Il sesto film del rumeno Cristian Mungiu, per la quinta volta in concorso al Festival di Cannes, è ambientato in un fiordo norvegese, dove la famiglia rumena dei Gheorghiu si è appena trasferita.
Mihai lavora nell’IT come ingegnere, la moglie Lisbet, di origini norvegesi, è infermiera e trova un impiego alla morgue del paese.
I due sono cristiani osservanti e molto devoti, hanno cinque figli, due adolescenti, Emmanuel e Elia, due ancora più piccoli e uno, Veniamin, appena nato.
La figlia Elia fa amicizia con Noora, che abita proprio accanto a loro ed è sua compagna di classe.
Durante una lezione di lotta a scuola un’insegnante nota il segno di un’escoriazione sulla schiena di Elia. Avvisa subito Gunna del servizio di protezione dei minori e in pochissimi giorni Mihai è accusato di maltrattamenti e violenze nei confronti dei suoi figli, costretto dalla polizia a firmare una sorta di confessione per aver sculacciato i ragazzi.
In attesa del processo penale, tutti e cinque i figli dei Gheorghiu vengono sottratti al loro nucleo originario e affidati a nuove e diverse famiglie. Persino il neonato, dopo un primo rifiuto, subisce la stessa sorte, quando il servizio accusa senza prove i genitori per la sindrome del bambino scosso.
Mihai e Lisbet precipitano così in un incubo burocratico senza uscita, in cui i servizi più che le violenze probabilmente inesistenti, contestano il loro modello educativo confessionale e rigidamente conservatore, in cui “le botte vengono dal Paradiso”.
Dopo che la prima avvocata che li assiste rinuncia al mandato, Lisbet chiede a Mia, la madre di Noora, di farsi carico della difesa. Progressista e liberale Mia ha più di qualche dubbio, accentuato dalla contrarietà del marito Mats, preside della scuola.
Eppure con grande serietà e professionalità accetta di assistere Lisbet di fronte al tribunale dei minori.
Il film di Mungiu assomiglia sinistramente al caso di cronaca che ha occupato le pagine dei giornali e i social di tutti i media italiani da oltre sei mesi. E non c’è dubbio che nell’analisi di Fjord pesi il pregiudizio formato e alimentato in questo tempo.
Eppure il tema, in linea di principio, è apparentemente semplice, così come riassunto da Mia proprio in udienza. Una società liberale e progressista deve avere a cuore non solo l’interesse dei più piccoli, ma anche i diritti delle minoranze – etniche, religiose, culturali – a scegliere un percorso educativo diverso da quello considerato ordinario, purché rientri nell’alveo di ciò che la legge ritiene legittimo.
Più volte emerge nel corso della breve indagine che precede il processo e poi in aula, che l’insegnante che ha denunciato gli abusi avrebbe già voluto farlo quando Elia aveva risposto a una compagna definitasi lesbica che avrebbe bruciato all’inferno, contestando evidentemente l’educazione confessionale della famiglia e dei bambini.
Come già accadeva nell’assemblea di Animali selvatici, anche questa volta assistiamo ad una piccola comunità non solo divisa ma letteralmente dilaniata, una parte ossessionata da un complesso di superiorità laico che dovrebbe predicare tolleranza, ma la ammette solo in chi si conforma, l’altra oscurantista e conservatrice in modo talmente radicale da lasciare presumere il peggio se dovesse prevalere.
Non c’è più un terreno di confronto civile comune: natura e cultura sono diventati inconciliabili, tradizione e modernità ancora di più e l’ossessione identitaria contagia persino l’aula del tribunale in cui lo scontro si fa radicale, colmo di pregiudizi e di valutazioni personali e morali piuttosto che di fatti e di prove.
Anche l’accordo che alla fine Mia riesce a trovare regge lo spazio di pochi giorni.
In un film che Mungiu non riesce a rendere così forte, evocativo e rilevante come in passato, vanno sprecati Sebastian Stan e Renate Reinsve, chiamati a interpretare i Gheorghiu in una interpretazione costantemente trattenuta, trasparente, opaca, in cui non hanno proprio spazio per lasciare emergere il proprio talento.
La convivenza è impossibile, persino tra classi borghesi apparentemente simili, che abitano fianco e fianco: non resta allora che gettare la spugna, rifugiarsi letteralmente nella propria tribù, tra i propri simili, in una logica animalesca che anche questa volta torna ad emergere prepotentemente.
L’unica speranza arriva dai più giovani, che sembrano completamente alieni ai discorsi degli adulti e mostrano una maturità e una misura che agli altri manca del tutto.
Che sia questo il miracolo a cui assistiamo alla fine?

