Drive My Car

Drive My Car ***

Dopo aver vinto a Berlino, pochi mesi fa, l’Orso d’Argento Gran Premio Speciale della Giuria con Wheel of Fortune and Fantasy, il giapponese Hamaguchi Ryusuke porta in concorso a Cannes il suo ultimo film, un adattamento del racconto omonimo di Murakami, contenuto nella raccolta Uomini senza donne edita nel 2015.

Il lavoro breve dello scrittore diventa un film di tre lunghissime ore, una sorta di road movie stanziale, che fa di una vecchia Saab rossa una sorta di spazio metafisico, tra arte e vita.

Il protagonista è Yusuke Kafuku, un famoso regista e attore teatrale, che vive con una bellissima scrittrice, Oto: tra i due c’è un dialogo fecondo e magico, che non si interrompe mai. Le sceneggiature della donna nascono dall’ispirazione, che arriva travolgente quando fa l’amore con Kafuku.

Ma un volo spostato per il maltempo, svela al marito il tradimento di Oto con l’attore Takatsuki: l’uomo, non visto, silenziosamente si ritrae. Ma quando lei è sul punto di rivelargli l’infedeltà, lui rinvia il più possibile il rientro a casa, trovandola infine senza vita, per un aneurisma.

Passano due anni e Kafuku viene invitato a Hiroshima, per mettere in scena una nuova versione, in diverse lingue, compreso il linguaggio dei segni, dello Zio Vanja di Cechov.

Siccome è affetto da glaucoma, il teatro gli mette a disposizione un’autista, Misaki, che lo accompagni sulla vecchia auto, a cui il regista è affezionatissimo e che all’inizio cede con grande riluttanza.

Il film si dilunga sul casting, le letture delle parti, le prove. Kafuku sceglie come protagonista proprio Takatsuki, l’amante della moglie. Fino ad un imprevisto, che lo spingerà a mettersi in gioco fino in fondo, sul palcoscenico e nella vita.

Il film di Hamaguchi è costruito con una ricercatezza formale, che lascia senza fiato, per lunghi piani fissi, che assecondano la ieraticità statuaria del protagonista Hidetoshi Nishijima, un regista che ascolta gli altri, curioso della vita e dell’umanità altrui, che sta elaborando faticosamente il lutto di un addio imprevedibile e improvviso. E di cui si sente, in qualche modo, colpevole.

Il suo metodo è fatto di lunghissime ripetizioni, registrazioni, ascolti, fino a che ciascuno avrà assorbito il proprio ruolo e quello degli altri in modo naturale.

Su questo assunto Hamaguchi costruisce un filo invisibile che lega i personaggi del suo film e gli attori di Kafuku. E che poi finisce per avvolgere anche Misaki.

Non tutto funziona perfettamente, le ripetizioni teatrali sembrano non finire mai, la svolta drammatica, prima dell’ultimo atto è fragilissima e davvero un po’ troppo scritta e non sempre lo slow cinema di Hamaguchi sembra davvero giustificato.

Ma sono piccole sbavature, in un film sontuoso.

Se la macchina da presa si muove pochissimo e sempre con un motivo, alla ricerca di una perfezione compositiva assoluta, all’interno del quadro, gli attori si scambiano parole infinite, in lunghissimi dialoghi, in cui Hamaguchi spesso porta all’estremo l’idea classica del campo e controcampo, restando spesso proprio sul volto di chi ascolta, piuttosto che su quello di chi sta parlando, con un effetto straordinariamente elegante.

Di più, continuando a mescolare teatro e vita, confessione e finzione, il regista sembra voler cogliere nel volto dei suoi attori una verità poetica, che ne sveli ogni piega dell’animo.

E ci riesce perfettamente aiutato da Cechov e da Murakami, da cui attinge a piene mani.

Se la prima parte, che contiene il lungo prologo con Oto, richiede allo spettatore di entrare lentamente nel ritmo del film, nel suo modo di raccontare e la parte centrale è costruita tutta attorno al tavolo su cui gli attori leggono il testo di Cechov, è nel finale che il film di Hamaguchi trova i suoi momenti più felici, nel lungo dialogo in auto di Kafuku con Takatsuki e poi attraverso l’avvicinamento progressivo con l’autista Misaki.

Il regista entra un passo alla volta nella sua vita, nel suo passato, nei suoi dolori, nei suoi sensi di colpa e la trascina finalmente nel teatro della vita, all’interno delle prove e poi della scena e del film, che si chiude, non a caso, con un epilogo contemporaneo, che si incarica di testimoniare il superamento dei traumi del passato, dei dolori sepolti nella memoria, venendo a patti con la propria storia e con la propria identità.

Drive My Car si chiude con una nota rasserenata, complice, fiduciosa: Misaki ha la stessa età della figlia che Kafuku ha perduto da piccola. Alla fine è lei che eredita quella Saab rossa, che per il regista era un feticcio dentro cui nascondersi, ma anche uno spazio protetto attraverso cui guardare il mondo.  Anche solo aprendo per una volta il tettuccio, per fumare assieme una sigaretta complice nella notte.

Della versione di Vanja che Kafuku porta sulla scena vediamo alla fine solo il monologo di Sonja, che Lee Yoon-a, recita nella lingua dei segni, con le mani che abbracciano il volto del regista.

E’ forse il momento più straordinario di un film che cresce, sedimenta, che chiede allo spettatore un tempo non ordinario, un’attenzione lontana anni luce alle distrazioni odierne e che continua a lavorare nell’inconscio, nello spazio interiore a cui è più difficile arrivare.

In Italia uscirà per Tucker, che lo ha coraggiosamente acquistato, confidando in uno dei premi importati a Cannes.

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