizi, di Lola rennt), ma comunque sincopato, per una messa in scena espressionistica, corale, asimmetrica, strettamente legata alle musiche, curatissime, di cui lo stesso Twyker si è occupato, con la collaborazione prestigiosa di Brian Ferry. Un racconto a più voci, declinato secondo diverse prospettive: i poliziotti, i comunisti tedeschi, i trozkisti cospiratori, l’ambasciata russa, i militari, i nazionalisti reazionari, i proletari delle periferie, i reduci dalla grande guerra, oscure società segrete, criminali di bassa lega. La ricercata polifonia spiega la Babele del titolo. Al centro della trama, un misterioso treno, proveniente dall’Unione Sovietica, che trasporta gas velenoso camuffato da pesticida. Un vagone speciale, di cui pochi sono a conoscenza, ospita il leggendario oro dei Sorokin, nobili russi sterminati dai bolscevichi. Un carico che potrebbe fare la fortuna di una delle parti in lotta e modificare gli equilibri futuri.

Due registri narrativi si alternano in Babylon Berlin: uno punta ai fatti privati, alle vicende personali, alle ambizioni e ai tormenti dei singoli; l’altro abbraccia gli eventi storici e i momenti collettivi, sfiorando i profili di uomini politici realmente vissuti. Incontriamo il presidente del Reich Paul von Hindenburg, il generale Erich Ludendorff, il ministro degli esteri Gustav Stresemann. E sotto di loro, un pulviscolo di gruppi, bande, uomini associati per motivi di interesse, sette nostalgiche della passata grandezza germanica, masse popolari in movimento. Alfred Nyssen, erede di una famiglia imprenditoriale del ramo dell’acciaio, finanziatore in combutta con l’esercito nero, così risponde al questore August Benda, ebreo, che lo sta interrogando sul carico del convoglio: “gli antiparassitari servono a uccidere i parassiti”. Un linguaggio che evoca sinistri presagi. D’altronde, il leitmotif dei nazionalisti è spesso ripetuto durante la serie: “Un folle disegno di democrazia ha intossicato il Paese”, “Chi è stato a tradire la patria? I socialdemocratici!”, “Andiamo a riconquistare ciò che ci appartiene”. La destra germanica è ritratta nel suo insorgente antisemitismo e nel disprezzo nutrito verso le decisioni ‘umilianti’ seguite alla disfatta del 1918: i trattati di Versailles, la smilitarizzazione forzata, il pagamento dei debiti di guerra… Gli aspri rancori sconquassano nel profondo il tessuto sociale e le complesse architetture istituzionali di una Repubblica dinamica e innovativa, ma attraversata, appunto, da tensioni troppo forti.

Il protagonista maschile di Babylon Berlin, il commissario Gereon Rath, è interpretato da Volker Bruch. Anche lui reduce dal fronte, è costretto ad assumere oppiacei per superare le sue ricorrenti crisi neurologiche, probabili attacchi di panico dovuti a stress post traumatico. Il peso di una tragedia lo perseguita: il ricordo del fratello, scomparso in guerra e dichiarato ufficialmente morto, con il quale condivideva l’amore per la medesima donna. La vedova Helga ora lo ama, ricambiata, nella cornice di una storia clandestina. A Berlino, Gereon consuma il suo apprendistato. I filmini pornografici, recuperati a rischio della propria vita, vengono distrutti su ordine del padre, stimato questore di Colonia. Un gesto che evita scandali e fa scadere la giustizia a simulacro dell’ordine borghese. Tom Twyker si avvale dell’uso di sequenze visivamente allucinate, distorte, sfocate, per segnare le discese agli inferi di Gereon e le sue risalite. Niente è limpido, e ad ogni angolo si nascondono insidie fatali. Il commissario capo Bruno Wolter è un amico o un infiltrato? Chi è il gigantesco prete che lo pedina, poi freddato con un colpo di pistola al termine di una nottata orgiastica? Per quali finalità uno psichiatra lo sottopone, suo malgrado, a sedute di ipnosi?

