Cannes 2011. Il nono giorno

TAKE SHELTER di J.Nichols ***1/2

Semaine de la critique

Ecco il grande film sulla fine, che Von Trier non è riuscito a girare. Take Shelter affronta con straordinaria efficacia e grande rigore molti dei temi che il regista danese ha messo al centro del suo Melancholia.

Ma mentre Von Trier si compiace della sua maestria e gode nel rappresentare il suo solito mondo di donne instabili, depresse, impaurite o mistiche, dedite al martirio, Nichols, qui alla sua opera seconda, si affida ad uno straordinario Michael Shannon, che incarna la paura più grande del nostro tempo.

Padre di famiglia, adorato dalla moglie Samantha, con una figlia sordomuta, Hannah, in lista d’attesa per un impianto cocleare, Curtis LaForche lavora nel campo delle costruzioni ed ha una casa ed un giardino nei sobborghi di una cittadina dell’Ohio.

Nella vastità orizzontale del panorama del midwest l’occhio si perde in lontananza. La natura sembra incontrollabile e severa.

Quello di Curtis è un mondo piccolo borghese, felice: il suo migliore amico lavora con lui, la sua famiglia è benvoluta dalla comunità, la sua assicurazione medica è eccellente e coprirà i costi per l’intervento alla piccola Hannah.

Eppure qualcosa non va. Nella notte Curtis comincia a sognare l’addensarsi di fitte nubi minacciose, che portano una pioggia scura e oleosa. Il suo sonno diventa agitato, immagina di essere attaccato dal cane di casa, quindi di vedersi rapire la figlia, infine è la moglie a mettersi contro di lui.

Cerca conforto dal suo medico di famiglia e dai servizi sociali, ma senza trarne molto beneficio. Nonostante i tranquillanti lo aiutino a dormire, gli incubi lo perseguitano anche di giorno, convincendolo a costruire un rifugio sotterraneo nel proprio giardino, in vista di un uragano distruttivo, che sente avvicinarsi.

Per far questo mette a repentaglio la propria famiglia, il lavoro ed i suoi risparmi. Assalito dai dubbi va a trovare l’anziana madre, a cui fu diagnosticata la schizofrenia in giovanissima età.

Non ha il coraggio di confessare alla moglie i suoi incubi, almeno sino al momento in cui Samantha disperata non minaccerà di abbandonarlo.

La situazione degenera in una serata di festa della piccola comunità, nella quale Curtis esplode davanti a tutti, profetizzando l’imminente catastrofe.

Il racconto è teso, paranoico, angosciante e procede con una suspense sempre più ossessiva.

La progressione drammatica si avvale quasi solo della straordinaria maschera di Shannon e del rigore narrativo della parabola scritta da Nichols.

Questo Take Shelter è chiaramente una grande allegoria dell’America (…e dell’Europa) in balia della più grave e lunga crisi dal secondo dopoguerra. Una crisi cominciata l’11 settembre 2001, protrattasi negli anni della War on Terror, esplosa con ancora più veemenza nel 2008 con lo scoppio della bolla speculativa sui derivati, quindi scivolata nel vecchio continente con l’attacco all’euro ed ai debiti sovrani, in una spirale da cui non si vede una via d’uscita che non comporti dolore, povertà, sacrifici.

Le certezze conquistate a fatica dalla classe media sono, per la prima volta in mezzo secolo, seriamente in discussione. Le magnifiche sorti e progressive del capitalismo trionfante di fine secolo, guidato dall’America clintoniana, si sono tramutate nell’incubo apocalittico che il De Lillo di Cosmopolis aveva già profetizzato, forse con troppo anticipo.

Il pericolo sembra arrivare dall’esterno, una bufera – finanziaria o naturale che sia – può mettere in discussione quell’illusione di serenità, fatta di una piccola casa confortevole, una famiglia unita ed un lavoro ben retribuito.

Ma la minaccia arriva davvero dall’esterno? O forse non è nascosta dentro di noi, nel nostro modo di pensare, di ragionare sul mondo, nel nostro sviluppo dissennato ed allo stesso tempo schiavo delle paure?

Nichols non sceglie strade facili e costruisce un racconto potente, che non si scioglie nel sensazionalismo ad effetto e nel conservatorismo da tea party alla Shyamalan, ma preferisce l’orrore psicologico del primo Polanski, il senso della minaccia degli uccelli di Hitchcock.

