Andrey Zvygintsev è un regista che ha vissuto due volte.
La prima in Russia: nato in Siberia dove studia teatro come attore fino ai vent’anni quando si trasferisce a Mosca per continuare i suoi studi all’Università delle arti teatrali. Per un decennio si divide tra palcoscenico e televisione, poi decide di dedicarsi alla regia. Nel 2003 conquista il Leone d’Oro con la sua opera prima Il ritorno. Nei quindici anni successivi, anche grazie alla collaborazione con il produttore ucraino Alexander Rodnyansky, approda al Festival di Cannes dove presenta The Banishment, Elena, Leviathan e Loveless, con un successo crescente che lo spinge sino alle soglie degli Oscar con due candidature nel 2015 e nel 2018.
La seconda vita ricomincia ora, dopo la malattia e l’esilio dal suo Paese: nel 2020 una reazione avversa al vaccino Sputnik lo costringe al coma per diverse settimane, tra la vita e la morte. Curato in Germania per oltre un anno, con una riabilitazione lunga e faticosa, Zvyagitsev rimane in Europa dopo l’inizio della Guerra in Ucraina e si trasferisce oltralpe nel 2023.
Qui lavora al remake di un classico di Chabrol del 1969, Stéphane, una moglie infedele, già rifatto negli Stati Uniti da Adrian Lyne nel 2002. Trova nuovi produttori nei francesi di mk2, ma decide tuttavia di girare Minotaur nella sua lingua e di ambientarlo in Russia, proprio all’inizio dell’invasione ucraina, girando in Lituania.
Gleb è un imprenditore che occupa “metà degli abitanti del suo paese”. Conosce il sindaco e gli altri uomini che contano e vive in una bellissima casa in riva al lago, con la moglie Galina e il figlio adolescente Seryozha.
Lo scoppio del conflitto in Ucraina ha mandato nel panico le sue aziende: il rischio di essere arruolati alla leva obbligatoria e mandati al fronte è troppo grande e già 3 impiegati hanno lasciato e altri 4 meditano di farlo. Il sindaco ha avuto ordini dal ministero di richiedere a ciascuno dei maggiori imprenditori delle liste di arruolabili da tutte le realtà del territorio, per raggiungere la quota stabilita.
Gleb tuttavia ha una preoccupazione più grande. Il suo matrimonio si sta sfaldando, anche in ragione delle sue infedeltà. Una cena assieme ai suoi amici e alla nuova avvenente compagna di uno di loro peggiora le cose. Gleb sospetta inoltre che la bellissima moglie abbia un amante. Incarica così il capo della sua security di fare delle indagini e il risultato è quello atteso.
Galina si vede con un giovane fotografo Anton, più giovane e divorziato: quei pomeriggi misteriosi ora si riempiono di senso.
Un pomeriggio Gleb si reca nell’appartamento di Anton cercando un impossibile confronto: finirà malissimo.
Attraversato continuamente dalle tensioni della guerra appena scoppiata, Minotaur recupera molti dei temi che Zvyagintsev ha raccontato nei suoi film precedenti: c’è la ferocia della nuova Russia già al centro Loveless, c’è il tradimento attorno a cui ruota The Banishment, c’è il delitto senza castigo di Elena, ci sono il peso del destino e la complicità delle autorità di Leviathan.
Minotaur è una sorta di film-mondo, che sembra voler riprendere tutti i fili di un discorso interrotto bruscamente otto anni fa, con una chiarezza che forse una volta Zvyagintsev non poteva permettersi. Eppure talvolta la censura e i limiti favoriscono un lavoro di maggiore profondità e complessità.
La dimensione politica è centrale e viene integrata perfettamente nell’intreccio: consente a Gleb di coprire le tracce, di far sparire i testimoni, continuando a prosperare sulla retorica degli eroi e dei sacrificabili.
Il film ha la stessa amarezza dei precedenti, ma si concentra su una storia più piccola, una semplice infedeltà che chiede vendetta e solo a un secondo livello riesce a far emergere il clima cupo e frastornato di un paese che vede passare i treni merci con i carri armati verso il fronte e promette 495.000 rubli (6.000 euro circa) ai volontari.
Questa volta anche le donne ne escono malissimo: Galina piange l’amante perduto per poche ore poi, quando comprende la verità, decide di assecondare la legge del più forte e si adagia sulla versione di comodo che le consente di non perdere i suoi privilegi borghesi.
Nel frattempo la polizia ha intuito il colpevole, ma non può fare nulla. La ragion di stato prevale su ogni cosa. E così mentre le truppe partono per il fronte, Gleb e Galina si rinchiudono nella loro magnifica e confortevole casa di design. Il male ha molte facce, non tutte appaiono mostruose come le immagineremmo.
Zvyagitsev continua a fare un cinema profondamente umanista e a indagare il suo Paese anche dall’esilio, incapace di assolvere la sua brutalità.