Liv Lisa Fries è la giovane attrice che presta corpo e volto al principale personaggio femminile, Charlotte (Lotte) Ritter. Figlia dei bassifondi, trova impiego al Moka Efti, salvo arrotondare con ‘prestazioni straordinarie’, apprezzate anche da Bruno Wolter. È un do ut des: Lotte scopre di avere un fiuto per le indagini e accarezza il desiderio di diventare investigatrice, impiego inusuale per una donna negli anni Venti. Wolter promette di darle una mano e di nascondere ogni eventuale denuncia alla Buoncostume. In realtà, Lotte diventa una pedina in mano ad un uomo spregiudicato. Perché nulla, in Babylon Berlin, è ciò che sembra. Svetlana Sorokina si traveste da uomo, e forse non è la nobildonna che tutti credono. I set dei filmini porno sono mascherati da sacre rappresentazioni. L’oro, in un’alchimia al contrario, si trasforma in carbone (e non è una metafora).

Una nota a parte merita Greta. Spinta in strada dalla fame, è assunta dal questore Benda come domestica. Sedotta da un falso militante comunista, in realtà un fervente nazionalsocialista, viene convinta ad assassinare il suo datore di lavoro, bollato come “nemico del popolo” per aver ordinato l’aprite il fuoco sui manifestanti durante i cortei del Primo Maggio. Una macchinazione per “schiacciare lo scarafaggio ebreo”, approfittando dell’ingenuità altrui. L’amica di Lotte cade nel fango quando ormai pensa di aver trovato un posto sicuro, e incarna più di altri il tragico dell’esistenza. Lo scintillio della città cosmopolita cela l’imminente esplosione del male su larga scala.

Recensire una serie del genere provoca un confronto inevitabile, quello con Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder, serie televisiva in tredici puntate girata tra e il 1979 e il 1980, tratta dal capolavoro di Alfred Döblin (un libro definito da Walter Benjamin “il monumento di ciò che è berlinese”). Fassbinder era al culmine del suo fulgore creativo. Nel lungo e inusuale progetto per il piccolo schermo rinunciava alla rappresentazione di esterni concentrandosi sugli spazi angusti, per intensificare la morale claustrofobica della storia, esasperando attraverso un’esibita artificiosità il senso di prigionia covato dai personaggi. In Babylon Berlin Twyker e soci ci restituiscono lo stesso clima di decadenza in un noir fantapolitico, un’opera frutto di immaginazione, certo, eppure aderente allo spirito dell’epoca presa in esame. Anziché colpire gli istinti piccolo borghesi dell’uomo senza qualità Franz Biberkopf da una prospettiva libertaria, si registra qui il desiderio di affondare la lama nell’inconscio represso, nel non-detto, nella logica di rimozione che preannuncia l’eterno ritorno della tragedia umana. La musica, in questa giostra di rivelazioni e svelamenti, gioca un ruolo, non secondario, di strumento liberatorio, di trasformazione ritualizzata.

Molto si è scritto attorno al déja vu. Ma l’espressione è proprio indovinata? Non si dovrebbe parlare di circostanze che ci colpiscono come un’eco, il cui suono originario sembri essere stato emesso in qualche oscuro recesso della vita anteriore? Del resto, è un fatto che lo choc, con cui un istante si presenta come già vissuto, ci colpisce per lo più sotto la specie di un suono. È una parola, un fruscio o una vibrazione, ai quali è stato conferito il potere di rapirci nel gelido avello del passato, la cui volta sembra rimandarci il presente solo come un’eco”. Questo scriveva Walter Benjamin in Infanzia berlinese. Il passato allunga ombre scure e dense sul presente. L’avvertimento è lanciato, ma in quale misura, da chi e da quanti, verrà finalmente colto?

Libri citati:

  • Volker Kutscher, Babylon-Berlin, Feltrinelli, 2017

  • Alfred Döblin, Berlin Alexandeplatz, BUR, 2008

  • Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, Einaudi, 2007

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