Venezia 67: quarto giorno

Potiche di Francois Ozon **

Ozon ha, come alcuni altri registi, una maniera maggiore ed una minore. Affilato, anticonformista, arrabbiato nei suoi drammi sentimentali, leggero, colorato e fuori tempo nelle sue commedie in costume.

Qui siamo dalle parti della farsa, con una caricatura degli anni ’70: lotte in fabbrica, comunisti costro capitale, donne contro uomini, femminismo e familismo, libertà sessuale e paternità incerte.

Ma cosa aggiunge davvero alla carriera di Ozon ed alla nostra vita un film come Potiche? Una sola cosa, la stupenda interpretazione di Cathrine Deneuve, meravigliosa protagonista fin dalla surreale corsa mattutina che apre il film, sino alla canzone che suggella il suo trionfo, che da personale e familiare, si è trasformato prima in imprenditoriale, poi in politico.

Tutto il resto è francamente deteriore e dimenticabile. In questa caricatura della lotta di classe e di quella per l’emancipazione femminile, tutto puzza irrimediabilmente di vecchio. Di stantio, di cinema de papa, come avrebbe detto Truffaut.
Il cienema di Ozon si scopre improvvisamente simile a quello di Mastrocinque e Duvivier: la bella statuina Deneuve, presa in mezzo dal marito inflessibile amministratore di una fabbrica di ombrelli occupata dagli operai e dal vecchio amante, oggi deputato e sindaco comunista, sembra tanto una riedizione fuori tempo massimo delle scaramucce dei film di Duvier con Fernandel e Gino Cervi.

Divertenti banalità si sommano ad altre in una deriva che noi italiani conosciamo bene: se ho avuto successo nella mia impresa allora sarò bravo anche come amministratore pubblico. Poi ci facciamo tutti una bella cantata con l’Apicella di turno e vivremo felici e contenti….

[O forse Ozon stava proprio pensando a questo e intendeva ironizzare sui protagonisti delle lotte di oggi, tanto simili a quelle di ieri, Sarkozy e Segolene in testa?

In ogni caso non mi sembra che la metafora gli sia venuta bene…]

 

La Passione di Carlo Mazzacurati **

Gianni Dubois è un regista italiano che da cinque anni non fa un film. Una giovane stella della tv si affida a lui per il suo debutto sul grande schermo, ma il regista non ha ancora un’idea di cosa potranno fare assieme.

Assillato dal suo agente, che pretende almeno un’idea, un soggetto, uno spunto su cui lavorare è costretto a lasciare Roma, perchè la sua casa in Toscana ha allagato la vicina chiesa, danneggiando un affresco del ‘500.

Invitato caldamente dal sindaco a mettere in scena una rappresentazione della Passione di Cristo all’aperto, sotto pena di una denuncia ai Beni Culturali, Dubois si ritrova nel paesino toscano come un prigioniero. Incapace di comunicare con il suo mondo – poiché nell’impervio paese c’è un solo un balcone, sul quale il telefonino funziona – è assillato da tutti: lo aiuta un artista di strada, ex detenuto, che aveva seguito un laboratorio del regista, quando si trovava dietro le sbarre e che Dubois incontra per caso in Toscana.

Nel frattempo conosce una giovane barista di origine polacca, che sembra riaccendere la sua vena creativa.

Intanto la produzione dell’ultima cena procede, grazie alla dedizione dell’attore-carcerato ed ai vezzi del divo locale, chiamato ad interpretare un impostatissimo e pomposo Gesù.

Il film di Mazzacurati è la prima commedia del concorso.

Con Silvio Orlando nel ruolo di Dubois, Carlo Battiston in quelli dell’aiuto, Corrado Guzzanti-Gesù e Kasia Smutniak e Cristiana Capotondi in quelli, rispettivamente, della giovane barista e della diva tv, il film ha momenti gustosi ed altri sinceramente divertenti.

La messa in scena finale della passione è il momento della verità per il regista, capace di ritrovare dignità e idee nella dedizione e nel coraggio di un attore improvvisato e nella semplicità dello sguardo di una donna.

Manca un po’ di cattiveria a Mazzacurati, così come a molti epigoni della nostra commedia. Manca la capacità di affondare il coltello. Alla fine vogliamo troppo bene ai nostri antieroi e scegliamo per loro un finale davvero accomodante.

Peccato.

Silent Souls di Aleksei Fedorchenko ***1/2

Il piccolo film russo è una delle sorprese più felici del festival.

Racconta il viaggio di due amici, di etnia Merje, che devono organizzare il funerale della moglie di uno dei due, secondo il rito tipico del loro popolo, che prevede una pira in riva ad un fiume sacro.

Il film è tanto un road movie sull’abbandono e il distacco, quanto una profonda riflessione antropologica sulla scomparsa di un popolo e di una cultura.

La voce off di uno dei due protagonisti ci conduce attraverso gli usi e le tradizioni di un mondo in estinzione. La morte della donna amata e desiderata, finisce per farsi metafora più grande e universale.

L’occhio di Fedorchenko accompagna il viaggio dei due amici, con un pudore ed una misura rara.

La fotografia satura i colori dell’inverno russo e rende struggente ed indimenticabile il lento abbandono alla vita.

Un film, che forse non vedrete mai nelle sale, ma che respira l’aria purissima del cinema e della vita: pulsante, carnale, imprevedibile.

Non ritrovarlo nel palmares finale sarebbe un affronto…

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13 pensieri riguardo “Venezia 67: quarto giorno”

  1. […] I migliori attori sono Elio Germano e Paola Cortellesi per Nessuno mi può giudicare (!!!). Mentre tra i non protagonisti si sono imposti Valentina Lodovini per Benvenuti al Sud, e Giuseppe Battiston per La Passione. […]

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