Exiled

“I want to create memorable characters”  

Johnnie To, 2004

Nella prima importante ricognizione critica sul cinema di Hong Kong del Luglio 1998[1], a cura di Alberto Pezzotta, Johnnie To non era nemmeno nominato.

Nonostante avesse già diretto una ventina lungometraggi, l’unico suo film citato era The Heroic Trio, forse grazie alla presenza di Maggie Cheung, Michelle Yeoh e Anita Mui ed al successo europeo di un soggetto così insolito.[2]

Nella seconda analisi del luglio 2002,[3] la presenza del cinema di Johnnie To è predominante, fin dall’apparato iconografico.

In mezzo c’è la nascita della Milky Way, la casa di produzione di To e Wai Ka-Fai, nella quale il regista ha potuto trovare lo spazio per perseguire il proprio percorso autoriale, attraverso – e spesso contro – i generi, decostruendo le convenzioni narrative ed   innestando massicce dosi di cupo realismo, pessimismo e humor nero nella visione romantica del milieu criminale.

Nella prima fase, dopo la fondazione del 1996, i progetti della Milky Way, ispirandosi alla libertà formale della Nouvelle Vague francese ed alle prime opere di J.L.Godard, sperimentavano nell’ambito del noir, riducendo spesso le storie a pura forma, stilizzata, rarefatta.

Too many ways to be number one (1997), Expect the unexpected (1998) o A hero never Dies (1998) rappresentavano il tentativo di superare e archiviare i padri della new wave hongkonghese John Woo e Tsui Hark, pagando un debito evidente al cinema di Takeshi Kitano, che in Giappone stava rivoluzionando la figura del gangster della yakuza.

Peraltro tale tentativo avanguardistico, che cercava di coniugare ricerca formale e temi popolari, si è scontrato con la dura realtà di un’industria cinematografica locale allo sbando, preda della stessa crisi che attraversava la società e l’economia di Hong Kong, con il ritorno alla Cina.

Nel 1997 gli incassi ed il numero di film prodotti nella colonia britannica si erano dimezzati, sotto la spinta di diversi fattori: innanzitutto la fuga a Hollywood di tutti coloro che avevano creato il successo del cinema hongkonghese, a partire dalla metà degli anni ’80, quindi il cinismo dei produttori pronti a sfornare sequel e film fotocopia, pur di replicare immediatamente formule di successo, nonché la sempre più forte concorrenza globale e la mancata apertura del mercato cinese.[4]

Johnnie To ha quindi cercato, da quel momento in avanti, di alternare opere più accessibili e commercialmente redditizie – commedie, film romantici, farse in costume – al proprio percorso autoriale, con una prolificità inconsueta nel cinema occidentale.

Peraltro oltre ai film in cui To è esplicitamente accreditato come regista o co-regista, occorre considerare anche tutti gli altri film prodotti, ma non diretti da To, che rappresentano profondamente lo “stile Milky Way”.

Ad Hong Kong la stessa concezione di produttore complica la nozione occidentale di auteur: non a caso, in cantonese, il segno usato per indicare il produttore si traduce con scrittore-regista.[5]

Exiled, quarantaquattresimo film di To, presentato a Venezia in anteprima mondiale, riunisce quattro dei cinque gangsters, già protagonisti di The Mission (1999), ma non vuole esserne un sequel, né un remake, piuttosto una variazione nell’ambito dello stesso ambiente criminale.

All’austerità, alle attese ed all’economia stilistica e narrativa di The Mission, To sostituisce le sparatorie fiammeggianti e la suspense fatalista di Exiled, che segna, a mio avviso, uno dei vertici assoluti della sua carriera, suggellato dalla presenza nel concorso veneziano.

To, a differenza del dittico di Election, che racconta le triadi in modo realistico, con Exiled, così come già con The Mission, si concede un’opera di pura fantasia, che segue il percorso segnato dagli altri gangster-film di Hong Kong, with everyone shooting guns all the time.[6]

Ma mentre il film del 1999 prosciugava i topoi del genere, fino all’astrazione formale più assoluta, raccontando per buona parte dei suoi 85 minuti, i silenzi e la noia dei cinque killers, assoldati come guardie del corpo, Exiled è l’omaggio di To ad un cinema barocco e malinconico, in cui le grandi vicende sono già accadute, rimangono le rovine del passato dei protagonisti e di un cinema trascorso.[7]

Exiled racconta la storia di un killer di nome Wo che, dopo aver tentato di uccidere Fei, un boss corrotto delle triadi, si rifugia a Macao, insieme alla moglie ed al figlio, appena nato, cercando di sfuggire all’inevitabile vendetta.