Il piano del racconto di genere (Curtis è un pazzo o un profeta?) si sovrappone alla metafora più grande, che coinvolge tutti. La paura di perdere ciò che ci fa stare bene è un incubo che ci insegue e ci tormenta.

Il modello di sviluppo economico che abbiamo conosciuto a partire dagli anni ’50 è forse arrivato al capolinea ed il futuro si annuncia come una tempesta che arriva da lontano.

Michael Shannon non è nemmeno più una sorpresa. Il suo sguardo nervoso, pronto ad esplodere assomiglia a quello di Christopher Walken, la sua presenza fisica si impone.

La moglie Jessica Chastain, già straordinaria in The tree of life, qui alle prese con un altro ruolo di madre. Nichols le regala almeno due scene memorabili, la prima quando Curtis racconta finalmente alla moglie i suoi incubi più neri, la seconda nel rifugio sotterraneo. E’ lì, in quei primi piani, che assistiamo al crollo di ogni illusione: Samantha si accorge di aver accanto a sè un uomo nuovo, che non comprende più, di cui deve ricominciare a fidarsi e che deve spingere a riconquistare le sue sicurezze.

Curtis è l’uomo comune sopraffatto da forze che non comprende, ma che sente avvicinarsi. E’ lo specchio di un’America che si sente ferita, scossa, minacciata nelle fondamenta del suo modo di vivere e dei suoi valori. Purtroppo quella paura ha varcato l’oceano travolgendo anche la vecchia Europa…

Da non perdere

THE MURDERER – THE YELLOW SEA **1/2

Un certain regard

Ecco un altro magnifico film di genere, che ridona smalto anche al secondo concorso, da sempre il fiore all’occhiello del festival.

Dall’autore di The chaser, questo violentissimo thriller ambientato in una terra di confine tra Corea, Cina e Russia, nella quale vivono bande di criminali e persino i banchieri sono corrotti mafiosi.

Il portagonista è un anonimo tassista, che cerca di sbarcare il lunario nella zona cinese. La moglie si è trasferita in Corea, per cercare lavoro.

Le partite truccate di mah-jong non l’aiutano ad alleviare la sua precaria situazione economica.

In suo aiuto arriva il mafioso Myun-ga, che gli propone un affare: annullera’ ogni suo debito, purche’ accetti di passare in Corea per uccidere un uomo per suo conto.

Avra’ cosi’ anche la possibilita’ di rintracciare la moglie che non si fa sentire da sei mesi.

Gu-nam accetta l’incarico, ma le cose non sono cosi’ semplici. La moglie convive con il suo datore di lavoro ed e’ sparita misteriosamente. L’omicidio su commissione finisce nel sangue, ma non e’ il protagonista a sferrare l’ultimo colpo. Gu-nam finisce invece nella lotta fratricida tra due boss coreani, dall’apparenza rispettabile e lo scalcagnato, ma ferocissimo Myun-ga.

Evidentemente in Corea non usano le armi da fuoco, perche’ nel film muoiono decine di persone, ma tutte con coltelli e asce. Il sangue scorre a litri, non ci sono piu’ buoni nè cattivi e nessuno ne uscira’ vivo. Clamorose scene d’azione, soprattutto di fuga e d’inseguimento, prima a piedi, poi in auto. Non c’e’ computer grafica, nè montaggio che occulta l’inganno cinematografico, ma azione vera, car crashing, stuntmen e driver formidabili. Il realismo clamoroso delle sequenze e’ agevolato dalle riprese digitali di una notte coreana dove non c’e’ piu’ un alleato ed un posto sicuro dove nascondersi.

Il piccolo tassista sara’ l’ultimo a cedere, proprio quando il viaggio sembrava concludersi. Al cuore dell’intrigo che produce una carneficina senza senso, c’e’ una donna: sara’ lei a lasciare il paese alla fine, nel silenzio dopo la strage. La furia cieca degli uomini non porta che alla morte.

Il cinema coreano si rivela ancora una vitalissimo e pieno di sorprese, sia nella coreografia della violenza di Na, sia nel racconto dell’amore di Hong.

ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA di N.Bilge Ceylan ***

Concorso

Penultimo film del concorso, il turco Ceylan spiazza tutti con un dramma procedurale, intimistico e dai tempi dilatati, che nonostante il titolo non ha nulla di epico.

