Zodiac

“Credo che il mio non sia un film su un serial killer, ma un film giornalistico.

E’ la storia della ricerca della verità, dello sforzo che fa la mente umana nel tentativo di riordinare il caos.”

David Fincher, 2007

Presentato in concorso al Festival di Cannes – dopo cinque anni di silenzio, seguiti al controverso Panic Room – il nuovo film di David Fincher  è una minuziosa ricostruzione delle indagini sul serial killer, che ha terrorizzato la baia di San Francisco, tra la fine degli anni sessanta e la prima metà dei settanta.

Dal regista di Se7en e Fight club ci si poteva attendere un altro thriller rutilante, un altro racconto frammentato ed esplosivo: big emotions, massive denouments, portentousness, flamboyance.[1]

Invece Fincher sembra aver superato gli eccessi narrativi delle sue opere più celebrate, preferendo un’economia espressiva che trasporta il film verso i sentieri di un’indagine a molti livelli, che si divide tra il dipartimento di polizia e la redazione del San Francisco Chronicle.

I meccanismi della detection tradizionale vengono completamente stravolti: l’iconografia classica dell’eroe solitario, che ricostruisce deduttivamente o grazie all’intuito la scena del delitto ed incastra il colpevole con la forza o con l’astuzia, qui è clamorosamente disattesa.

I protagonisti sono addirittura tre, le indagini non arrivano mai a nulla ed anche se il racconto ci conduce ad ipotizzare delle responsabilità precise, il colpevole sfugge alla giustizia.

Zodiac è un film complesso, terribilmente ambizioso: è il racconto di un’ossessione e di un fallimento bruciante, che la perpetua, e che finisce per divorare la vita dei suoi protagonisti.

Se i primi film di Fincher potevano apparire più superficialmente post-moderni, nel loro stile iperbolico, nel nichilismo di fondo e nel lavoro di riscrittura del genere, con Zodiac il regista compie un’operazione ancora più radicale, creando un labirinto senza uscita, nel quale si perdono tutte le coordinate narrative.

Il thriller diventa un poliziesco, poi un film d’inchiesta, infine il racconto drammatico di una sconfitta, con momenti di vero terrore.

Fincher preferisce dipingere l’affresco di un’intera città sotto scacco, con la polizia e la stampa incapaci di mettere ordine nel caos. 

Zodiac è diviso in tre parti, che non si conformano alle tradizionali unità narrative: il regista segue i protagonisti nel loro metaforico passaggio di testimone, alla ricerca di una verità impossibile da raggiungere.

Il film si apre con il primo brutale omicidio del killer, in una piazzola di sosta, nei pressi di Vallejo, seguito poco dopo da quello ancora più efferato, consumato nella Napa Valley.

Ma invece di seguire la scia dei delitti, nella prima parte, il regista si dedica all’analisi degli effetti, provocati dagli assalti di Zodiac, sull’opinione pubblica e sulla stampa, in particolare.

Il killer ha sete di notorietà ed invia una prima lettera cifrata al San Francisco Chronicle, dove si occupa del caso il brillante e dissoluto reporter Paul Avery.

Il messaggio suscita la curiosità anche del giovane vignettista del giornale, Robert Graysmith.

Avery, con i suoi metodi poco ortodossi e la sua sfrontatezza dandy, diventa parte del complesso gioco mediatico orchestrato da Zodiac, che finisce per ‘dedicare’ una lettera cifrata anche al reporter.

Quando però il killer si sposta a San Francisco per uccidere un taxista, in una delle sequenze più stupefacenti del film, entra in gioco la polizia metropolitana ed il famoso detective David Toschi.

Accompagnato dal collega William Armstrong, Toschi è un’icona del SFPD ed ha persino insegnato a Steve McQueen come portare la pistola in Bullitt.

Toschi ed Armstrong cercano di mettere ordine nelle indagini condotte inizialmente  nelle due contee, ma sono travolti dalla proliferazione di segni, simboli e false piste, disseminate da Zodiac.

La detection li porta porta a sospettare di un molestatore, impiegato presso una raffineria, Arthur Leigh Allen, ma le prove grafologiche sono inconclusive e lo scarso coordinamento con gli investigatori degli altri delitti, finirà per rendere vane le indagini.