Due gangsters, Blade e Fat, sono incaricati di portare a termine il “contratto”, altri due, Tai e Mike, cercano di fermarli ad ogni costo.

Dopo una vertiginosa sequenza iniziale in cui la tensione cresce fino ad un inevitabile ed elegantissimo ‘triello’, il gruppo decide di sedersi attorno ad un tavolo: sono infatti vecchi amici e soci, messi l’uno contro l’altro solo dalla crudeltà del destino criminale.

Come cavalieri senza padrone, i cinque decidono di porre la lealtà davanti a tutto: si metteranno contro il boss Fei, esiliati in una Macao in procinto di essere restituita alla Cina.

L’atmosfera elegiaca è evidente sin dalle prime immagini, capaci di creare la tensione attraverso attese insostenibili, sguardi incrociati e sparatorie geometriche, rigorose, dilatate nello spazio e nel tempo.

Potrebbe sembrare un omaggio al cinema stilizzato di Sergio Leone – e molti ci sono cascati – ma To non sa che farsene del nichilismo utilitaristico della “trilogia del dollaro”.

Il suo vero punto di riferimento sono i fuorilegge di Sam Peckinpah, che condividono con i cinque killers di To il medesimo cameratismo ed un codice di valori fondato sull’onore, sull’amicizia virile e su un romanticismo fatalista, che li spinge a scegliere le loro mosse successive, con l’aiuto di una monetina.

L’esilio del titolo è quindi tutto metaforico.

Nella deriva dei generi, in cui un film di gangster ambientato nel far east, appare come l’ultima incarnazione western del “mucchio selvaggio”, la maestosa eleganza di To si incarica di creare uno spettacolo visivo formidabile, fatto di scintille, proiettili, drappi, nuvole di fumo e sangue, in cui ogni elemento scenografico è essenziale allo spettacolo, persino una semplice lattina.[8]

Exiled supera i confini del noir e del gangster, assumendo le forme di un poema epico in onore al cinema di genere, di cui non riesce a far parte fino in fondo.

Così come accade per i film Tarantino, le opere di To, pur partendo da un codice preciso e riconoscibile, lo reinterpretano in maniera del tutto personale, trascendendone gli esiti.

Dopo la tensione generata dalla sequenza iniziale, il film procede come una gara contro il tempo per tentare di emendare gli errori del passato: i cinque protagonisti si trovano in una sorta di purgatorio nel quale ogni scelta li porta su un terreno ancora più pericoloso, segnato dal destino.[9]

To è coadiuvato da un gruppo di attori in stato di grazia, tra i quali spiccano il volto surreale e rotondo di Lam Suet e la tormentata maschera bogartiana di Anthony Wong, nella parte di Blaze, che si fa carico del tradimento del boss Fei, modificando così il destino di tutti.

La superba fotografia di Cheung Siu Keung, storico collaboratore di To, in cui si alternano dominanti cromatiche rosse e blu, raggiunge l’apice nelle scene notturne, trasformando i corpi in macchie oscure e facendo degli spari l’unico punto di riferimento visivo.[10]

Un film straordinario nella sua capacità di gestire corpi, volti, tempi, atmosfere: peccato che, come molti dei capolavori di Johnnie To, non abbia ancora trovato una distribuzione in Italia.

Exiled ***

 


[1]  Segnocinema n.80, Hong Kong, un universo parallelo.

[2] Tre supereoi-donne, catapultate all’inferno, dove devono uccidere bambini cannibali.

[3] Segnocinema n.116, Il cinema che viene dal Far East.

[4] Cfr. Alberto Pezzotta, Un’industria in crisi, Segnocinema n.116

[5] Cfr. Andrew Grossman, The Belated Auteurism of Johnie To, http://www.senseofcinema.com

[6] Cineaste vol.32 n.2, One country, two visions: an interview with Johnnie To by M.P.Nochimson & R.Cashill.

[7] Francesco Pitassio, Fangzhu, Cineforum n.459

[8] Cfr. Martin De Martin, Asianfeast.org

[9] Cfr. Kevin Crust, Exiled, Los Angeles Times 7.9.2007

[10] Martin De Martin, Asianfeast.org

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