The Wailing

the-wailing-posterThe Wailing ***

Terzo lungometraggio per il coreano Na Hong-jin, dopo il bellissimo The Chaser e il thriller The Yellow Sea, presentato sulle Croisette ad Un certain regard nel 2011.

The Wailing è un horror demoniaco e rurale, ambientato nel piccolo paese di Goksung.

Qui si è trasferito un misterioso e solitario giapponese, che vive in una casa isolata nei boschi.

Improvvisamente si diffonde nel paese una malattia brutale che spinge le vittime a scoppi di violenza inaudita, prima di cadere in un catatonico stupore.

Il poliziotto Jong-goo è chiamato ad investigare sui delitti: in un primo momento si pensa a dei funghi velenosi, ma ben presto i sospetti ricadono sull’anziano giapponese, che alcuni cacciatori hanno visto aggirarsi mezzo nudo nei boschi e mangiare gli animali uccisi con ferocia demoniaca.

Nel frattempo le violenze aumentano ancora, una donna incendia la sua casa e poi si impicca. Mentre Jong-goo e il suo collega sono di guardia una ragazza misteriosa, Moo-myeong, dice di aver assistito agli eventi e afferma che si tratta di un sortilegio dello straniero, un fantasma selvaggio che si aggira a Goksung, mietendo vittime.

Jong-goo decide così di far visita al giapponese. Porta con sè un collega poliziotto e un prete come interprete. Quello che trovano nella capanna dello straniero, sarà solo l’inizio di un incubo senza lieto fine…

Na conferma anche questa volta un talento narrativo non comune, sfruttando i cliché di genere con grande sapienza e costruendo un crescendo drammatico capace di frustrare ogni attesa, ribaltando la ricerca di verità sui pregiudizi degli spettatori.

Il suo film sfugge, insinua dubbi, scardina certezze familiari, religiose, mostrando ancora una volta l’insipienza della giustizia umana di fronte al mistero del male.

In The Wailing la verità è solo un gioco di specchi, una nuvola di fumo che oscura la vista del timoroso Jong-goo, le radici dell’orrore restano innominabili, contagiano i più più indifesi, si celano dietro le apparenze più insospettabili.

Na fa grande cinema di genere, senza nulla concedere alle sicurezze del suo pubblico, cercando invece costantemente di sfidarlo, di togliere certezze e punti fermi.

Siamo lontanissimi dal manicheismo dei blockbuster americani, qui non c’è salvezza e non c’è catarsi, solo la tragica pervasività del male di cui nessuno può dirsi innocente.

Na costruisce un racconto di false piste e di continua tensione, unisce il fascino antico di un mondo rurale con evocazioni animiste, culti pagani ed evocazioni demoniache, che lascerebbero probabilmente spiazzato il pubblico occidentale. Memorabile la scena del doppio esorcismo dello sciamano, così come il lungo confronto finale nel quale colpe e responsabilità si perdono in una scia di sangue che lascia il protagonista senza più speranze.

Straordinario il cast, in particolare il giapponese Kunimura, avvolto da un’aura animalesca e primordiale, l’angelica Chun, capace di un’ambiguità glaciale nelle poche scene in cui è protagonista e lo sciamano Hwang, prima forte delle sue certezze, poi sempre più travolto dall’imprevidibilità oscura degli eventi.

Bellissima la fotografia contrastata di Hong Kyung-pyo, già in molti film di Bong Joon ho, che sfrutta perfettamente gli elementi naturali, la pioggia incessante, la luce che filtra nella vegetazione, gli interni angusti illuminati spesso da candele, il sangue che si fa nero nella notte, per restituire il fascino sinistro di una comunità isolata dal mondo e ancora preda di culti e superstizioni ancestrali.

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