4 mesi 3 settimane 2 giorni

“Non sono un fan di questi film di nicchia che verranno visti da poche persone in una piccola stanza. Cerco sempre di realizzare pellicole nelle quali, sin dall’inizio, non si capisca cosa accadrà.”

 “Non amo fare film su storie inventate, preferisco narrare storie vere che conosco, che mi sono state raccontate o che ho vissuto in prima persona”

Christian Mungiu, 2007

Qual è l’obiettivo che deve porsi la giuria di un grande festival internazionale? Come scegliere, tra le opere presentate in concorso, quella a cui riconoscere il premio più prestigioso?

Quali criteri occorre seguire, quale idea di cinema si vuole promuovere, al di là dei compromessi inevitabili in ogni consesso?

Se uno dei canoni è quello di scoprire nuovi autori e movimenti, consentendo alle loro opere di travalicare gli angusti confini festivalieri, per aprirsi al pubblico internazionale, allora la Palma d’Oro, assegnata a 4 mesi 3 settimane 2 giorni, è certamente un premio meritato ed ineccepibile.

Il concorso della sessantesima edizione era ricchissimo di autori, percorsi e sguardi originali: dai Coen ritrovati del sontuoso No country for old men, al miglior Van Sant di Paranoid Park, dalle ossessioni anni ’70 di Fincher, alla Luce silenziosa di Reygadas, fino al Tarantino più esplicitamente autoriflessivo e godardiano di Death Proof, per non parlare del Soffio di Kim Ki-Duk e delle iperboli visive di Schnabel e Wong Kar-Wai.

Eppure la giuria, guidata da Stephen Frears, ha scelto il piccolo film rumeno di Mungiu, presentato, con successo, il primo giorno del festival.

Contemporaneamente, ad Un certain regard ha trionfato California Dreamin’, opera prima di Christian Nemescu, altro regista rumeno, prematuramente scomparso, quasi a voler segnalare con evidenza la forza di una nouvelle vague, che ha saputo proporre negli ultimi anni film interessanti come Train de Vie e Vai e vivrai di Mihaileanu, The death of Mr.Lazarescu di Puiu, Ad est di Bucarest di Porumboiu.

4 mesi 3 settimane 2 giorni è solamente il terzo film di Mungiu – dopo l’esordio grottesco di Occident e l’episodio Turkey Girl nel film collettivo Lost and Found – ma rivela una notevole maturità espressiva.

Il regista l’ha pensato come il primo di una galleria di ritratti del suo paese, negli anni del comunismo, intitolata ironicamente Tales from the Golden Age.

Il film si apre nella stanza di un pensionato per studentesse, dove vivono Gabita ed Otilia.

La stanza è fatiscente, i colori tendono al grigio, c’è un piccolissimo acquario: potrebbe essere anche una prigione o un riformatorio.

Vediamo le due ragazze indaffarate a preparare bagagli ed a recuperare saponi e sigarette al mercato nero: siamo nella Romania di Ceausescu alla fine degli anni ’80.

Sulle prime non si comprendono chiaramente il motivi che spingono le due studentesse, ma nel corso della lunga giornata, scopriremo che non c’è nessun viaggio da fare: Gabita è incinta di un bambino che non può tenere ed Otilia la sta aiutando ad abortire.

Fin dal 1966 l’aborto e qualsiasi forma di contraccezione sono proibiti dal regime, che pretende di governare lo sviluppo demografico con lo stesso rigore con cui gestisce il potere.

Mungiu cerca di scoprire le sue carte, poco per volta.

I silenzi, il non detto, l’assenza di musica sono forse il modo migliore per parlare di quegli anni, senza enfasi e senza prediche.

Il comunismo è quasi al capolinea: delle speranze e dei miti dell’ideologia, non resta che la cappa di conformismo, di ottusità, di intimidazione poliziesca.

E’ un universo rancido, quello descritto da Mungiu, fatto di servi impotenti e anime in pena, colto alla vigilia della rivoluzione.

La straordinaria umanità di Otilia, il suo modo di affrontare la vita occupandosi di tutti, in continuo movimento, non sembra rispecchiarsi in un mondo chiuso, privo di solidarietà umana o compassione per il prossimo.

Assillata da uno stupido fidanzato, che vuole invitarla a tutti i costi a casa, per il compleanno della madre, cerca di aiutare l’amica Gabita, che pure non sembra rendersi conto della gravità della sua scelta e delle conseguenze di un atto, proibito dal regime.

Otilia è convinta che la sua volontà ed il suo fare possano contribuire a risolvere i problemi: si incarica allora della macchinosa organizzazione.

Raccoglie i soldi per l’intervento clandestino, passa la mattina ed il pomeriggio, cercando di prenotare una stanza d’albergo, per eseguire l’operazione e poi incontra l’uomo che dovrebbe aiutare l’amica ad abortire, il terribile signor Bebe.

