Venezia 67: settimo giorno

Promises written in the water di Vincent Gallo *

Ecco il film che non avremmo voluto vedere nel concorso della Mostra. Una cosetta onanistica di Vincent Gallo, che appare non scritta, girata in un paio di pomeriggi liberi e montata svogliatamente da un software, randomly. La scena finale con un insistito nudo integrale dell’attrice protagonista è una delle immagini più gratuite ed ingiustificate viste al festival. E dimostra una logica non differente rispetto ai più biechi prodotti mainstream hollywodiani. Gallo si limiti a fare l’attore: idee proprie non ne ha piu’.

Noi credevamo di Mario Martone ***1/2

Grande affresco popolare sul Risorgimento italiano, dai moti carbonari dell’inizio ‘800 fino all’unità sotto la guida di Vittorio Emanuele Savoia, il film di Martone è un’opera riuscita e appassionante.

Le tre ore e mezza dei quattro episodi in cui è diviso il film scorrono senza lentezze, attraverso il racconto di tre amici nati nel Cilento, Domenico, Angelo e Salvatore. I primi due nobili, il terzo di origini contadine. Affiliati alla Giovine Italia di Mazzini, attraverseranno con le loro idee, le loro speranze, le azioni e persino i tradimenti, mezzo secolo di storia italiana: dal sud borbonico, al Piemonte dei Savoia, dalla Francia di Napoleone III alla Londra dell’esilio.

Il primo segmento è dedicato a Salvatore, trasferitosi a Torino per un possibile attentato a Carlo Alberto, che non andrà mai a segno e porterà alla sconfitta delle prime azioni rivoluzionarie mazziniane. La seconda parte è quella che vede Domenico protagonista, in carcere assieme a Castromediano e Carlo Poerio, che cerca di resistere alla promessa di una liberazione, in cambio della richiesta di amnistia, perchè ai loro occhi sembra una sottomissione all’autorità di Ferdinando di Borbone.

Nella terza sezione il protagonista è Angelo, coinvolto, assieme a Felice Orsini, nel fallito tentativo di assassinare, all’Opera di Parigi, Napoleone III.

L’ultima parte invece ritrova Domenico, ormai vecchio, che cerca di unirsi all’esercito garibaldino in Calabria, per risalire il Sud e giungere a Roma. Nel viaggio si imbatterà nel figlio di Salvatore, giovane disertore dell’esercito dei Savoia. Domenico tornerà infine al paese natio, dal fratello sacerdote e dalla madre, a cui lo Stato unitario ha sequestrato le terre, riducendoli in povertà.

Martone ha il coraggio di evitare ogni agiografia, mettendo in scena i conflitti ideali e non le battaglie di campo. Lo fa con l’occhio rivolto all’Italia di oggi, ancora divisa socialmente e politicamente, oltre che dal punto di vista geografico e ideale.

Lo scontro tra riformisti e rivoluzionari, tra repubblicani e monarchici non riguarda le grandi figure storiche: Cavour non si vede mai, Mazzini pochissimo, Garibaldi è solo un’ombra su un dirupo e Crispi è ambiguo e sfuggente nelle poche immagini che lo riguardano.

I protagonisti sono altri, figure minori, magari, ma che vivono sulla loro pelle i fallimenti ed i successi parziali di un processo lungo, incapace di mantenere gli ideali di uguaglianza e liberta’ iniziali.

Il finale nelle stanze del parlamento sabaudo e’ significativo di una rivoluzione tradita e di un’unita’ costruita con troppi compromessi.

Bravissimi tutti gli interpreti, persino coloro che hanno solo poche battute, ma e’ Luigi Lo Cascio ad imporsi, anche grazie al personaggio piu’ complesso dei tanti creati da Martone e De Cataldo.

Lo stile di Martone cerca di mantenersi lontano dall’iperbole viscontiana, scegliendo un tono sommesso, piano – teatrale diremmo – privo di enfasi e melodramma, persino nei tanti momenti forti: anche l’uso delle musiche e’ fedele a questa scelta antiretorica, in un film che vuole essere universale, proprio nella scelta di raccontare tre storie particolari nel grande romanzo della Storia, evitando le sterili polemiche sulla fedelta’ nella ricostruzione e nella caratterizzazione dei padri della patria.

Balada triste de trumpeta **1/2

Accolto alla proiezione ufficiale da un lunghissimo applauso che ha visto partecipe un convinto Quentin Tarantino, il nuovo film di De la Iglesia racconta la storia di due clown che si contendono la medesima donna, in un circo spagnolo negli anni della dittatura franchista.

Il film comincia all’epoca della Guerra Civile, quando il padre del clown triste viene arruolato dai repubblicani ed imprigionato dal regime vincitore.

Il figlio giurera’ vendetta per il padre e si adattera’ nel ruolo del clown con la lacrima. Assunto in un circo tiranneggiato dal violento e geniale clown che ride, si innamorera’ della bellissima trapezista, gia’ fidanzata con la sua spalla comica.

La sfida tra i due sara’ feroce e senza esclusione di colpi in un crescendo parossistico, che include un morso al generale Franco, l’attentato a Carrero Blanco ed un finale hithcockiano su un monumento simile al Ruhmore, sovrastato da un’enorme croce, dove il redde rationem tra i due amanti trovera’ una degna conclusione.

Il film e’ eccessivo, sempre sopra le righe e, con una tecnica gia’ adottata da Tarantino, si appresta a riscrivere la storia, iscrivendo il racconto dei due clow in un preciso quadro di riferimento.

Il risultato non e’ per tutti i palati, ma a De la Iglesia non mancano fantasia sfrenata, ritmo ed invenzioni visive e citazioniste.

Nel quadro di un concorso cosi’ eterogeneo, un posto per il sulfureo regista spagnolo ci puo’ stare.

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15 pensieri riguardo “Venezia 67: settimo giorno”

  1. […] Noi credevamo il grande affresco di Mario Martone sui tradimenti del nostro Risorgimento, si è aggiudicato sette David di Donatello ed è per il miglior film italiano dell’anno. Le altre meritatissime statuette sono quelle per la migliore sceneggiatura (Mario Martone, Giancarlo de Cataldo); migliore direttore della fotografia (Renato Berta); migliore scenografo (Emita Frigato), migliore costumista (Ursula Patzak); migliore truccatore (Vittorio Sodano), migliore acconciatore (Aldo Signoretti). A Martone è sfuggito il premio per la miglire regia, che ,con discutibile scelta, è stato invece assegnato a Daniele Luchetti per La nostra vita. […]

  2. […] Noi credevamo il grande affresco di Mario Martone sui tradimenti del nostro Risorgimento, si è aggiudicato sette David di Donatello ed è per il miglior film italiano dell’anno. Le altre meritatissime statuette sono quelle per la migliore sceneggiatura (Mario Martone, Giancarlo de Cataldo); migliore direttore della fotografia (Renato Berta); migliore scenografo (Emita Frigato), migliore costumista (Ursula Patzak); migliore truccatore (Vittorio Sodano), migliore acconciatore (Aldo Signoretti). A Martone è sfuggito il premio per la miglire regia, che ,con discutibile scelta, è stato invece assegnato a Daniele Luchetti per La nostra vita. […]

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