Per chi scriviamo? La critica cinematografica tra social media e trionfo dei multiplex

Cari lettori,

        molte volte ci siamo chiesti, scrivendo la rubrica dei consigli cinematografici per il weekend, se i film segnalati da Stanze di Cinema fossero effettivamente presenti nelle sale delle vostre città.

Siamo stati spesso critici con esercenti e distributori che lanciano opere di qualità, frutto anche di investimenti autoriali e finanziari notevoli, in un pugno di copie, concentrate prevalentemente tra Roma, Milano e le pochissime città capozona, decretandone di fatto la morte prematura nella più completa indifferenza.

La politica dissennata dei multiplex che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 ha svuotato il centro delle nostre città delle sue sale storiche, in favore di strutture spesso orrende, in centri commerciali periferici, capaci però di sfruttare economie di scala e comodità di accesso, ha decretato non solo la morte dei cinema d’essai, ma ha minato altresì la stessa capacità di diffusione di opere di qualità, che una volta caratterizzavano in via esclusiva o quantomeno concorrente, la programmazione di quelle sale cittadine, creando così una pericolosa assimilazione commerciale tra opere e luoghi di fruizione.

Ma se è vero che il multiplex è l’ambiente perfetto per il cinema da popcorn, qual è oggi lo spazio per il cinema che, per comodità di sintesi, chiamiamo d’autore o di qualità?  Quello che ci costringe a pensare e non a subire?

E’ vero, la sala cinematografica ha forse perso la sua esclusività nella diffusione dei film di prima visione, ma rimane – anche nel mondo di internet a banda larga e del download, più o meno legale – un’esperienza irripetibile che il consumo casalingo può solo cercare di replicare pallidamente.

La pigrizia della nostra distribuzione e le resistenze dei nostri esercenti finiscono per creare aberrazioni del tutto peculiari, come dimostrano le recenti uscite di Hunger di Steve McQueen, Silent Souls di Aleksei Fedorchenko e Take Shelter di Jeff Nichols, a distanza di anni dal loro debutto nei grandi festival europei, in uno sparuto numero di copie.

Eppure i critici ne parlano, sulle riviste specializzate ed anche sui quotidiani, come se fosse davvero possibile vederli.

Cineforum ha dedicato lo speciale del mese di marzo a The Turin Horse, l’ultimo film di Bela Tarr, che in Italia è stato programmato una notte da Fuori Orario su Rai 3, senza mai uscire in sala.

Paolo Mereghetti sul Corriere ha un pagina per il film della settimana: gli ultimi recensiti sono C’era una volta in Anatolia, La guerra è dichiarata, Sister, Il castello nel cielo, Il primo uomo. Tutti ottimi film, senz’altro meritevoli d’attenzione e di spazi. Ma se poi contiamo le copie effettivamente distribuite di questi cinque film, arriviamo a stento  ad una cinquantina, complessivamente! I loro incassi sono irrisori, mentre si impongono The Avengers e Men in Black 3.

Il web non fa altro che amplificare questa contraddizione. Nel corso degli ultimi quindici anni sono nate e si sono consolidate realtà interessantissime e pregevoli che sembrano colmare ogni lacuna della stampa tradizionale, nella quale gli spazi per la critica cinematografica si sono ridotti sempre di più: ci sono motori di ricerca mastodontici, siti di news informatissimi, webzine settoriali, riviste di critica serissime ed altre più leggere, oltre ad una valanga di semplici innamorati della settima arte.

Ma chi legge questa enorme quantità di informazioni e recensioni? Non stiamo forse parlando ad un circolo chiuso, più o meno grande, composto magari da studenti di cinema, frequentatori di festival e addetti ai lavori? Quei pochi che i film hanno la possibilità di vederli veramente?

Le recenti difficoltà in cui versano riviste storiche e preziose come Duellanti e Cineforum, non fanno che alimentare i dubbi.

Il web ha almeno un grande vantaggio competitivo sulla carta stampata ed è l’apparente eternità.

Mentre un quotidiano o una rivista è destinata dopo pochi giorni al cestino della differenziata o al limite ad una paziente collezione, un articolo postato su internet anche molti anni dopo è sempre raggiungibile in pochi click e sopravvive persino alle cancellazioni. Questo un po’ ci conforta: la recensione dell’ultimo film di Jia Zhangke o Nuri Bilge Ceylan è sempre online. Chiunque abbia la fortuna di vedere quei film nei prossimi anni, anche in homevideo, su qualche canale digitale o con il download, potrà facilmente ritrovarla.

Ma non basta. Rimane comunque il dubbio che Mereghetti per primo e noi tutti appassionati di cinema avremmo potuto esercitare le nostre abilità su cine-comics e commedie paratelevisive, invece di consigliare opere oscure che nessuno andrà a vedere…

Eppure per rimanere nell’attualità, The Avengers e Men in Black 3, come molti altri prima di loro, sono film che non sembrano avere davvero “bisogno” di una recensione, di un’interpretazione, di una lettura autorevole o anche solo competente. Il pubblico che li sceglie si fida dell’apparato promozionale messo in campo, del richiamo dei divi e della promessa di effetti speciali, nonchè della consuetudine con personaggi già noti. Al massimo del passaparola degli amici.

Sembra quindi velleitario ricostruire il percorso di Joss Whedon tra cinema e tv o quello attoriale dell’eroico Will Smith, segnalare i richiami alla commedia classica o tantomeno costruire paralleli con le altre distruzioni controllate della New York post 9/11.

Si rischia, per un verso, la banalità più trita e, per l’altro, la pretestuosità di coloro che si esercitano in esegesi adoranti dei film di Michael Bay e Zack Snyder, sentendosi come i giovani turchi dei Cahiers du Cinema con Hitchcock ed Hawks.

Eppure prima o poi è inevitabile cascare nel tranello, come ha dimostrato la lunga discussione sulla Nuova Commedia Italiana, sulla quale un po’ tutti si sono esercitati. Troppo ghiotta era l’occasione.

Ed allora ritorniamo al quesito iniziale: per chi scriviamo?

Se è vero quello che sosteneva Balzac sulla critica che, come una spazzola, non si può usare sulle stoffe leggere – dove porterebbe via tutto – allora quali sono le stoffe che ci rimangono?

Continuiamo a recensire i film che vediamo ai festival e nelle rassegne, facendo finta che siano patrimonio comune oppure ci limitiamo a segnalare percorsi nel cinema mainstream, magari divertendoci ogni tanto con sonore e spesso meritate stroncature?

Noi di Stanze di Cinema cerchiamo di fare entrambe le cose, con spirito enciclopedico, ma con le inevitabili omissioni imposteci dalle forze limitate che abbiamo a disposizione.

Ma voi lettori, cosa ne pensate?

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