Le Journal d’une femme de chambre – The Diary of a Chambermaid ***
Su invito di Said Ben Said, Radu Jude abbandona momentaneamente la sua Romania, per dirigere in una Bordeaux tutta d’interni la sua versione del classico licenzioso e sovversivo di Octave Mirbeau, Il diario di una cameriera.
Pubblicato inizialmente a puntate tre il 1891 e il 1892, quindi rimaneggiato nel 1900, nel pieno dell’Affaire Dreyfus, il romanzo “pur con tutti i suoi difetti, è un libro senza ipocrisia, perché è fatto di vita”.
Dedicandolo all’amico e scrittore Jules Huret, Mirbeau precisa ancora: “Nessuno meglio di lei, e più profondamente di lei, ha infatti sentito, davanti alle maschere umane, la tristezza e la comicità di essere uomini…Quella tristezza che fa ridere, quella comicità che fa piangere le anime nobili, possa lei ritrovarla qui”.
Fedele allo spirito provocatore di Mirbeau, Jude mantiene dell’originale solo la struttura del diario, coprendo un periodo che va dal 23 settembre fino al giorno di Natale, nella vita di Gianina una giovane cameriera originaria della Moldavia rumena: madre sola, ha lasciato la figlia ancora bambina alla nonna nel suo villaggio natale, per cercare una vita diversa in Francia.
Dopo una prima infelice esperienza lavorativa, viene assunta dai Donnadieu, una coppia decisamente benestante col compito di occuparsi del figlio Luen e della casa.
Le giornate trascorrono assecondando i desideri del bambino viziato, cucinando e spolverando la magnifica magione aristocratica in cui vivono i suoi datori di lavoro.
Grazie all’interessamento della madre di Luen, Gianina viene scelta da un gruppo teatrale per mettere in scena una versione brechtiana del lavoro di Mirbeau, con attori non professionisti.
Assistiamo così alle prove dello spettacolo e alla sua progressiva costruzione, bruscamente interrotta quando il protagonista viene rimandato in Algeria dopo un controllo della polizia perché sans papier.
I rapporti tra Gianina e la figlia sono affidati alle continue videochiamate con lei e con la nonna.
Il film di Jude è un altro piccolo diamante grezzo che brilla di verità e ironia. Con lo stile episodico e frammentato che gli è proprio, in questo ancor più indovinato considerata la natura diaristica del racconto, il regista rumeno isola una lunghissima serie di momenti nelle giornate della sua protagonista. Sono scene dalla durata imprevedibile, talvolta di pochi secondi e con un’unica inquadratura, altre più articolate e complesse, tra cui si ricorda in particolare la clamorosa cena con gli amici dei Donnedieu che finisce in una surreale discussione politica sull’Ucraina, coinvolgendo anche la cameriera, testimone di un’Europa dell’est assai poco conosciuta e compresa.
Ma nel film c’è spazio per molte altre cose diverse: una tristissima fiaba rumena raccontata da Gianina a Luen che Jude illustra con le immagini realistiche di rovine e ruderi, al posto di regge e castelli; i ricordi di una ragazza del ’68, tra illusioni e disillusioni; una tragedia sfiorata che rimette tutto in prospettiva.
Anche questa volta Jude mescola sapientemente i registri, facendoci ridere di gusto di noi stessi e delle nostre ipocrisie, poi spingendoci alla commozione e alla riflessione più amara.
Lontanissimo da tutte le celebri versioni cinematografiche precedenti, da Renoir a Buñuel alla più recente di Jacquot, Jude è fedele soprattutto a se stesso, al suo cinema, e allo spirito di Mirbeau, capace di restituire un nuovo affresco dei sommersi e dei salvati nella nostra sempre più imbelle Europa, da una prospettiva che raramente il cinema è riuscito ad abbracciare con così limpida onestà.
Ana Dumitrașcu è un’altra delle scoperte di Jude, Vincent Macaigne è semplicemente inarrestabile nella sua verve comica e Mélanie Thierry si ritaglia un altro piccolo ruolo significativo, così come Marie Rivière, volto simbolo del cinema di Rohmer. Ilinca Manolache, funambolica protagonista di Do Not Expect Too Much from the End of the World, è questa volta la regista teatrale.
Alla Quinzaine.
