Venezia 67: i Leoni di Stanze di Cinema

Il festival si chiude domani sera con la consegna dei premi, da parte della giuria capitanata da Quentin Tarantino, nella quale Arnaud Desplechin, Gabriele Salvatores, Guillermo Arriaga e Luca Guadagnino dovranno dare un senso ad un concorso di ottima qualità.

Forse non abbiamo incontrato capolavori o opere straordinariamente innovative, ma rispetto alla mediocre edizione 2009 ed all’ancor più modesto concorso di Cannes, qui si sono visti almeno 5-6 film solidi, che possono legittimamente aspirare al Leone, ed accanto a loro, altri 5-6 titoli degni di nota.

Complessivamente, metà dei 24 titoli in concorso erano indovinati e capaci di trovare una strada anche nelle sale italiane ed internazionali.

Questo è il momento di sbilanciarsi…

Il nostro Leone del cuore va a Post Mortem, l’agghiacciante film di Pablo Larrain sul Cile, alla vigilia dell’attentato a Salvador Allende: la violenza pubblica e quella privata, l’incapacità di opporsi al colpo di stato, la coscienza sepolta assieme al sogno di una passione impossibile.

Con uno dei finali più agghiaccianti della storia della Mostra.

Il Leone d’Argento per la regia lo daremmo volentieri al coraggioso Mario Martone, il cui fluviale racconto del Risorgimento, lascia da parte l’apologia dei grandi della Storia, per concentrarsi sulla rivoluzione tradita di tre ragazzi campani, affiliati alla Giovine Italia.

Il premio della giuria potrebbe essere suddiviso tra il classicissimo 13 assassins, remake d’autore di un film giapponese anni ’60 ed al durissimo Il fosso di Wang Bing, film a sorpresa e pugno allo stomaco, sui campi di lavoro a cui erano costretti i dissidenti del regime di Mao nella Cina degli anni ’60: girato in clandestinità, con pochissimi mezzi, ma di feroce attualità. Sarebbero così premiati gli unici due volti del cinema asiatico, che abbiano oggi un qualche valore: il film di genere, reinventato, ma fedele ad una tradizione cavalleresca antiautoritaria, e quello che evita l’apologia della dittatura morbida dell’attuale governo cinese.

Anche se il curioso ed antidrammatico Attenberg, meriterebbe una menzione…

Il premio per la migliore sceneggiatura lo assegneremmo senz’altro a Silent Souls del russo Fedorchenko, capace di raccontare un mondo e una cultura, attraverso il semplice viaggio di due amici verso la morte.

Per le Coppe Volpi, il premio al miglior attore ci vede in fortissimo imbarazzo: le grandi interpretazioni del festival sono tutte femminili. Allora forse bisognerebbe premiare Paul Giamatti e Dustin Hoffman, coppia perfetta de La versione di Barney. O magari il nostro Luigi Lo Cascio, vero protagonista di Noi credevamo, qualora il film non avesse altri riconoscimenti.

Le interpretazioni femminili da ricordare invece sono tante: da Natalie Portman in Black Swan a Catherine Deneuve in Potiche, dalle due protagoniste di Attenberg a Yahima Torres, Venere Nera nell’omonimo film, da Rinko Kikuchi in Norwegian Wood a Shannyn Sossamon nel pur deludentissimo Road to Nowhere.

Per molte di loro si potrebbe ripiegare sul Premio Mastroianni, che viene assegnato ad un giovane attore di belle speranze…

Questi sono i nostri preferiti. Ora tocca alla Giuria. Domani commenteremo le loro scelte… sperando che un’eccesso di originalità, di riconoscenza o di passione cinefila non spinga Tarantino & co verso opere minori quali Somewhere, Road to nowhere, Balada triste de trompeta, Detective Dee.

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