I figli degli uomini – Children of men

“Appartengo ad una generazione che ha accettato di vendersi al capitalismo ed ora ne paga le conseguenze”

Alfonso Cuaron, 2006

I figli degli uomini, in concorso a Venezia, è il sesto film del talentuoso regista messicano Alfonso Cuaron.

Nato a Città del Messico nel 1961 e cacciato dal Centro Universitario di Studi Cinematografici della capitale, per aver girato un cortometraggio in inglese – Vengeance is mine – continua a lavorare nel mondo del cinema e della televisione, sino al debutto del 1991 con Solo con tu pareja.

Il successo del film attira l’attenzione di Hollywood, che lo accoglie e gli sottopone diversi copioni: Cuaron finisce per girare Una piccola Principessa e Paradiso Perduto con la Paltrow e De Niro.

Tornato in Messico, dirige Maribel Verdu e Gael Garcia Bernal in Y tu mama tambien, che, presentato alla Mostra di Venezia nel 2001, diviene un successo internazionale.

Hollywood lo richiama per affidargli una delle sue macchine più collaudate: il terzo episodio della serie di Harry Potter, che Cuaron dirige con una personalità del tutto assente nei primi due episodi.

I figli degli uomini è tratto da un romanzo della giallista inglese P.D.James del 1992, ma Cuaron, con un nutrito gruppo di sceneggiatori, ne ha ampiamente stravolto la struttura e i significati, eliminando quasi del tutto le simbologie cristiane e il sottofondo religioso.

Siamo nella Londra del 2027, “the world has collapsed, only Britain soldiers on”, tra disordini razziali, sporcizia e attentati terroristici, le devastazioni non hanno risparmiato neppure le opere d’arte, che l’Inghilterra si preoccupa di conservare, a beneficio dell’umanità.

Ma l’ordine, imposto dal governo inglese, si fonda su un regime xenofobo e imperialista, dove solo i cittadini residenti hanno qualche diritto.

Per tutti gli altri c’è l’inferno della deportazione, delle città-lager, delle gabbie dove gli stranieri vengono incappucciati e torturati, come ad Abu Ghraib.

La riposta è affidata a gruppi di eco-terroristi che si battono per i diritti degli immigrati, anche a costo di piazzare bombe in un caffè, nel piano centro.

Il film si apre proprio lì, dove Theo (Clive Owen), un ex-attivista, ora grigio impiegato al Ministero dell’Energia, apprende dalla televisione della morte del più giovane abitante del pianeta: Baby Diego è appena stato pugnalato a Buenos Aires.

Era nato 18 anni prima.

Da allora il mondo è condannato ad una inspiegabile sterilità: il giorno del giudizio è alle porte.

Theo viene quindi intercettato da uno di questi gruppi terroristi, che lo rapisce, per aiutare una giovane profuga di colore, Kee (Claire-Hope Ashitey), a passare i sempre più rigidi controlli di polizia e raggiungere una nave chiamata Tomorrow, che la porterà verso un fantomatico Human Project.

A capo di questo gruppo ci sono Julian Taylor (Julianne Moore), ex moglie di Theo, con il quale aveva avuto un figlio, prematuramente scomparso, e Luke (Chiwetel Ejiofor), un attivista senza scrupoli.

Theo non è un rivoluzionario, né accetta passivamente lo stato di polizia inglese, ma è disilluso dai suoi ex compagni e dai suoi ideali di lotta, tanto quanto dalla vita.

L’unico suo amico è Jasper (Michael Caine), un vecchio hippy, che vive isolato nei boschi coltivando marijuana, quasi a rappresentare la dolcezza e l’ironia, definitivamente bandite dalla città.

Theo accetta l’incarico con grande riluttanza, ma ben presto si accorgerà dell’eccezionalità di quella ragazza in fuga e del cinismo del gruppo che dovrebbe proteggerla.

Il mondo messo in scena da Cuaron è quello di una società al collasso, in cui le ideologie contrapposte dello stato e dei gruppi terroristici sono ugualmente estremistiche e disumanizzate.

Nella solitudine degli individui ogni risposta comune è bandita. Anche nei gruppi di resistenza si è pronti a sacrificare la vita di ogni uomo, pur di raggiungere i propri fini propagandistici.[1]

Theo aiuta Kee non tanto per un ripensamento degli ideali di gioventù, ma perché forse ama ancora Julian o almeno il ricordo della loro vita insieme.

Theo non sta più con nessuno: né col potere né con i suoi contestatori e vive una afasia emotiva, chiuso nel proprio lavoro burocratico.[2]

E’ un personaggio laico, completamente de-ideologizzato, a cui viene affidato il compito impari di accompagnare e proteggere l’ultima umanissima speranza di cambiamento.

In questo mondo di egoistiche monadi, Cuaron, ribaltando l’assunto del romanzo, sembra suggerire che la prolungata sterilità ed il destino di estinzione sono la diretta conseguenza dell’isolamento sociale, a cui sono sottoposti i personaggi: non è la società a degradarsi perché non nascono più bambini; ribaltando i termini, l’idea si fa decisamente più inquietante, ovvero una società come quella rappresentata nel film non può che portare all’estinzione della specie umana.[3]

Il futuro di Cuaron è vicinissimo, simile al nostro presente: la paura degli attentati, le misure di sicurezza, le breaking news angosciose della televisione, l’intolleranza verso lo straniero.

