Le voyage du ballon rouge

Il realismo non può avere, nell’arte, che una posizione dialettica: è più una reazione che una verità”

André Bazin

Le voyage du ballon rouge è il primo film di Hou Hsiao Hsien girato in francese, come esplicito omaggio al film del 1956 di Albert Lamorisse.

Il regista taiwanese è stato insieme ad Edward Yang l’esponente di spicco della Nouvelle Vague della piccola isola, nel corso degli anni ottanta.

Pur essendosi diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte, il lungo apprendistato presso la Central Motion Picture Company, la casa di produzione più importante del paese, lo ha spinto ad un approccio pragmatico con la macchina-cinema.

I suoi primi film sono commedie musicali, opere su commissione, che Hou Hsiao Hsien finirà per ripudiare, una volta che la sua idea di cinema come espressione artistica ed autoriale si sarà consolidata.

Peraltro, il senso della storia e la fedeltà al racconto non lo abbandoneranno mai, nel corso degli anni.

Dopo le prime opere di stampo autobiografico, venate di nostalgia, Hou concepisce un’ambiziosa trilogia sulla storia di Taiwan nel XX secolo che si apre con Città Dolente, premiato a Venezia con il Leone d’Oro nel 1989, seguito da quello che molti considerano il suo capolavoro, Il maestro di marionette, summa del suo stile degli inizi, fatto di lunghi piani-sequenza, inquadrature fisse, profondità di campo, grande consapevolezza della messa in scena e della dimensione spaziale dell’inquadratura, accompagnate da una narrazione ellittica e privata di qualsiasi enfasi drammatica.

Il terzo film, Good men, good women, è la sua opera più complessa, che fonde tre livelli temporali diversi, in una sorta di ponte verso l’evoluzione stilistica degli anni ’90: una parte è filmata in bianco e nero, secondo lo stile consueto, fatto di inquadrature fisse e lunghi piani, mentre la cornice moderna è del tutto inedita, con movimenti di macchina, colori antinaturalisti ed un impianto narrativo più complesso.

Superata la fase dei ricordi e gli obblighi verso la storia, la svolta arriva con due film di genere: Goodbye South Goodbye del 1996, che racconta la vita di tre gangster, attraverso soggettive inconsuete e spiazzanti, camera-car, carrelli ed una narrazione più libera dalla consueta sintassi e Flowers of Shanghai, ambientato per la prima volta fuori da Taiwan.

E’ una piccola rivoluzione formale per il cinema di Hou Hsiao Hsien: il racconto degli eleganti bordelli della dinastia Quing, concessi agli inglesi alla fine dell’ottocento, viene raccontato con lunghi quadri in cui la steadycam non smette mai di seguire i suoi personaggi, in un movimento continuo, che si apre e si conclude con una dissolvenza in nero.

La narrazione si frantuma ancora di più, l’apparente mobilità della macchina da presa si traduce paradossalmente in una percezione del tutto parziale e soggettiva dell’ambiente: l’iperdinamismo non altera l’atteggiamento interrogativo verso la realtà,[1] che è la costante del cinema di Hou Hsiao Hsien, anche se l’antinaturalismo della messa in scena finisce per scardinare il racconto.

Le opere del nuovo secolo, da Millennium Mambo a Cafè Lumiére hanno accentuato la maturazione di Hou verso un linguaggio, capace di adattarsi alla storia ed ai personaggi, aderendo realisticamente al mondo raccontato, senza scelte dogmatiche di regia.

Forse in tal modo Hou Hsiao Hsien è riuscito a fare pienamente proprio quel concetto di cinema realista, caro a Bazin, fatto di astrazione, convenzioni e realtà autentica, riassumibile in una sorta di illusione di realtà.[2]

La sua ultima opera, presentata a Cannes nella sezione Un certain regard, sembra quasi un ritorno all’essenzialità degli esordi.

La macchina da presa è quasi sempre fissa, le inquadrature si dilatano in lunghi piani sequenza che si susseguono, annullando qualsiasi dialettica tradizionale.

Solo la prima e l’ultima inquadratura ci fanno scoprire qualcosa di Parigi: il film si apre seguendo un palloncino rosso dalla fermata del metro di Place de la Bastille e si chiude seguendo lo stesso palloncino sui tetti, sullo sfondo di Notre Dame.

Le voyage du ballon rouge gli è stato commissionato dal Musée d’Orsay di Parigi.

