Sky, Mereghetti ed un venerdì da cinepanettoni

Lo spot che potete vedere qui sotto è quello che pubblicizza la programmazione su Sky della serie dei cosiddetti cinepanettoni, a partire dal 14 settembre su Cinema1 in HD.

Con spirito goliardico si sfottono 4 amici snob che propongono di vedere l’ultimo Kiarostami o uno spettacolo d’avanguardia o di ascoltare la musica di Stockahusen… alla fine la proposta che accontenta tutti è quella del venerdì sera di Sky…

Paolo Mereghetti ha preso spunto da questo episodio e dalle solite polemiche sul cinema italiano, uscito un po’ ammaccato dai premi di Venezia – ma invece molto solido e forte nella considerazione generale, in un festival che gli ha reso finalmente giustizia, in tutte le sezioni e senza steccati protetti – per un pezzo sul Corriere di ieri.

Ecco le sue parole, che riportiamo quasi integralmente:

Forse è solo un caso, una coincidenza fortuita, ma il livore gratuito che si legge in certi attacchi a Marco Bellocchio e il disprezzo grossolano che Sky ha messo in campo per pubblicizzare la programmazione di una serie di cinepanettoni mi sembrano i sintomi di un’unica, inquietante mentalità: il disprezzo qualunquista per una cultura che si vorrebbe all’altezza dei tempi e che quei tempi cerca di interrogare, contrapposta all’esaltazione di un cinema di disimpegno e disinformazione ma che permetterebbe di «rilassarti» e «farti una risata fuori stagione».
È questo il messaggio finale di uno spot in onda in questi giorni. Quattro amici al tavolo di un ristorante discutono come impiegare il venerdì sera: chi propone «l’ultimo film di Kiarostami», chi «Godot al mattatoio», chi deve scegliere tra «una performance tribale e un concerto di musica concreta», salvo poi decidere per un «cinepanettone per tutti». Lo dicono sorridendo ma anche vergognandosi non poco delle proposte precedenti, tipiche, ci viene suggerito, del culturame intellettuale che si riempie la bocca di belle parole (magari in difesa di Bellocchio, viene da aggiungere) e poi non può fare a meno di divertirsi con quel tipo di film, «con le sue allegre scorregge, le sue battute pesanti e gli inevitabili flussi di m… in faccia a De Sica e a Ghini, rutti compresi», come ha sintetizzato uno dei massimi teorici nazionali del genere.

Sul web cominciano a leggersi altri commenti, più o meno seri: qualcuno ha accusato Mereghetti di non avere sense of humor, di essere troppo intransigente davanti ad uno spot, magari non particolarmente riuscito. Altri invece si sono spinti oltre, rivendicando il sacrosanto diritto fantozziano alla rieducazione del gusto sulle curve di Giovannona coscialunga e dei suoi epigoni moderni.

Altri ancora affermano, forse cogliendo nel segno, che per promuovere un prodotto becero, ci voleva uno spot a quel livello.

Noi di Stanze di Cinema invece la pensiamo esattamente come Mereghetti. Non tanto sullo spot in sè, che è in fondo solo la goccia che fa traboccare il vaso, quanto sull’argine che occorre predisporre contro una deriva francamente insopportabile.

Lo abbiamo scritto molte volte ed in ultimo proprio da Venezia, quando la reazione scomposta e volgare alle proiezioni stampa e del pubblico di un film certamente difficile come To the wonder, segnava il trionfo di un atteggiamento superficiale, frettoloso, omologante, anche nella critica e nel pubblico che dovrebbe essere più aperto alle novità ed alla sperimentazione.

Lo stesso atteggiamento di malcelata soddisfazione, per il premio mancato al nuovo film di Marco Bellocchio è disgustoso e ripugnante.

Il regista di Bobbio è un patrimonio nazionale, uno dei pochissimi che ha saputo far seguire ad un esordio folgorante e ad una serie di film coraggiosi e controversi, una maturità ancor più formidabile, che da La balia in avanti ci ha regalato quasi solo capolavori. Certo i suoi film fanno a pugni con la nostra coscienza cattolica e borghese, con il nostro perbenismo, con la nostra educazione conservatrice, con l’ipocrisia delle nostre famiglie e delle nostre chiese. E’ un cinema che mette a disagio, che si interroga e ci interroga.

E invece quello che sembra sempre più identificarsi con l’amore e la passione per il cinema, almeno in Italia, è da un lato il successo del film più inutilmente conservatore – narrazione iperclassica, tema importante, attori in cerca della scena madre, regia invisibile – dall’altro la riscoperta di porcherie nazional-popolari anni ’70 e anni ’80, con un proliferare di scene postate sui social network, tormentoni di ritorno e mitizzazione di onesti caratteristi.

Barbera ha fatto piazza pulita di questo spirito stra-cult, proponendo una Mostra di primissimo livello ed una sezione classici che si è aperta con le memorabili quattro ore de I cancelli del cielo di Cimino e si è chiusa con il Fastaff di Welles.

Questo non vuol dire che non ci fossero opere divertenti e scatenate come Spring Breakers. Ma non basta pescare nella spazzatura, per fare qualcosa di originale. Occorre qualcuno che quella spazzatura la riplasmi, la riutilizzi in forme nuove e personali, come fanno Ico Parisi, per un verso e spesso Quentin Tarantino, per un altro.

E’ vero, la cinefilia, così come l’amore per il teatro di regia o la musica jazz o la classica, ha finito per rintanarsi in nicchie un po’ snob, ma se lo ha fatto è stato per reazione, per difesa, rispetto ad un paese in cui trionfano gli Scanu, le Amoroso e i Carta, il teatro è quello dei comici di Zelig e Checco Zalone è il nuovo maître à penser nazionale…

L’Italia che tutti ricordano e che ha segnato l’immaginario collettivo universale è quella di Modugno e la Callas, Fellini e Visconti, Strehler e Gassman: popolari ed amatissimi, sì, ma capaci di spingere il proprio pubblico a riflettere e non a subire.

Di Boldi, De Sica & co, trionfatori da vent’anni al nostro botteghino, a Chiasso non sanno già nulla.

Noi non abbiamo tentennamenti di sorta: stiamo a fianco di Alberto Barbera e di Paolo Mereghetti. Il lavoro da fare è lungo e poco gratificante: si rischia la presa in giro.

Non fa nulla. Noi ci siamo, per chi continuerà a trovare interessante leggerci.

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