Venezia 67: decimo giorno

Drei / Tre di Tom Tykwer **

Il regista tedesco torna nella madrepatria, dopo i kolossal Profumo e The International, per dirigere una commedia sentimentale nella quale lui e lei, dopo vent’anni di convivenza, senza figli, si  innamorano entrambi dello stesso uomo.

La preda Adam, industriale del ramo farmaceutico e finanziatore di una ricerca sulle cellule staminali, è bello, ricco, disponibile e bisessuale.

Lei, Hanna, giornalista televisiva e componente della consulta etica, lo incontrera’ ad un’audizione dell’organo di controllo e poi a teatro e ad una partita di calcio: il destino si mette in mezzo…

Lui, realizzatore di opere d’arte altrui, ha un incontro molto ravvicinato nei bagni di una piscina.

La situazione precipita, Hanna rimane incinta di due gemelli e la coppia scopre di poter allargare il proprio menage familiare…

Tykwer gioca col fuoco, parla di rapporti a tre, omosessualita’ latente, impotenza, eutanasia, ricerca scientifica, buttando tutto nel calderone allegro della sua commedia sentimentale. 

Qualcuno potra’ storcere il naso di fronte a tanta audacia e superficialita’, ma viviamo tempi confusi, contraddittori, nei quali questi temi fondativi e controversi possono anche venire banalizzati e utilizzati come sfondo ad un moderno pastiche.

Memorabile la battuta sui migliori nazisti. Difficilmente lo vedremo in Italia, senza numerosi tagli…

La versione di Barney di Richard J.Lewis ***

Il romanzo di Mordecai Richler è stato un caso letterario di inizio secolo ed un best seller a sorpresa. La morte prematura del suo autore l’ha poi trasformato in un libro di culto.

L’impresa di trarne un film appariva complessa e diminutiva, con il rischio di banalizzare una storia formidabile ed imprevedibile come la vita.

L’incarico, affidato ad un regista televisivo americano, faceva temere il peggio, così come la scelta dell’improbabile Paul Giamatti nei panni del protagonista Barney Panofsky.

E invece miracolosamente il film funziona: è brillante, commovente e arguto.

Diretto con mano solida e invisibile, su una sceneggiatura di ferro, è interpretato da tutto il cast con evidente divertimento.

Certo siamo di fronte ad un altro Barney, lontano parente del sulfureo narratore del romanzo: le sue tirate anticonformiste e politically uncorrect, il suo risentimento continuo, la sua meravigliosa esuberanza e spacconaggine, sono caratteristiche che si ritrovano a fatica nella voce e nel volto di Giamatti, che ci regala un Panofsky meno arrabbiato col mondo, una simpatica canaglia, che nessun padre vorrebbe far sposare alla propria figlia, ma che si rivela infine un marito formidabile e devoto.

Mentre il romanzo era il racconto di un personaggio fuori dall’ordinario, il film, come nella migliore tradizione americana, diventa una storia d’amore e dedizione, assoluta e commovente.

Il cuore del film sta nel rapporto tra Barney, produttore televisivo canadese, sfacciato e adamantino e la giovane Miriam, conosciuta proprio il giorno del suo secondo matrimonio.

Matrimonio che durerà solo pochi mesi più del primo, celebrato da Barney a Roma, con una giovane hippy, con tendenze suicide.

Meno presente, rispetto al romanzo, è il mistero della scomparsa dell’amico, nelle acque del lago della sua casa di campagna, subito dopo che Barney l’aveva scoperto a letto con la sua seconda moglie.

Il film riesce a mantenere un prezioso equilibrio tra passato e presente, utilizza i flashback con grande misura e gestisce le diverse sotto trame senza mai perdere di vista la storia di Barney e Miriam.

Meraviglioso è il ritratto del padre di Barney, Izzy, ex poliziotto ebreo, sboccato e affettuoso, che lascerà questo mondo tra le luci rosse e le braccia accoglienti di un bordello.

Dustin Hoffman gli regala un lampo della sua passata grandezza e meriterebbe di vedere riconosciuta qui a Venezia e poi anche negli Stati Uniti la sua singolare interpretazione.

Certo questa versione, con gli angoli smussati, del sulfureo Barney Panofsky potrà far storcere il naso a qualcuno, ma, anche se tradisce in parte lo spirito del libro, il film funziona meravigliosamente.

Ed è questa la cosa più importante, quando si affronta una storia che già altri hanno raccontato benissimo: riconquistare un punto di vista originale, scegliere un’angolazione personale.

Non bisogna mai preoccuparsi di manipolare e di rimettere in discussione l’opera originale, per regalare al pubblico qualcosa di diverso: Lewis ci è riuscito alla perfezione.

 

Ed ora, per concludere, due film fuori concorso:

That girl in yellow boots di Anurag Kashyap *

Perchè il cinema indiano è praticamente invisibile nel resto del mondo? Perchè non esce nelle sale e perchè anche ai festival non ha mai ottenuto particolari riconoscimenti?

Eppure l’industria di Bollywood è la più importante del mondo. Possibile che non riesca a produrre nulla di significativo? Perchè è stato ancora una volta un inglese, Danny Boyle, a girare l’unico film indiano conosciuto in tutto il mondo?

Se il prodotto di punta della loro industria è questo That Girl in Yellow Boots, allora tutto ci è chiaro: manca il talento!

Kashyap racconta di una ragazzina inglese a Mumbai, che cerca il padre che non ha mai conosciuto e di cui non conosce nulla, neppure il volto (!?). Per mantenersi, fa massaggi particolari in un centro estetico…

Finirà nei guai a causa di un fidanzato spacciatore e poco di buono.

Film di inquietante banalità, è anche mal diretto e pessimamente interpretato, con tutti gli stereotipi che ci aspetteremmo da un film indiano: fotografia satura all’eccesso, attori sopra le righe, numeri musicali e melò sentimentale.

Un guazzabuglio inguardabile, peggio delle nostre fiction televisive.

News from Nowhere di Paul Morrisey *

Il regista della Factory di Andy Warhol torna alla regia dopo oltre vent’anni.

Anche lui, come Hellman, avrebbe fatto bene a rimanere a riposo.

Con estetica low definition e la consueta non-recitazione dei suoi non attori, Morrisey mette in scena la storia di un immigrato clandestino argentino, che entra in America, alla ricerca di un buon lavoro e di una sistemazione familiare.

Non ha vere necessità economiche, non ha grande voglia di lavorare: si ritrova al servizio di una famiglia disfunzionale che vive grazie ai sussidi.

Il resto non ve lo posso raccontare, perchè dopo oltre un’ora di noia assoluta, una scena di squallida seduzione, che si risolve con una ragazza che vomita addosso al nostro protagonista argentino, mi suggerisce che per questo festival ho visto abbastanza…

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