Venezia 67: ottavo giorno

Sorelle mai di Marco Bellocchio ***

Bellocchio ci regala un piccolo gioiello, girato a Bobbio, per un paio di settimane all’anno, nel corso degli ultimi 10 anni, mettendo in scena le sue sorelle, suo figlio, i suoi attori ed amici, in un film familiare, che vede al centro due fratelli che cercano faticosamente di fare gli attori e si trovano l’estate a ritornare al paese natio.

Frustrazioni, gioie, eredità, fallimenti, rapporti familiari difficili si susseguono in un racconto meravigliosamente felice, spensierato e preoccupato, sempre leggero.

Siamo dalle parti di Checov: passano gli anni, i bambini crescono, le zie invecchiano e pensano alla cappella di famiglia, mentre i nipoti vendono le proprieta’ avite, per continuare la propria vita altrove …

Memorabile l’episodio scolastico, con un surreale eppure realistico consiglio di classe a fine anno, con Alba Rohrwacher, insegnante piena di dubbi.

Bellocchio ha sfruttato l’opportunità di lavorare con i ragazzi di un corso di cinema, con una libertà formidabile e con una freschezza degne di un esordiente.

Il lavoro di dieci anni si compie con il montaggio di questo dolcissimo Sorelle mai, che si chiude con un numero di magia e addio, sulle note magnifiche dell’uomo in frack di Modugno.

Il lavoro di Bellocchio è sempre imprescindibile. Una gioia infinita.

Attenberg di Athina Rachel Tsangari ***

Produttrice del bellissimo Dogtooth, vincitore di Un certain Regard nel 2009, e direttrice del festival di Austin, Tsangari è una delle sorprese più curiose e malinconiche del concorso.

Il film segue il percorso di una ragazza solitaria e introversa, Marina e dei suoi rapporti con il padre, malato terminale, con Bella, un’amica con cui balla curiosamente e scopre le prime pulsioni sessuali, e con un collega di lavoro, a cui si lega nella sua prima relazione sentimentale.

Nel quartetto i rapporti sono sempre a due: le due ragazze, padre e figlia, i due amanti, Bella ed il padre. Non c’e’ spazio per momenti comuni.

Il film è surreale, divertente, curioso della vita e capace di cogliere emozioni e suggestioni di una ragazza che affronta dolori e gioie con straordinaria semplicità.

Potrebbe sembrare anaffettiva, Marina, ma forse sceglie di vivere senza strepiti e melodrammi, attraversando il mare in tempesta della morte e dell’amore, con spirito cartesiano.

Attenberg è un film sinceramente necessario, che respira il profumo dolceamaro della verità.

Il titolo è la contrazione del nome del grande documentarista inglese, dei cui film la protagonista è appassionata.

Dimenticarsene al momento dei premi sarebbe un peccato.

Venus Noire di Abdel Kechiche ***

Kechiche torna a Venezia, dopo il travolgente e amarissimo Cous Cous, con un altro straordinario ritratto di donna ed una riflessione culturale, sociologica e scientifica, che chiama in correita’ anche il mondo dello spettacolo.

Se c’è un fil rouge che lega molti film di questa edizione, da Somewhere a La passione, da Black Swan a I’m still here è proprio una riflessione sulla performance e sulla vita d’artista.

Qui siamo nell’Ottocento: la venere nera del titolo è una giovane ottentotta, Saartjie Sarah Baartman, nativa del sudafrica, che dopo aver lavorato al servizio di una famiglia afrikaner, segue il capofamiglia Caezar in una tournèe europea, come un’attrazione da baraccone. Il fisico particolarissimo, la finzione della savagerie, la gabbia da cui il suo impresario sembra tenerla, sono tutti elementi che fanno presa sul pubblico di Londra e Parigi, eccitando ilsuo immaginario più bieco. 

E’ uno spettacolo degradante, ma pur sempre una messa in scena: Saartjie non è apparentemente schiava e sembra avere un accordo con il suo impresario, il quale subirà un processo a Londra e verrà assolto, proprio grazie alle dichiarazioni della ragazza.

Saartjie vorrebbe fare uno spettacolo diverso, mettendo in mostra le sue qualità musicali, ma Caezar preferisce continuare con la messa in scena del buon selvaggio, incapace di articolare suoni, se non un grugnito primitivo e terrificante.

La giovane sara’ ceduta ad un altro impresario, Reaux, che sfrutterà ancora più biecamente le particolarità fisiche e sessuali di Sarah, fino a condurla alla prostituzione.

Trasferito il numero a Parigi, i medici dell’accademia di Francia si interesseranno alla giovane, cercando di trovare conforto a teorie razziste e frenologiche, ma Saartjie rifiuterà di farsi esaminare come una cavia.

Tra umiliazioni, alcol e malattie, la giovane ottentotta finirà i suoi giorni sola in una stanza dei bassifondi. Una volta cadavere sarà sezionata, analizzata fin nei particolari, ed esposta con un calco di gesso in un museo di Parigi.

Sui titoli di coda, le immagini di repertorio del 2002, quando il Sudafrica e la Francia si accordarono per una tardiva riparazione, restituendo al paese nativo, le spoglie della famosa venere ottentotta.

Il film di Kechiche è durissimo, esplicito, crudele: non ci sono abbellimenti e sconti per lo spettatore, che diviene il vero protagonista della storia, prima mescolato nella folla indistinta degli spettacoli londinesi, poi con i depravati parigini ed infine con i medici dell’Academie.

E’ la centralità dello sguardo che Kechiche riafferma drammaticamente, anche con questo suo ultimo film, il più contemporaneo ed il più audace, visto in concorso.