Il film si apre su una finestra opaca. E’ notte. Si intravvedono tre uomini, che bevono assieme. Sembrano amici. Di lì a poco però uno dei tre sarà morto, un’altro reo confesso del delitto, il terzo testimone dei fatti.

L’opacità di questa prima inquadratura, la distanza tra quello che ci sembra di vedere e di intuire e la realtà, è in fondo la chiave per comprendere questo straordinario film di Ceylan. Un film in cui la verità si fa strada a fatica, attraverso le ombre, attraverso l’opacità dei personaggi, attraverso dialoghi apparentemente supeflui, ma che rivelano pian piano un mondo arcaico, pieno di segreti e di dolore.

E’ il tramonto, siamo a 30 km da Ankara, due automobili e una jeep dell’esercito si inoltrano nella campagna sconfinata e nelle valli attorno alla capitale. Stanno cercando qualcosa, ma non riescono a trovarlo.

Sulle auto ci sono il procuratore capo, due poliziotti, il medico legale, il cancelliere e due operai con delle pale per scavare.

Ci sono anche i due uomini dell’inizio: hanno confessato il delitto del terzo e dovrebbero rivelare il luogo in cui hanno sepolto il corpo della loro vittima. Ma non lo ricordano piu’. Forse erano ubriachi, forse semplicemente si confondono nella notte buia, forse prendono in giro il caravanserraglio della giustizia.

Due, tre soste, presso delle fontane danno esito negativo.

La notte avanza ed il gruppo si ferma in un piccolo villaggio, ospite del sindaco, che ha anche lui le sue preoccupazioni e chiede aiuto.

Nel frattempo i poliziotti usano le maniere forti con gli assassini, e il procuratore chiede consiglio al medico, sulla morte annunciata di una donna, subito dopo il parto, che si rivelera’ ben piu’ importante e personale, di quanto non voglia far credere. Tutti hanno qualcosa da nascondere, dolori che tormentano e che a stento riescono a trattenere: l’atmosfera si fa sempre più minacciosa e grave.

Nella notte l’assassino confessa anche il legame particolare che lo lega alla famiglia della sua vittima.

La mattina seguente, gli assassini ritroveranno finalmente il cadavere, sepolto in un campo arato: dopo un lungo sopralluogo ed un surreale verbale di ritrovamento, la polizia lo trasporterà in citta, per l’autopsia.

La moglie ed il piccolo figlio della vittima riconosceranno il corpo, allontanandosi poi con i suoi pochi effetti personali, mentre ancora una volta toccherà al medico cercare di rimettere insieme i pezzi della verità, anche a costo di occultarla, per non aggravare la posizione dell’imputato e per salvare forse l’immagine di un paese che vuole “entrare in Europa”.

Il racconto fluviale di Ceylan e’ un lungo viaggio verso la notte, in cui giustizia, verita’, menzogne, violenza si confondono sempre di piu’.

La giustizia e’ degli uomini: fallace, incerta, spesso incomprensibile. Nel piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono, i silenzi superano le parole. Ed i tre rappresentanti della legge – il medico, il procuratore ed il commissario – sono anch’essi tormentati e disillusi, angosciati da un rimosso, che non riescono più ad occultare.

Ceylan costruisce grandi quadri notturni, grazie ad uno sguardo non comune sul paesaggio e la natura che avvolge le miserie umane. Si perde volentieri inseguendo una mela che rotola o la scia delle luci delle auto.

L’ambiguità dei suoi personaggi lascia immaginare segreti e inquietudini di cui non saremo mai messi a parte veramente. E non bastano i formalismi giuridici del procuratore a far luce sulle domande, che restano senza risposta.

Il regista rischiara con poche luci gli interni e i volti dei suoi personaggi, senza mai una sottolineatura di troppo, con un’eleganza formale che ricorda il primo Antonioni.

Certo si tratta di un film di sfumature, di mezze parole, di confessioni sussurrate, di amarezza diffusa, in cui non sembra succedere quasi nulla, in cui persino i personaggi sbadigliano. Quando finalmente viene localizzato il corpo, che i protagonisti stanno cercando, dopo oltre un’ora e mezza, in sala partono applausi ironici.

Ma se si accetta di seguire la lentezza estenuante di Ceylan, non si resta delusi.

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