Venezia 67: quinto giorno

Hai paura del buio di Massimo Coppola **1/2

Bell’esordio del vj di MTV, che coraggiosamente mette da parte qualsiasi suggestione televisiva, per oi occuparsi di una giovane ragazza rumena, che decide di raggiungere Melfi, dopo che la sua fabbrica ha chiuso i battenti.

Trovera’ ospitalita’ in una famiglia locale ed un fidanzato, ma c’e’ di piu’…

Il racconto di Coppola e’ teso, rigoroso e sincero. L’ha acquistato la BIM e lo vedremo presto in sala.

Meek’s Cutoff di Kelly Reichardt **

Preceduto a Venezia dalla fama dell’inedito Wendy e Lucy, che vedeva gia’ Michelle Williams nei panni della protagonista, il sodalizio si rinnova con questo western atipico, pieno di suggestioni naturaliste e controculturali, che appaiono pero’ fuori tempo massimo.

Il film ha un ritmo fluviale e segue il percorso di tre famiglie che si spostano sulla frontiera, staccandosi dal gruppo principale, sotto la guida di Meek, che dovrebbe condurli alla terra promessa. I coloni pero’ si perdono, catturano un indiano e nella carenza di acqua e mezzi, finiscono per cercare un approdo impossibile.

Meek non riesce piu’ a guidarli e l’indiano, che sembra conoscere i segreti di quelle terre, non e’ di molto aiuto…

Non c’e’ un’idea che sia una nel film della Reichardt, che si appoggia solo ad una magnifica fotografia in formato stranamente televisivo.

Gli interpreti non hanno nulla su cui appoggiarsi, per evitare gli stereotipi riprodotti da oltre un secolo di western e la regia si limita ad impaginare belle immagini di tramonti e terre assolate.

Un film di sovrana inutilitá, persino in un festival del cinema.

Detective Dee di Tsui Hark *

Il concorso di Mueller prosegue con uno dei film piu’ ignobili, mai visti a Venezia: un wuxia reazionario e apologetico della dittatura cinese, mal diretto, interpretato svogliatamente e pessimamente realizzato da quello che una volta era conosciuto come uno dei maestri di HK.

Ma quanti anni sono che Hark non ci regala un film che non sia un disastro assoluto?

Prosciugata definitivamente la vena creativa, il regista della ex colonia si adagia, come molti suoi compatrioti, sul cinema di regime.

Dire di piu’ sarebbe fare un torto alla nostra ed alla vostra intelligenza. Cada l’oblio su questo orrore.

Nella corso della proiezione ufficiale, verso la fine qualcuno nel pubblico, all’ennesimo pistolotto in favore dell’imperatrice-tiranno, grida “vergogna”.

Non troviamo parola piu’ adatta…

Post Mortem ***1/2

Il programma del festival regala sorprese ad ogni passo ed accosta i due film più inutili e reazionari, ad un capolavoro necessario e politico.

Post mortem è il nuovo film di Pablo Larrain, premiatissimo con il precedente Tony Manero, a Cannes e Torino.

Siamo ancora nel Cile degli anni ’70, solo qualche anno prima…

Il protagonista è Mario, un funzionario che lavora all’obitorio di un ospedale della capitale. Lunghi capelli biondi, distinto ed elegante, è segretamente innamorato della sua vicina di casa, che lavora come ballerina in un locale di cabaret.

Il padre ed il fratello di lei sono impegnati politicamente, ma a Mario non interessa la dimensione pubblica: fa il suo lavoro metodicamente, vive da solo e cerca di attirare l’attenzione della ragazza, che abita di fronte.

La loro vita sarà sconvolta completamente dal colpo di stato militare, contro il presidente Salvador Allende.

Alfredo Castro, già straordinario Tony Manero, interpreta il piccolo funzionario, travolto dagli eventi.

La sua la sua mitezza, la sua apparente passività, la sua timidezza si rivolteranno in un finale agghiacciante, nella quale tradimenti pubblici e privati si sovrappongono drammaticamente.

Larrain non sembra però interessato ad una ricostruzione semplicemente politica, ma mostra il clima di intimidazione e violenza, che si annida in ogni struttura sociale e che travolge anche i più miti.

Il racconto di Larrain amplifica e si pone in rapporto strettissimo con il suo film precedente. Il seme di quella ferocia, che rende cupa e angosciante la vita del protagonista di Tony Manero, viene gettato proprio qui: nel trauma dell’assassinio presidenziale, c’è forse la chiave per intererpretare gli anni di Pinochet, con i cadaveri che si accumulano nell’ospedale, il rigido protocollo medico-legale stravolto dall’eccezionalità degli eventi e l’ordine mantenuto solo con la forza delle armi.

Memorabili le scene in ospedale e l’autopsia presidenziale.

Il primo serio candidato al Leone d’Oro.

Imperdibile.

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4 pensieri riguardo “Venezia 67: quinto giorno”

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