La Londra del 2027 vive inquieta nel degrado più totale ed in attesa della prossima esplosione: mancano le grida dei bambini e le scuole, gli asili, i parchi giochi sono monumenti in degrado, simbolo di una vita che ha smesso di nascere sulla terra.

I figli degli uomini è un film sul silenzio, sull’assenza.

It’s apocalypse right here, right now… Children of men pictures a world that looks a lot like our own, but darker, grimmer and more frighteningly, violently precarious.. the world has become Iraq, a universal battleground of military control.[4]

Eppure un briciolo di umanità sopravvive e guida Theo e Kee, verso una destinazione incerta quanto il domani.

In Italia, i detrattori del film l’hanno presto bollato come ratzingeriano, forse memori del libro, più che spettatori del film, intriso invece di un chiarissimo messaggio laico, anti-ideologico.

Cuaron stesso ha affermato: “desideravamo evitare di dare alla storia una valenza religiosa come nel romanzo di P.D.James. Non ci interessava di dar vita ad un film influenzato fortemente dalla religione”.

E’ prevalsa, almeno nella critica dei quotidiani, una lettura dell’iconografia e della spiritualità, pur presenti nel film, tanto facile, quanto superficiale, poiché trascura quello che mi pare essere l’aspetto fondamentale e innegabile dell’opera: il suo appello all’azzeramento totale di ideologie politiche e religiose, incancrenite ed incattivite, al fine di rifondare una visione umanista, che possa aiutare gli uomini a salvare se stessi ed il pianeta che occupano: una salvezza che non risiede nel governo o nei gruppi che lo contestano e neppure in una fede che nessuno mostra, ma nelle scelte di ciascun individuo.

Theo è l’unico a vedere oltre la propaganda e la guerriglia ideologica: per lui Kee è solo una persona da proteggere, non il vessillo sotto cui combattere una guerriglia ideologica…Theo trova in se stesso, nel suo vissuto personale, le motivazioni profonde per immolare la propria vita, non ad una causa o ad una missione, ma a vantaggio di un altro essere umano: una persona, ben prima che un simbolo.[5]

I figli degli uomini porge uno specchio ai nostri tempi e così come le migliori opere hollywoodiane lo fa senza salire sul pulpito, con un megafono in mano, ma attraverso la bellezza della sua messa in scena.

Cuaron racconta la fuga di Theo e Kee seguendoli  sempre con la macchina a mano, in uno stile che ha molti debiti con i reportage di guerra.

La macchina da presa procede sempre per linee orizzontali, con piani sequenza che restituiscono tutta l’angoscia e la precarietà dei personaggi, come se il punto di vista fosse sempre quello di un altro fuggitivo.

Cuaron rompe la logica hollywoodiana del campo/controcampo e non teme di perdere i suoi personaggi, di riprenderli di spalle, di creare ellissi ingiustificate.

Ispirato tanto da Welles, quanto da De Palma, usa tutto il virtuosismo di cui è capace, per piegarlo alle necessità narrative e per mostrare l’orrore della morte e la precarietà del viaggio.

Merita una menzione speciale il memorabile piano sequenza in cui i protagonisti, in macchina, subiscono un attacco da parte della polizia e di altri contestatori.

Il camera car, con la macchina da presa all’interno dell’abitacolo, mostra tutta la violenza e la foga di chi è ormai in trappola: l’obiettivo si macchia di sangue.

E’ uno dei momenti di cinema più entusiasmanti, visti alla 63° Mostra del Cinema.

Ma la tecnica non è mai fine a se stessa ed è utilizzata da Cuaron per consentire allo spettatore un’identificazione assoluta con la storia. 

Essenziale alla riuscita del film è l’opera degli scenografi Jim Clay e Geoffrey Kirkland, che hanno ricreato un mondo di spazzatura e rovine, contemporaneo e futurista aallo stesso tempo, e quella del direttore della fotografia Emmanuel Lubeski, coadiuvato dall’operatore Gorge Richmond, che è riuscito a dare al film un look straordinariamente personale, pur lavorando in condizioni-limite, con camera a mano e pochissime luci, aumentando esponenzialmente il realismo di un mondo che ha perso la speranza, sommerso dalla rabbia e dalla paura.

This could well be our future and we know it.[6]

I figli degli uomini – Children of men ***

 


[1] Mauro Resmini, I figli degli uomini, Segnocinema n.143

[2] Cfr. Federico Gironi, I figli degli uomini, Cineforum n.460

[3] Mauro Resmini, I figli degli uomini, Segnocinema n.143

[4] Manohla Dargis, Apocalypse now, but in the Wasteland a child is given, New York Times, 25.12.2006

[5] Mauro Resmini, I figli degli uomini, Segnocinema n.143

[6] Kenneth Turan, Children of men, Los Angeles Times, 22.12.2006

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