A dieci anni di distanza dall’ultimo The Neon Demon, il danese Nicolas Winding Refn torna a Cannes fuori concorso con l’onirico e generoso Her Private Hell.
A chi ha conosciuto e amato il regista di Pusher, Bronson o dell’acclamatissimo cult Drive e si aspetti un ritorno di Refn a quelle atmosfere, è giusto dire che qui siamo invece dentro un cinema di libere associazioni, formalista, senza storia e pieno di storie, frammentato, lisergico, probabilmente terminale.
In un futuro prossimo venturo in una metropoli avvolta da una nebbia fittissima l’attrice Elle ritorna al suo albergo e ospita la giovane Hunter appena scesa dall’aereo con un’ambizione divorante.
Nella enorme suite troverà la matrigna Dominque che ha quasi la sua età e ha sposato il padre, Johnny Thunders.
Alla prova costumi Elle viene punta da un ago: pare porti fortuna.
Tutte temono l’arrivo di Leather Man, una forza invincibile che si può sconfiggere solo tagliandogli le mani.
Nel frattempo le attrici sono coinvolte nelle riprese di un film di fantascienza che sembra un sogno camp degli anni ’60.
Quando vengono invitate a una festa dall’affascinante Nico, gelosie e invidie finiscono per metterle le une contro le altre.
In una altra dimensione narrativa il Private K, un soldato americano in Giappone, che ha perso la figlia, rapida quando è salita la nebbia, sfida la Yakuza.
Razionalizzare Her Private Hell è esercizio retorico sterile, perché il film non ha nessuna logica se non quella puramente cinematografica. Corpi in movimento, volti, pistole, coltelli, luci, sangue e sesso.
Costruito su elementi e sentimenti primari, con le scene che si compenetrano senza una logica che non sia quella del trip, il film ci riconsegna Refn esattamente nello stesso punto dove l’avevamo lasciato: ostile, oscuro, incapace o disinteressato a riprendere un discorso con il suo pubblico.
Echi del cinema amatissimo di Mario Bava e naturalmente l’ombra lunga di Lynch sono i riferimenti d’elezione di un film in cui Refn rimane ancorato alle sue ossessioni ultime.
Nessuna concessione, nessuna mediazione, nessuna apertura.
Forse più adatto a un’installazione che a una sala cinematografica, non stupisce che l’abbia acquistato Mubi e che Cannes lo proietti fuori concorso in pochissime repliche.
Racchiuso nel cuore di un festival che pure dovrebbe ospitare irregolari, iconoclasti e ricercatori, ha anche una sua legittimità, ma è un lavoro che purtroppo non dialoga più con nessuno, mettendo in scena un soliloquio sterile.
Per iniziati.

