Marco Bellocchio Leone d’Oro alla Carriera

Marco Mueller chiude il suo glorioso secondo quadriennio alla guida della Mostra del Cinema di Venezia, assegnando al più grande regista italiano in attività, un premio che dire meritato appare riduttivo.

Quando Buongiorno, notte fu scippato del Leone d’Oro nel 2003, da una giuria miope e forse un po’ invidiosa, la Mostra si è purtroppo lasciata sfuggire l’occasione di premiare un capolavoro vero, audace, visionario, libero.

Eppure Bellocchio, dopo l’esordio fulminante de I pugni in Tasca, aveva alternato film più riusciti (La cina è vicina, Sbatti il mostro in prima pagina)  a opere oscure, spesso pesantemente influenzate dalla psicanalisi, comunque irrisolte, marginali.

Poi, come d’un tratto, raggiunta la maturità dei 50 anni, Bellocchio diversamente da molti dei suoi colleghi più celebrati, è come ringiovanito. Il suo cinema ha ripreso forza, da La Balia in avanti non ha sbagliato quasi nulla, inanellando una serie di film coraggiosi, anticonformisti, capaci di affondare le mani nella storia e nel costume italiano con un rigore imprevedibile. L’ora di religione, forse il suo film più importante, poi la ricongnizione del caso Moro, quindi l’attacco al mondo del cinema, che l’ha sempre mal tollerato, con Il regista di matrimoni, quindi ancora l’epocale Vincere ed il piccolo e sorprendente Sorelle mai, presentato proprio a Venezia, l’anno scorso.

Bellocchio a 72 anni sembra un ragazzino, la sua vena creativa non è mai stata così felice: il Leone d’Oro alla carriera finalmente viene a coronare un percorso autoriale, magari non lineare e non privo di qualche caduta, ma tutt’altro che concluso.

Cannes l’aveva già invitato l’anno scorso a tenere l’annuale lezione di cinema, riconoscendo l’unicità della sua visione della famiglia e dei rapporti sociali.

Si sa, i premi alla carriera sono spesso risarcimenti tardivi che arrivano fuori tempo massimo, quando il premiato sembra non aver più nulla da dire.

Questa volta no, la Mostra di Mueller riconosce la grandezza di un autore nel pieno di un percorso formidabile, che speriamo possa continuare ancora a lungo.

Bellocchio si è lamentato pubblicamente qualche mese fa, perchè un suo progetto sull’Italia di oggi, tra veline e politica spettacolo era stato rifiutato da tutti i produttori a cui si era rivolto.

Speriamo che questo premio possa servire per accedere ancora i riflettori sul suo cinema, consentendogli di raccontare con il suo sguardo istintivo, lucido e impietoso le miserie di un paese offeso e depredato, persino della speranza.

Auguri a Bellocchio! Bravo Muller!

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E’ stato attribuito al regista italiano Marco Bellocchio – una delle personalità più influenti del cinema italiano degli ultimi decenni e uno tra i maggiori autori del cinema contemporaneo – il Leone d’oro alla carriera della 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre 2011).

La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Venezia presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra Marco Mueller.

Nella presentazione al Cda della proposta di Leone d’oro alla carriera 2011, il Direttore della Mostra Marco Mueller ha scritto tra l’altro: «Seguire il cinema di Marco Bellocchio ti porta, in ogni suo nuovo film, sempre verso altre destinazioni da quelle che ci sembrava di aver raggiunto e scoperto. Camminatore instancabile, traghettatore di idee, esploratore del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile (e nell’inconscio). E ha così trovato i modi di espressione più vitali e “giusti” – per raccontare l’urgenza di saperi, individuali e collettivi, indeboliti, o svaniti».

A seguire la cerimonia di consegna del Leone d’oro alla 68. Mostra – nella Sala Grande del Palazzo del Cinema – sarà presentata la nuova versione di Nel nome del padre (1971) di Marco Bellocchio: non un restauro, ma una nuova opera inedita e “attuale”, realizzata dal regista a partire dai materiali del film stesso. Un singolare Director’s Cut che – per la prima volta – invece di durare parecchi minuti di più, risulta più corto rispetto alla prima edizione: 90’ per questa nuova versione “redux” di Nel nome del padre, contro i 105’ del film uscito in sala nel 1971.