Quest’ultimo è solo un misero opportunista di regime, che occulta dietro un professionismo vile e di facciata, l’animo spietato di un aguzzino.

Il prezzo da pagare per l’ingenuità di Gabita non si misura solo col denaro, ma con la violenza e la degradazione più umiliante.

Il centro strutturale del film è forse proprio lì, nel bagno di quella stanza d’albergo, dove la macchina da presa di Mungiu si rifugia, impotente, mentre le due ragazze vengono stuprate dal signor Bebe.

Le scene della prima parte finiscono per rispecchiarsi in quelle della seconda: gli stessi personaggi, le stesse situazioni, gli stessi duetti, eppure profondamente diversi, prima e dopo quella stanza d’albergo.[1]

Subìto l’intervento, Gabita rimane da sola: Otilia raggiunge il fidanzato Adi e pranza con i suoi genitori e con dei loro amici, in una delle scene più illuminanti del film.

La protagonista è sconvolta, turbata: porta su di sé il dramma di una colpa non sua, ma si scontra con la superficialità e le prove d’amore infantili di Adi, incapace di comprendere quello che la ragazza non ha il coraggio di rivelargli.

Quando ritorna nella stanza d’hotel, Gabita ha ormai abortito.

La sera a cena, le due ragazze si ripromettono di non farne parola con nessuno.

Mungiu ha girato il film con una sola inquadratura per ogni sequenza.

La macchina da presa, in esterni, segue o precede i personaggi, emulando i pedinamenti dei Dardenne, mentre negli interni prevalgono i piani fissi, nei quali il campo ed il fuori campo finiscono per confondersi.

La scelta di ridurre al minimo il decoupage tradizionale, preferendo quello interno ai piani sequenza, è una scelta coraggiosa, da parte del giovane rumeno.

Mungiu sa sempre da che parte stare: la sua macchina da presa non ha incertezze, non ha la necessità di lasciare al montaggio la correzione di errori e mancanze. Ci sono voluti solo tre giorni per l’editing del film.

La fotografia di Oleg Mutu è notevole nel restituire il grigiore ottundente del regime ed un’atmosfera quasi da film dell’orrore, in cui ci si attende sempre il peggio.

La protagonista Otilia è interpretata da Anamaria Marinca con grande economia espressiva e straordinaria sincerità, sintetizzati magnificamente nella scena a casa di Adi, nella quale la macchina da presa la pone al centro di una tavola, pian piano sempre più ostile ed indifferente.

La sua fiducia iniziale si trasforma in assillo, preoccupazione, delusione, rabbia ed infine nel desiderio di essere altrove, forse di non vedere più nessuno: neppure l’amica Gabita.

Mungiu ha rifiutato una lettura puramente politica e si è tenuto giustamente distante dalle polemiche sull’aborto.

Il suo film vuol essere anche lo straordinario ritratto di una donna, che cerca in ogni modo di sopravvivere, senza andare a fondo.

La sua determinazione, l’ammirevole forza di volontà si scontrano con il conformismo e l’abiezione più degradante.

Il film sfugge ad ogni interpretazione univoca, dipingendo un affresco complesso ed amarissimo.

Si è parlato a lungo della sequenza più scioccante del film, nella quale Otilia scopre, nel bagno della stanza d’hotel, il feto, avvolto in un asciugamano.

A molti è sembrato un urlo straziante, nel contesto di un film dal linguaggio misurato, preciso, implacabile.

Eppure era forse necessario mostrare, sino in fondo, l’ineliminabile squallore in cui stanno Otilia e Gabita… perché si deve vedere, perché non si può non vedere, perché è lì che la vicenda si arena… tutti, i vivi e i morti, ugualmente perduti.[2]

4 mesi 3 settimane 2 giorni ***


[1] Cfr. Mauro Caron, 4 mesi 3 settimane 2 giorni

[2] Bruno Fornara, 4 luni, 3 saptamini si 2 zile, Cineforum n.466

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9 pensieri riguardo “4 mesi 3 settimane 2 giorni”

  1. […] Ci sono poi quelli che vorrebbero essere sulla Croisette: In The Fog dell’ucraino Sergei Loznitsa, già in concorso con My joy, Après mai del francese Olivier Assayas, The We and the I del suo connazionale Michel Gondry, la trilogia Paradise dell’austriaco Ulrich Seidl, Another Country del coreano Hong Sang-soo con Isabelle Huppert, The Taste of Money del suo connazionale Im Sang-soo e Laurence Anyways del canadese Xavier Dolan, che ha portato a Cannes i due film precedenti, I killed my mother e Les amours imaginaires. C’è anche qualche speranza per il nuovo film di Cristian Mungiu (4 mesi 3 settimane 2 giorni). […]

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