Venezia 67: nono giorno

La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo *

Il film di Costanzo puzza. Sì, puzza: puzza di letteratura di terz’ordine, puzza di esistenzialismo vuoto.puzza di una storia ricattatoria e falsissima.

Il lettore ci perdonerà la mancata lettura del best seller di Paolo Giordano, ma questo adattamento cinematografico suona stonatissimo: quello che forse nelle pagine di un romanzo può sembrare plausibile e persino evocativo, in questa storia di fratelli perduti e amicizie mute, appare del tutto inverosimile.

Basterebbe la scena del matrimonio, con la fotografa che arriva a cerimonia finita, con gli sposi che già festeggiano e scatta una sola foto, con una macchina che neppure ha il flash.

O i due amici per la vita, che negli anni 2000, distanti solo qualche centinaio di km, che separano Torino e la Germania, nemmeno si scambiano un numero di cellulare o una mail e quando lei si rimette in contatto con lui, gli invia una lettera di una riga.

Ma il film è pieno di momenti inverosimili, forzati, letterari fino allo sfinimento. Sono magari piccole cose, ma che mettono una distanza incolmabile tra lo spettatore e la storia, rendendo del tutto inutile lo sforzo di Costanzo di ridare fiato ad un racconto depressivo e inelice.

Il regista romano, qui alla sua terza prova, riempie il film di suggestioni da cinema di genere, dalla musica dei Goblin, alla neve ed alla nebbia di La cosa. La scena dell’abbandono delal sorellina da parte di Mattia è angosciante, ma utilizza ancora tutti gli stereotipi di genere: la notte buia, la pioggia battente, il ponte buio, il giardino solitario… 

E neppure questo sarebbe il limite più grave di un film che è pretestuoso e sciagurato fin dall’idea di metterlo in scena. Neppure Giordano però è esente da colpe, se gli riconoscono un credito come co-sceneggiatore.

La storia di Mattia e Alice, incontratisi a scuola, condividendo traumi precedenti, infelicità ed emarginazione è, sullo schermo, veramente insopportabile.

Costanzo si discosta dalla struttura cronologica del romanzo, e sceglie di frammentare il racconto in tre momenti temporali, nel tentativo spiazzare lo spettatore e di ridare al cinema un primato, che un adattamento non può mai avere.

I momenti sono tre: quello dell’infanzia dei due protagonisti, della prima adolescenza, quando si conoscono, e poi dell’età adulta, quando si lasciano perchè Mattia si sposta in Germania per un dottorato.

L’epilogo avviene sette anni dopo e cioè verosimilmente nel 2008, quando un’anoressica Alice richiama a casa un Matteo sovrappeso.

Ed in questa curiosa alterazione dei corpi, sta forse l’unico momento originale ed indovinato di un film che non si giova neppure di un’interpretazione meravigliosa di Isabella Rossellini, nei panni di una madre dolente e senza lacrime.

Il film esce domani in 380 sale con Medusa: lasciate perdere.

Soprattutto se avete amato il romanzo.

Fischi e boati alla proiezione stampa: un’occasione perduta e un film da dimenticare per Costanzo.

13 assassins di Takashi Miike ***1/2

Bellissimo invece il film di Miike, che torna nuovamente alla Mostra presentando l’attesissimo dittico di Zebraman fuori concorso e, in gara, il remake di un film di samurai del 1963, su un gruppo di tredici uomini, incaricati segretamente dal ministro della giustizia di una missione suicida: devono porre fine alla tirannia ed al potere senza controllo del fratello dello shogun, protetto da un esercito di duecento uomini e dall’immunità di stato.

Capace di mutilare le braccia e le gambe ad una ragazza incolpevole e di uccidere due freschi sposi, dopo uno stupro ignobile, il giovane tiranno non si cura di offendere i propri uomini e le altre famiglie nobili.

Dodici samurai e un tredicesimo coraggioso, unitosi al gruppo all’ultimo momento, cercheranno di sfruttare l’astuzia ed il coraggio, per sopperire alla clamorosa inferiorità numerica.

Tenderanno un agguato alle truppe del fratello dello shogun in un villaggio, trasformato in una enorme trappola, piena di insidie ed opportunità.

Miike gira con un’eleganza ed una economia di mezzi che non gli conoscevamo.

Più che un remake di un film degli anni ’60, questo 13 assassins appare proprio un film di quegli anni: non solo per semplicità e punto di vista, ma anche per pudore nel mostrare la violenza e per i volti meravigliosi e antichi dei samurai.

Gli effetti speciali sono ridotti al minimo e si inseriscono nel tessuto narrativo con encomiabile misura. 

Ecco il film asiatico che aspettavamo, capace di coniugare perfettamente riflessione culturale e politica e grande spettacolo universale, grazie al codice d’onore dei samurai.

In un concorso pieno di ottimi film, anche 13 assassins prenota un premio importante: fossimo nei panni di Quentin Tarantino saremmo molto in difficoltà…

Road to nowhere di Monte Hellman *1/2

Tornato al cinema ad oltre vent’anni dall’ultimo Iguana, Hellman avrebbe fatto meglio a godersi la pensione.

Bisognerebbe concordare una moratoria almeno quinquennale sui film nei film. Non se ne può più…

Qui Hellman mette in scena, con un occhio all’ultimo Lynch, un regista che gira un film tratto da una storia vera di due amanti, morti o scomparsi in circostanze misteriose.

L’affaire non è chiaro, c’è di mezzo un’assicurazione ed i confusi piani del film di Hellman fondono senza soluzione di continuità realtà, finzione, rappresentazione e messa in scena.

Il regista sceglie un’attrice praticamente debuttante, se ne innamora e comincia a girare il film in location, anche grazie alle dritte di un consulente ambiguo e di una blogger avvenente.

Poi tutto si incarta e si riavvolte su se stesso più volte. L’attrice muore, uccisa dal consulente: il regista si vendica e finisce in carcere, dove è la blogger a riprenderlo e forse a portare a termine il film.

O forse anche questo è un film nel film.

Poco importa, il guazzabuglio di Hellman serve forse solo a riportare in auge Shannyn Sossamon, bellissimo volto di cinema, troppo dimenticato.

Tutto il resto è noia, come diceva qualcuno…

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