Venezia 67: sesto giorno

Il fosso di Wang Bing ***

Il film a sorpresa di questa edizione è un severo film cinese, che ricostruisce senza omettere alcun dettaglio, i campi di lavoro nel deserto del Ghobi, al quale erano costretti negli anni ’60 i dissidenti politici del regime di Mao ed anche coloro che erano stati semplicemente accusati di avere un pensiero critico.

La semplice definizione “dittatura del popolo”, rispetto all’ufficiale “dittatura del proletariato”, poteva portare all’esilio nel deserto.

C’erano giovani e adulti, funzionari e professori, tutti impegnati in un inutile dissodamento del deserto.

Senza cibo e rifornimenti, i prigionieri erano costretti a vivere in fosse polverose, scavate nel terreno.

Le condizioni inumane producevano morti per inedia, per freddo, per fatica.

Quelli che non ce la facevano venivano seppelliti alla meglio nel deserto, avvolti nelle loro coperte, senza tombe e senza pietà.

Nessuno riusciva a scappare, le forze erano troppo limitate per poter solo pensare ad una fuga.

Bing non ci risparmia nulla: il dolore delle mogli, le morti improvvise, i cadaveri dispersi nelle dune, il cannibalismo necessario, la solidarietà possibile e la delazione meschina.

Molti saranno rimpatriati, troppo deboli per continuare: qualcun altro resterà nel deserto, magari come kapò.

Il film è duro e non fa sconti al regime, aggrappandosi disperatamente all’umanità dei suoi tanti personaggi.

C’è qualche lungaggine di troppo e qualche eccesso melodrammatico, in un’opera complessivamente riuscita, ma faticosa, straziante.

I’m still here di Casey Affleck **

Si è parlato molto di questo documentario (vero? finto?) girato da Casey Affleck sugli ultimi due anni della vita del cognato Joaquin Phoenix.

Il talentuoso attore, proprio al vertice di una carriera che gli aveva regalato ruoli importanti e nominations agli oscar con Il Gladiatore, Signs, Walk the line e l’ultimo formidabile Two Lovers, annuncia il ritiro dalle scene per dedicarsi ad un’improbabile carriera musicale nell’hip-hop.

Nato forse come una boutade momentanea, l’addio al cinema di Phoenix si fa serio, di pari passo con i tentativi di incidere un disco, con il mega produttore P.Diddy.

Il film registra i suoi tentativi fallimentari, le sue attese per un provino con il famoso rapper, il rifiuto di nuove parti, proposte da Ben Stiller e dalla sua agente e poi la discesa agli inferi in una spirale di droga, escort, deliri megalomani e depressione.

Phoenix tratta male i suoi collaboratori, finisce per fare a botte col pubblico, durante le sue rare esibizioni da cantante e si rende conto che la nuova carriera stenta a decollare.

Il film è pieno di momenti surreali, imbarazzanti, tratti dalle apparizioni pubbliche e dalla vita privata di un attore alla deriva.

Se non fosse vero, sarebbe davvero curioso dare di sé un’immagine così disperata.

Il film si apre e si chiude a Panama, dove vivono i genitori di Joaquin, in un fiume nel quale il divo si immerge sino a scomparire: per tutti coloro che hanno apprezzato il suo talento, la speranza è che riesca presto a riemergere.

Dopo il falsissimo e moralista Somewhere della Coppola, questo I’m still here ci regala uno spaccato realista e non edulcorato.

Phoenix è a Venezia, ma non ha voluto partecipare né alla conferenza stampa, né alla proiezione ufficiale: il percorso è ancora lungo ???

Essential killing di Jerzy Skolimowski **1/2

E’ un film sulla paura, questo Essential Killing. La paura che spinge un talebano, che si sente braccato, a far fuoco su tre soldati americani, che forse erano in Afghanistan per tutt’altra missione.

Catturato e trasferito prima in una prigione di guerra, poi forse nei boschi della Russia, un incidente stradale gli consente una fuga rocambolesca.

Skolimowski si affida allo sguardo allucinato ed attonito di Vincent Gallo, protagonista silenzioso del suo ultimo film: il talebano si difende attaccando, uccidendo chiunque gli capiti a tiro e cercando disperatamente di sopravvivere.

La violenza, sembra dirci Skolimowski, è comune ad entrambe le parti: gli americani che torturato con il waterboarding i prigionieri di guerra, l’arabo che – innocente o colpevole, questo non lo sapremo mai – non esita ad uccidere militari o civili per continuare una fuga impossibile.

Troverà ospitalità solo grazie ad una giovane sordomuta, che condivide i suoi silenzi.

Ma la fuga finale a cavallo non durerà a lungo.

Il film di Skolimowski è ambiguo, non si schiera e del suo antieroe talebano fornisce un ritratto che esclude ogni possibile identificazione ed ogni giustificazione.

Straordinari i set mediorientali e nordici nei quali è stato girato.

Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido **1/2

Questa volta fuori concorso, il nuovo romanzo criminale diretto da Michele Placido ricostruisce gli anni veloci e violenti della banda della comasina, guidata da Renato Vallanzasca.

Rapinatore coraggioso e sbruffone, il bel Renè, dopo gli anni del minorile vuole fare soldi velocemente: mette in piedi una banda eterogenea, che minaccia l’egemonia criminale di Francis Turatello nell’hinterland milanese.

Si accollerà i delitti e gli errori di tutta la banda, anche quando non è lui a sparare. Sconterà molti anni in carcere, intervallati da numerose fughe.

La banda si concentrerà sulle rapine in banca e sui sequestri.

Nel carcere di Rebibbia, troverà il modo di stringere alleanza con il nemico Turatello.

Ma gli anni ’70 volgono al termine, la vecchia mala lascia il posto a nuove forme di criminalità, che prosperano sul traffico di droga.

I vecchi amici lo tradiscono, gli ergastoli si sommano ed anche le fughe finiscono presto con nuove catture.

Personaggio affascinante, amatissimo dalle donne, capace di imporsi un’etica criminale vecchio stampo, Vallanzasca si giova dell’interpretazione guascona di Kim Rossi Stuart, calatosi coraggiosamente nei panni dell’estroverso milanese con risultati davvero apprezzabili.

Il film ricostruisce gli anni vissuti pericolosamente dalla banda della comasina, senza mitizzazioni, ma restituendo il clima e le parole di allora.

Manca un po’ di scrittura in questo Vallanzasca, nonostante i sette sceneggiatori: il racconto non è sempre lineare e non c’è un’idea forte di messa in scena, capace di usare e rivoltare i clichè di genere.

Perchè fare ora un film su Vallanzasca? Che prospettiva voleva proporci Placido? Che idea del mondo e del cinema ha in testa il regista? Il film non sembra dirci molto. Ci si deve accontentare di un ritratto pur interessante, ma che non aggiunge molto ad una carriera ricca di alti e bassi.

Nel cast, eterogeneo e pieno di giovani di talento, spicca Filippo Timi, nei panni dell’amico d’infanzia, tramutatosi in collaboratore di giustizia. Un’interpretazione sopra le righe, capace di passare dall’esaltazione drogata alla depressione allucinatoria.

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