Toschi, contrariamente ai poliziotti fuori dagli schemi dei primi anni ’70 è un ufficiale who does things by the book, because he believes in the book.[2]

Ma seguire le regole può essere molto frustrante, soprattutto quando ci si riconosce sul grande schermo, completamente travisati, come capita a Toschi in una surreale anteprima di Dirty Harry, film che prende a prestito molti elementi del caso Zodiac, ma che termina con l’esecuzione del killer in un stadio vuoto.

Toschi appare impotente di fronte alla sua nemesi cinematografica, rassegnato al fallimento: “they already making movies about it”.

Ma quando l’alcool e l’autodistruzione hanno la meglio su Avery ed la polizia inevitabilmente è costretta ad inseguire l’attualità criminale, è proprio il giovane vignettista Graysmith a farsi carico di ricominciare da capo le indagini, cercando di superare le incomprensioni e le gelosie tra dipartimenti di polizia e gli errori commessi, raccogliendo una mole impressionante di dati ed informazioni, che finiscono però per compromettere i suoi rapporti sociali e l’integrità della sua famiglia.

La moglie ed i figli l’abbandonano in una casa diventata una sorta di mausoleo al caso Zodiac.

L’ossessione di Graysmith si rispecchia in quella di Fincher: il regista, così come il suo personaggio, non solo si preoccupa di ricostruire minuziosamente la realtà dei fatti, restando fedele ai risultati delle indagini ufficiali, ma cerca di restituire le atmosfere e la tensione di un’intera città.

La fotografia digitale di Harris Savides, che sfrutta i colori e caldi e la luce del tramonto di San Francisco, le scenografie straordinariamente evocative di Donald Graham Burt e la colonna sonora di David Shire aiutano a restituire questa straordinaria fedeltà storica.

Fincher aveva 6-7 anni all’epoca dei delitti di Zodiac ed evidentemente ha vissuto la città, in quegli anni, da una prospettiva del tutto originale.

Il film accumula indizi, prove, racconta i fatti e gli sforzi inesausti dei tre protagonisti, con la stessa passione del Pakula di Tutti gli uomini del presidente.

La redazione del Chronicle assomiglia moltissimo a quella del Washington Post, dove lavoravano Woodward e Bernstein, immortalati nel film del 1976.

Con la grande differenza che qui Fincher mette in scena uno scacco, una sconfitta bruciante: in un vertiginoso salto meta testuale  l’infruttuosa inchiesta di Avery, Graysmith e Toschi su Zodiac, riflette la frustrazione dello spettatore, che cerca un senso univoco in Zodiac… questa frustrazione deriva inevitabilmente da una serie di aspettative, legate al genere ed all’autore, che Fincher sistematicamente disattende.[3]

Zodiac racconta l’errore che si annida nella mole impressionante di prove e piste investigative: Graysmith, che eredita il caso quando tutti l’abbandonano, è, in fondo, solo un giovane vignettista.

La sua dedizione e la sua ingenuità provocano gli unici momenti di vero terrore del film: quando riceve le telefonate mute nel cuore della notte e quando capita nello scantinato di una vecchia conoscenza del sospettato, che finisce per rivelarsi un probabile complice.

Interpretato con magnifica adesione dai tre protagonisti, Zodiac trova in Robert Downey jr, un Avery sempre sopra le righe, in Mark Ruffalo, un Toschi più vicino ad un giovane Colombo che all’Ispettore Callahan ed in Jack Gyllenhall un Graysmith tenace e convincente.

In Fight club c’era troppo… in Panic room la macchina da presa volava dovunque, onnipotente ed onnisciente. Zodiac è invece un film sulle cose che si consumano, invecchiano e semplicemente (umanamente) scompaiono,[4] un film sulla ricerca della verità, che è spesso impossibile da ricostruire, nonostante i nostri tentativi più ostinati.

Zodiac ***1/2


[1] Nathan Lee, To catch a predator, Village Voice, 20.2.2007

[2] Roger Ebert, Chicago Sun-Times, Zodiac, 24.8.2007

[3] Mauro Resmini, Zodiac, Segnocinema n.146

[4] Luca Malavasi, I contatti del disegnatore, Cineforum n.456

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