Cannes 2026. L’inconnue – The Unknown

L’inconnue – The Unknown **1/2

Al suo terzo film come regista in dieci anni lo sceneggiatore Arthur Harari, premio Oscar per il copione di Anatomia di una caduta, debutta nel concorso di Cannes con un film tratto da una graphic novel scritta con il fratello Lucas, Le cas David Zimmerman, pubblicata nel 2024.

L’inconnu è appunto David Zimmerman, un fotografo timido che quando lo chiamano artista si schermisce. Lo vediamo nella prima scena riprendere con un treppiedi una strada della banlieu parigina già immortalata in una cartolina di cento anni e poi ancora in una foto negli anni ’70. E’ parte di un progetto lungo due generazioni, ma lo scopriremo solo molto più avanti.

La sera a una festa dionisiaca dove il pubblico viene invitato a distruggere delle enormi maschere di cartapesta come pignatte, fissa intensamente un ragazza bionda, la insegue fino a uno scantinato e fa l’amore con lei impetuosamente. Quando si risveglia David ha perso il suo volto e il suo corpo per assumere le sembianze della giovane donna.

Lo shock è devastante, l’inquietudine lo assale, ma in qualche modo riesce a tornare casa sua. Qui attraverso le foto fatte ad una cerimonia riesce a risalire all’identità della ragazza, che lavorava nel catering: scopre che si chiama Eva e a casa sua trova il suo passaporto tedesco.

Nel tentativo di recuperare la sua identità piena, David sale su un treno per Francoforte, quando un amico le manda una foto in cui un suo sosia sembra aggirarsi per un mercatino vicino casa.

Quando però David si trova faccia a faccia con la persona che ha ora il suo volto, si accorge che la sua coscienza appartiene non ad Eva, ma a una ragazzina, Malia: attraverso il sesso la sua identità è fuggita altrove.

Se il cinema ha sondato più volte il tema dello scambio di persone e di corpi, l’ha fatto quasi sempre in funzione comica o tragicomica, sfruttando l’effetto paradossale di ritrovarsi improvvisamente in un spazio fisico inconsueto e non familiare.

Dobbiamo risalire all’Antonioni di Professione: Reporter e in generale al suo cinema esistenzialista per trovare invece un film che abbia l’ambizione di raccontare il tema dell’identità con così profonda e dolorosa inquietudine.

Nella ricerca disperata di David, che ora abita il corpo burroso di Lea Seydoux, i forum online sono solo una scorciatoia a volte pericolosa. Ma servono per comprendere di non essere soli, che la stessa cosa è successa ad altri, prima di noi e che le riposte che cerchiamo qualcuno le ha trovate già.

Difficile credere a chi affermare di essere qualcun altro, pur mostrando il suo volto di sempre: si tratta di metempsicosi, schizofrenia, deliri. Non tutti hanno avuto la fortuna di David di rintracciare subito il proprio corpo, anche se questo non è servito a risolvere nulla.

Il film di Harari, scritto assieme a Vincent Poymiro, è indefinibile, sfuggente, anche farraginoso e goffo nella seconda parte, ma lascia interrogativi che turbano. Anche grazie alla credibilità della sua protagonista che si carica interamente il film sulle spalle e lo sostiene anche nelle sue troppe cadute di tono, nelle sue voragini di scrittura. Lavorando con pochissime battute, quasi solo con la sua fisicità – che nega qualsiasi scorciatoia farmaceutica, a tre mesi dal parto – Seydoux cerca di trovare un senso anche all’ultima parte in cui la scrittura di Harari deraglia definitivamente, con un’inutile scena di sesso e poi con un’altra ancora più maldestra di morte e resurrezione, che prelude a un finale in cui l’unica risposta possibile è l’amnesia, la perdita di ogni memoria di sè e di quelli che si è stati per ricominciare da capo.

Nel raddoppiamento della metafora fotografica, con le immagini di “quello che non c’è più” dopo un secolo c’è tutto il tema dello sradicamento, della dissoluzione della propria storia. Ma il film così avaro di spiegazioni, lascia aperte molte possibilità interpretative, da quelle più strettamente di genere ad altre più morali e ideologiche. Così come accade in It Follows, uno dei grandi film di questo XXI secolo, anche in L’inconnu la maledizione si trasferisce per via sessuale.

Ma è evidente che la trasformazione improvvisa non può che richiamare Kafka e molti altri mondi letterari.

L’inconnu resta un film in grande misura irrisolto, perturbante, forse troppo pieno di sé per funzionare realmente o forse solo coraggiosamente incosciente dei suoi limiti.

 

 

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