Marco Bellocchio ha commentato a riguardo: «Non è stata un’idea fissa (niente di persecutorio) eppure in tutti questi anni (quaranta) mi è tornata in mente, a intervalli vari, anche lunghissimi, l’idea, la convinzione che Nel nome del padre non avesse ancora trovato la sua forma definitiva. Ne è la prova il fatto che dopo la prima proiezione pubblica (Festival di New York, 1971) Nel nome del padre è ritornato in moviola altre tre volte, quattro con quest’ultima revisione. Per una necessità (che in passato non vedevo, per paura di essere politicamente ambiguo o soltanto per un difetto di visione di insieme?) di liberare le immagini, nel senso di alleggerirle di quella pesantezza ideologica che le schiacciava, le soffocava… Immaginare liberamente era allora inconcepibile. Per cui tante immagini piene di parole che giudicavano, spiegavano, ripetevano le spiegazioni, citavano, sono cadute. Molta cultura, figlia di quegli anni, magari irrisa, in quest’ultima versione è stata almeno contenuta a favore della storia, dei personaggi, degli affetti più semplici e diretti. Ho tagliato, accorciato, non ho aggiunto nulla. Le “invenzioni” politiche nel film non mancano, assolutamente legittime (basti pensare alla lotta di classe tra servi e preti, del tutto inesistente nella mia esperienza di collegiale), ma forse manca quella passione, esaltazione, fede, cecità che aveva posseduto sinceramente Eisenstein quando faceva i suoi film di propaganda, che però erano e sono dei capolavori… Evidentemente ancora in quegli anni mi sentivo in obbligo di non tradire una sinistra rivoluzionaria in cui avevo brevemente militato… Liberare le immagini è stato privilegiare sempre quanto di lieve, di caldo, di paradossale, di surreale, di crudele anche, senz’essere gratuitamente sadico, di sarcastico, di irridente l’ipocrisia delle istituzioni… Beninteso il film, per quei pochi che si ricorderanno della prima versione italiana (che è poi la seconda versione), non è cambiato nei contenuti o nei significati, non è stato addolcito in alcun modo, non è meno violento, si può dire soltanto che in questa versione definitiva Nel nome del padre fa pensare un po’ meno a Brecht e un po’ di più a Vigo».

Consacrato già al suo film di debutto, I pugni in tasca (1965), come uno degli autori di riferimento del Nuovo Cinema, Marco Bellocchio ha dovuto faticare non poco per “liberarsi” da quel successo inatteso e ingombrante. Vi è riuscito cimentandosi su più fronti: l’eccitazione visionaria di Nel nome del padre (1971), il classicismo di Marcia trionfale (1976), lo psicodramma de Il gabbiano (1977). Per trovare, con Salto nel vuoto (1980), un equilibrio fra tendenza alla grande prosa e tensione verso il cinema di poesia. Questo gli ha consentito, a partire dall’incandescente Diavolo in corpo (1986), di approfondire la propria ricerca di un cinema in presa diretta sulle pulsioni dell’inconscio, sino al formalismo di La condanna (1991) e allo sperimentalismo de Il sogno della farfalla (1994). Con la messa in scena della notte dell’inconscio ne Il principe di Homburg (1977), Bellocchio ha voluto oggettivare (coniugandoli al passato in La balia (1999) e al presente in Buongiorno, notte (2003) e in L’ora di religione, 2002) i temi che per anni l’hanno travagliato e appassionato. Di recente ha trovato anche la voglia di dare vita a esperienze di formazione e di co-realizzazione con dei giovani allievi (il laboratorio “Fare Cinema”, che organizza ogni anno a Bobbio), dalle quali prende origine Sorelle mai, presentato Fuori Concorso alla Mostra 2010.

Il successo internazionale di Vincere (2009) conferma la posizione di Marco Bellocchio, accanto a Bernardo Bertolucci (Leone d’oro del 75. nel 2007) ed Ermanno Olmi (Leone d’oro alla carriera nel 2008), come uno dei tre maggiori cineasti italiani in attività.

Marco Bellocchio è stato più volte protagonista alla Mostra di Venezia, dove ha presentato il suo secondo lungometraggio La Cina è vicina (1967), che ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria. Successivamente ha presentato nel 1975 Matti da slegare in Proposte di nuovi film, quindi nel 1980 il mediometraggio Vacanze in Valtrebbia in Officina Veneziana, e nel 1982 Gli occhi, la bocca in Concorso. Due le partecipazioni negli anni ’90, con il cortometraggio Il sogno della farfalla (1992) e il mediometraggio La religione e la storia (1998). Nel 1997 è stato Presidente della Giuria di Corto Cortissimo, e nel 1999 ha fatto parte della Giuria del Concorso presieduta da Emir Kusturica. Nell’ultimo decennio ha presentato nel 2002 il mediometraggio dedicato a Verdi Addio del passato (Nuovi Territori), nel 2003 in Concorso Buongiorno, notte, che ha ricevuto un premio speciale, e nel 2010, Fuori Concorso, Sorelle mai.

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