La discesa nell’abisso della mortificazione e dell’umiliazione ci è mostrato attraverso la ripetizione e la continua rinnovazione delle performances di Saartjie, sempre più estreme e degradanti.

Il pregiudizio comune, la diffidenza verso chi appare diverso, la curiosità morbosa e malsana che spesso accompagna il razzismo strisciante, hanno consentito il prosperare di questi spettacoli ignobili, spesso avvalorati da teorie scientifiche distorte.

Kechiche non risparmia nessuno: istituzioni democratiche, borghesia, comunita’ scientifica, persino gli artisti, caaci solo di ritrarre la giovane, per poi sottrarsi, incapaci di rapportarsi anch’essi ad un essere umano. Laddove si annida il pregiudizio, vi e’ spazio per ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Non c’è umanità negli impresari-carcerieri della ragazza sudafricana, né negli uomini di scienza. Solo un ritrattista sembra guardare alla giovane senza morbosità o interesse.

Non ci sono amicizia, né sentimenti in Venus Noire: c’è solo una progressiva esposizione del corpo.

Un’esposizione sempre più forte, esplicita, definitiva.  Fino a quando le lacrime della giovane, violata davanti a tutti nella sua intimità, faranno cadere il velo: il pubblico non si diverte più, dimenticando ipocritamente, gli sguardi avidi e lussuriosi di poco prima:  Saartjie è sempre più stanca, esausta, fino alla violenza dell’autopsia finale, nella quale il dottor Cuvier sosterrà di non aver mai visto un essere più simile alle scimmie…

In un mondo nel quale l’unica mediazione possibile è quella del denaro, anche la metafora dello spettacolo – voluta o no – non poteva apparire più esplicita e definitiva.

Kechiche, che già aveva messo una furiosa e disperata danza del ventre in Cous Cous, qui costruisce tutto il film sulla performance, che scandisce ogni momento del film.

Yahima Torres, debutta con un ruolo formidabile, fisico e disperato, al quale dona un’umanità silenziosa e fortissima.

Applausi sostenuti alla proiezione stampa: un altro autorevole candidato al Leone d’Oro ed al premio di miglior attrice.

The Town di Ben Affleck **1/2

Solido film di genere, la seconda prova da regista di Ben Affleck, dopo il sorprendente Gone Baby Gone, è ancora ambientato nella comunità di Charlestown, nei sobborghi di Boston, dove la criminalità comune è esperienza quotidiana e orizzonte inevitabile di chi vi nasce.

Il protagonista, Doug, promessa infranta dell’hockey, guida una banda di quattro rapinatori di banche e furgoni portavalori.

Nel colpo di apertura il gruppo sequestra la direttrice della filiale svaligiata, Claire, per poi accorgersi che quest’ultima abita proprio nel quartiere dove i quattro sono cresciuti.

L’FBI dà la caccia ai rapinatori: la banda non può correre il rischio che la direttrice abbia visto qualcosa, che possa aiutare le indagini. Doug allora si incarica di seguirla e finisce per innamorarsene, senza rivelarle i suoi segreti.

Sarà l’agente Frawley dell’FBI ad incastrare Doug e soci ed a svelare alla donna le vere identità del commando, che l’aveva presa in ostaggio.

La situazione precipita nel rapporto tra i protagonisti e dopo un ultimo e sanguinosissimo colpo al Fenwey Park, Doug è costretto alla fuga.

La trama è piuttosto convenzionale e difficilmente si potrebbe giustificare la presenza di The Town a Venezia, sia pure fuori concorso, se Affleck non aggiungesse le consuete notazioni veriste sul milieu bostoniano e non dirigesse un cast prevedibile, ma di primo livello.

Nei panni del protagonista, Affleck appare maturato ed efficace: il volto scavato, lo sguardo basso del perdente, la voce profonda, ne fanno un criminale credibile e a tutto tondo.

Il compare Jeremy Renner rifà il pazzo sconsiderato, che gli era valsa la nomination con The Hurt Locker e John Hamm, il Don Draper di Mad Men, è efficace nei panni dell’agente Frawley.

Come sempre volubile e vulnerabile, Rebecca Hall è Claire.

Presto in sala, buono per un sabato sera spensierato.

20 pensieri riguardo “Venezia 67: ottavo giorno”

  1. […] Pubblicato da Marco Albanese il maggio 15, 2011 · Lascia un commento    Thomas Langmann, produttore de La petite Reine, annuncia che Abdellatif Kechiche adattera’ e dirigerà per loro La Blessure, dal romanzo dello scrittore francese Francois Begaudeau (La Blessure, la vrai). E’ uno degli affari conclusi al Marche’ in questi giorni: La Blessure è la storia di un adolescente che durante le vacanze estive, farà di tutto per perdere la verginità. Il film sara’ ambientato nel 1986. Kechiche potrebbe far seguire a questo adattamento anche un secondo progetto, Police Francaise (dal libro Omerta dans la police), sempre per la stessa casai di produzione, che qui a Cannes ha presentato il bellissimo The Artist. Per chi non lo ricordasse Begaudeau e’ l’autore del romanzo La classe, da cui Laurent Cantet ha tratto il film vincitore della Palma d’Oro nel 2008. L’ultimo film di Kechiche, ancora inedito in Italia, dopo la presentazione veneziana di settembre e’ Venus Noire. […]

  2. […] The town, presentato in concorso a Venezia, confermava la sua capacità di ritrarre un milieu ben conosciuto, quello del South Boston, ripercorrendo il cinema di genere con mano solida e senza cedimenti. […]

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