Il primo uomo

Il primo uomo ***

Si j’avais à choisir entre cette justice et ma mère, je choisirais encore ma mère.

Albert Camus

Il nuovo film di Gianni Amelio ha avuto ben poca fortuna, sinora: difficoltà produttive e rinvii, divergenze nella strategia distributiva, il rifiuto della Mostra di Venezia di ospitarlo in concorso, la decisione dei produttori di mandarlo a Toronto, osteggiata dal regista che avrebbe preferito un festival vicino all’uscita in sala.

Il premio FIPRESCI vinto nella ricchissima kermesse canadese non ripaga Amelio del coraggio nella messa in scena del romanzo postumo ed incompiuto di Albert Camus, uno degli intellettuali più scomodi del Novecento: ne segnala in ogni caso le qualità indubbie, il rigore e l’eleganza nella messa in scena, la felicità espressiva nel coniugare storia personale e politica.

Il primo uomo, il cui manoscritto fu ritrovato nell’auto su cui lo scrittore trovò la morte nel 1960, assieme all’editore Gallimard, è stato pubblicato solo trent’anni dopo dagli eredi, giustamente timorosi non solo della sua incompletezza, ma altresì della natura privatissima, quasi autobiografica, del raccolto del piccolo Jacques Cormery, nell’Algeria degli anni ’20.

Amelio ha accettato la proposta dei produttori francesi, che hanno visto nel regista italiano la persona più adatta, perchè in fondo la storia di Jacques non è così lontana dalla sua, cresciuto senza padre nella Calabria degli anni ’50.

Per evitare la trappola della retorica infantile e l’incandescenza di un racconto che forse ha sentito troppo vicino a sè, Amelio ha inserito una cornice ambientata nell’Algeria del ’57, quando la rivolta contro i coloni francesi aveva raggiunto l’apice, in una battaglia in cui le legittime rivendicazioni identitarie e l’anelito alla libertà si erano trasformate in violenza terroristica, che il francese Camus, nato e vissuto in Algeria, non poteva accettare.

La sua posizione è sempre stata complessa e lontana dalle radicalizzazioni degli opposti schieramenti: la fine del giogo colonialista francese sulla terra d’africa, non poteva passare dalle bombe e dagli attentati contro la popolazione inerme e di certo non poteva significare per Camus la fine degli insediamenti francesi, nei quali lui stesso era vissuto, assieme alla madre ed alla nonna.

Con intelligenza Amelio trova il modo per inserire nel film anche la famosa dichiarazione di Camus sulla giustizia, che dà il senso di una battaglia forse allora considerata di retroguardia o conservatrice, ma che ora appare l’unica percorribile, per quella terra come per quella palestinese e le altre, sfiancate da lotte fratricide.

Amelio cerca quindi di restituire al film la complessità delle posizioni politiche di Camus, la sua integrità di intellettuale e l’impopolarità delle sue scelte, sia per i francesi che per il fronte di liberazione dell’Algeria.

Il film comincia con Cormery/Camus adulto sulla tomba del padre, morto sulla Marna durante la Prima Guerra Mondiale, quindi lo segue nel suo ritorno al Algeri, in Università e poi dall’amatissima madre: è già uno scrittore famoso e noto per i suoi saggi.

E’ qui che il filo dei ricordi lo trasporta negli anni ’20, quando bambino frequentava la scuola elementare: il film si fa meno teorico e più emozionante nel racconto della povertà vissuta senza vergogna, degli insegnamenti di una nonna severissima e di una madre amorevole, dell’importanza del maestro che convince la sua famiglia fargli continuare gli studi, del lavoro precoce in una stamperia, quindi di una giornata al mare d’estate, che ricorda la stessa maliconica dolcezza dei film di Truffaut. 

Non c’è mai una lacrima facile nei film di Amelio, qui ancor meno che in passato, forse perchè troppo forte era il coinvolgimento personale da spingere il regista a depotenziare il contenuto emotivo di molte scene, persino nel flashback nel quale appare il padre di Jacques.

Ci sono però molti dei temi forti del suo cinema, dal ruolo dell’educazione e della cultura, alla centralità delle figure femminili, dal’importanza dei padri putativi sino al rifiuto di ogni giustificazione alla violenza.

Come sempre la bellezza sta nelle piccole cose ed il senso di giustizia non può che nascere dalle parole di due persone che riflettono: il cinema del regista calabrese è pieno di dialoghi esemplari, fortissimi, che splancano l’abisso davanti alle nostre incertezze ed alla nostra inadeguatezza. E’ così nel confronto impossibile tra padre e figlio in Colpire al cuore, come in quello tra giudice e giurato in Porte aperte, così nel rapporto tra il giovane carabiniere ed il suo superiore ne Il ladro di bambini o nella confessione tra i due genitori alla stazione ne Le chiavi di casa.

Anche questa volta il protagonista Jacques si trova a fare i conti con il suo passato e con la storia del suo paese, in un pomeriggio assolato, seduto con un contadino che cerca di resistere, in una terra che sembra non volerlo più.

Amelio si affida alla spendida fotografia di Yves Cape, che ne asseconda le scelte stilistiche, restituendo la magia dei colori caldi dell’estate africana.

La macchina da presa di muove quasi sempre in orizzontale con lunghi e straordinari carrelli o con panoramiche sull’asse ed anche nei primi piani si avverte l’urgenza narrativa di Amelio e la sua abilità nella semplicità inesorabile del campo/controcampo.

Bravissimo Jacques Gamblin nel ruolo di Cormery adulto, ma straordinario Nino Jouglet, in quelli di Jacques da piccolo. Ancora una volta Amelio si dimostra meraviglioso regista dei bambini, capace di coglierne la naturale bravura e di restituirla al film, senza mai dare l’impressione di utilizzarla a fini sentimentali.

Forse Il primo uomo non è all’altezza dei suoi capolavori a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, eppure ogni film di Amelio è una piccola madeleine che ci costringe a ricordare la bellezza del cinema italiano, lontano dalla superficialità odierna.

Qualcuno potrà rimproverargli  di aver girato un film poco emozionante, troppo freddo nel rappresentare una storia che avrebbe potuto bruciare a temperature diverse: lo ha fatto certamente per rispetto alla complessità della posizione di Camus, ma anche per non tradire il suo cinema, che ha sempre costretto gli spettatori a riflettere e non a subire.

4 pensieri riguardo “Il primo uomo”

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