Nella piccola città rurale di Hope Harbor il capo della polizia Bum-Seok viene avvisato da alcuni cacciatori di uno strano attacco al bestiame di una fattoria.
La mattina presto arriva sul posto con il cugino Sung-ki e subito si rende conto che qualcosa non quadra: i segni degli artigli non sono quelli di un orso e non sembrano neppure compatibili con quelli di una tigre che qualcuno ipotizza possa aver raggiunto il paese.
Ben presto il poliziotto si ritrova ad inseguire per tutta la città una creatura che rimane a lungo invisibile ai nostri occhi, ma é letale e riduce in macerie tutto quello che incontra sul suo cammino.
A piedi, poi su un furgoncino di un gruppo di fanatici volontari, quindi sull’auto della sua efficientissima vice Sung-Ae, arrivata a prestargli aiuto, Bum-Seok riesce a scalfire l’apparente invincibilità della creatura alta tre metri che corre a due e quattro zampe e ha tratti umanoidi.
Il poliziotto non riesce a finirla, perché improvvisamente scorge una lacrima solcare il volto del suo avversario. Ci penserà quindi un autotreno a vincere le resistenze del mostro.
Mentre all’ospedale Sung-Ae ascolta il racconto di un sopravvissuto che aveva avuto un incontrato ravvicinato pochi giorni prima nei boschi, Bum-Seok alla centrale ascolta la confessione di uno stralunato cacciatore che racconta di avere freddato uno strano animale, di taglia più piccola, poco più di un metro e mezzo, ucciso con un colpo solo alla tempia e conservato nella sua cella frigo.
Nel frattempo il cugino di Bum-Seok e gli altri cacciatori senza sapere nulla di quello che è accaduto in città perchè le linee telefoniche sono interrotte, si avventurano nel bosco.
Il film di Na Hong-jin è un film d’invasione diviso esattamente a metà dalla morte della prima creatura: “This is how it ends”. Ma non è davvero così perché ad una prima parte urbana in cui prevalgono i toni dell’action più imprevedibile, con una sorta di caccia tragicomica prima a piedi e poi in auto, in cui tutti gli elementi della scenografia sembrano esplodere al passaggio del mostro, segue una seconda in cui – dopo una sommaria detection poliziesca e una demenziale autopsia – l’ambientazione si sposta progressivamente nei boschi di Hope, con gli umani a cavallo e le creature che sembrano letali predator, mimetizzati nell’ambiente.
Non diremo di più per non rovinarvi la sorpresa, ma nel film di Na conta soprattutto il ritmo indiavolato con cui il regista impagina l’azione e il tono scanzonato con cui condisce i momenti di tensione parossistica.
Hope corre a rotta di collo all’inseguimento dei suoi personaggi e noi con loro, con solo qualche attimo di respiro a metà corsa, prima di riprendere il gioco in un altro ambiente o se volete in un nuovo livello sempre più difficile e articolato del primo.
Na Hong-jin promette di proseguire ancora, perché Hope è solo l’incipit di un trittico.
Dopo aver visto passare il suo The Chaser a mezzanotte, The Yellow Sea a Un certain regard e l’epocale The Wailing fuori concorso, Cannes decide coraggiosamente di inserire il suo nuovo film nel concorso ufficiale, dove evidentemente sta scomodo.
Con The Host l’altro monster movie coreano firmato da Bong, condivide solo il direttore delle fotografia Hong Kyung-pyo, ma non molto altro, laddove il premio Oscar di Parasite sceglieva la metafora politica, irrideva le autorità filoamericane e chiudeva con un’amarezza inconsolabile, Na sceglie invece la fuga fracassona, le pallottole che fischiano e i corpi che cadono. Azione per l’azione e non molto altro.
I modi sono quelli dell’action comedy alla Buster Keaton con personaggi che sembrano usciti da un’animazione. Purtroppo quando dopo 50 minuti il mostro si rivela il film perde qualche colpo perché lo straordinario lavoro di stunting e di costruzione dell’azione attraverso i corpi e gli spazi, sconta un’approssimazione negli effetti speciali che rende persino goffi i mostri immaginati.
Non solo ma l’orrore su cui è costruita la prima parte scolora in una dimensione più chiaramente fantascientifica, che appare come l’esito meno interessante del film.
E a poco serve che il ribaltamento prospettico della coda mostri come gli invasori non sono altri che sopravvissuti in fuga, stranieri che cercano un approdo, rievocando in questo senso una certa etica spielberghiana.
Sono sottigliezze in un film che ne farebbe volentieri a meno: siamo lontanissimi dalla complessità e dall’ambiguità ancestrale di The Wailing. Ma l’ambizione di un enorme progetto produttivo come questo vale per il talento spettacolare che mette in campo, esagerato, discontinuo, proteiforme, ma generoso.
Due ore e 40 sono troppe e nella seconda parte si sentono tutte, dopo l’incipit in apnea, ma sono difetti minori in un film forse un po’ ottuso che fintanto che asseconda la sua vena d’azione trova una leggerezza trascinante.