Hou Hsiao Hsien riprende lo spunto iniziale del palloncino rosso, che sembra seguire il piccolo Simon nella metropolitana e poi a casa, per dipingerne un ritratto affascinante.

La regia di Hou si sostituisce al palloncino, osservando la famiglia di Simon a partire dalla madre Suzanne – interpretata con straordinaria forza e generosità da Juliette Binoche – direttrice di un teatro di marionette cinesi, per cui presta anche la voce.

Il padre è assente, artist in residence a Montreal, e probabilmente non tornerà.

La sorella di Simon, Louise, è invece a Bruxelles a studiare e neppure lei è ansiosa di ritornare a Parigi.

Simon è quindi affidato a Song, una studentessa di cinema, che lo va a prendere all’uscita da scuola e gli tiene compagnia, finchè la madre non ritorna a casa.

Nel piccolo loft in cui vivono, si alternano maestri di pianoforte, avvocati, operai, vicini di casa invadenti e morosi.

Suzanne è sempre sull’orlo di una crisi di nervi, bisognosa dell’affetto e della compagni dei suoi figli.

Song – calma, serafica – ne è quasi il riflesso e filma Simon lungo le strade di Parigi con un palloncino rosso, cercando di emulare la magia del piccolo film del ’56.

La ragazza si occupa anche di trasferire i super 8 di Suzanne su dvd, regalando a Simon immagini inedite del nonno, maestro di marionette, e della sorella Louise.

Il film procede per lunghi piani-sequenza, soprattutto in interni: nell’appartamento di Suzanne, sul treno, nel teatro di marionette, ma anche in macchina o su un taxi e nei bar e nelle boulangerie, frequentate da Simon.

Spesso Hou riprende i suoi personaggi attraverso le vetrine, nei riflessi di un flipper o in quelli di un finestrino, quasi avesse paura di lasciarsi coinvolgere troppo dalle storie dei suoi personaggi.

La narrazione procede per ellissi, ma è straordinariamente rigorosa: si entra quasi in punta di piedi nella vita di Suzanne, Simon e Song ed anche i momenti di difficoltà ed ansia si risolvono nella levità dello stile rarefatto di Hou, capace di riflettere con la consueta maestria sulla dissoluzione della famiglia e sulla solitudine nelle città contemporanee.

La macchina da presa di Mark Ping Bing Lee è come di consueto capace di afferrare l’essenza stessa dei personaggi, con la forza con cui scava nei loro volti e nei loro piccoli gesti.

I lunghi piani sequenza accolgono spesso diversi personaggi in movimento e molti elementi narrativi diversi: basterebbe la scena di quasi otto minuti, in cui l’accordatore cerca di sistemare il pianoforte, mentre Simon risponde a telefono, Song è in cucina e Suzanne litiga col vicino di casa, per capire quanto la staticità del linguaggio cinematografico di Hou Hsiao Hsien sia solo apparente e le sue lunghissime inquadrature risolvano, al loro interno, le necessità del montaggio tradizionale: out of this caos – Simon playing, Suzanne yelling, the piano tuner tuning and Song simply moving among them – Mr. Hou creates the world.[3]

Hou ha scritto la sceneggiatura come in film muto. Non conoscendo il francese si è limitato a costruire un canovaccio sul quale ha chiesto agli attori di creare i loro caratteri ed improvvisare le battute.

His movies are like the ocean, rhythmic, hypnotic, seemingly pacific yet roiling with color, motion and drama… making the distance between art and life virtually indiscernible.[4]

Alla fine, mentre Simon assieme ai propri compagni di classe visita il Musée d’Orsay, soffermandosi proprio su un dipinto di Felix Vallotton intitolato “Le ballon”, ricompare il palloncino rosso dell’inizio, che sembra abbandonare Simon, per volare sopra i tetti di Parigi in cerca, forse, di qualche altra storia da raccontare.

Le voyage du ballon rouge ***


[1] Jonny Costantino, Hou Hsiao Hsien e il piano-sequenza, Cineforum n.420

[2] André Bazin, Il realismo cinematografico e la scuola italiana della Liberazione, in Che cos’è il cinema, Garzanti, Milano, 1999

[3] Manhola Dargis, Another balloon over Paris, with lives adrift below, New York Times, 4.4.2008

[4] John Anderson, Flight of red balloon: a soaring achievement, The Washington Post, 18.4.2008

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