Venezia 2012. I cancelli del cielo

I cancelli del cielo ****

Venezia Classici

Non sono molte le occasioni, in un festival, di trovarsi di fronte ad un evento, ad un capolavoro assoluto, ad un film che scavalca immediatamente qualsiasi discorso critico.

I cancelli del cielo, diretto da Michael Cimino nel 1980 e massacrato dalla United Artists fino a ridurlo dalle originali tre ore e quaranta, sino a poco più di due – determinando contemporaneamente, sia il fallimento della casa di produzione fondata da Chaplin e Griffith, sia la fine prematura della carriera del suo regista – è un’opera-mondo, che sta nella stessa categoria di Novecento o Apocalypse now.

Un film smisurato, dalle ambizioni senza confini, magnificamente diretto e interpretato da quattro attori in stato di grazia: Kris Kristofferson, Christopher Walken, Isabelle Huppert e Jeff Bridges.

Cimino racconta ancora una volta l’America delle piccole comunità, la sfida della frontiera, la lotta di classe tra i potenti latifondisti e contadini ungheresi, arrivati nei grandi spazi del continente alla ricerca del proprio sogno di felicità: un pezzo di terra da coltivare.

Cimino si prende il suo tempo, comincia con il suo protagonista giovane laureato ad Harvard nel 1970, quindi lo trasporta nel Wyoming quasi vent’anni dopo. E’ diventato lo sceriffo di un piccolo villaggio, che l’associazione degli allevatori ha messo sotto tiro. C’è una lista nera di 125 persone ed una taglia su ciascuna di queste. L’esercito resta a guardare, il governatore ed il Presidente sono a fianco del Capitale, come sempre.

Il film, che era stato presentato al Lido in versione integrale nel 1982 e che non si vedeva in versione originale da moltissimi anni, è stato appositamente restaurato dalla Criterion.

Cimino ci riporta così magicamente ad un cinema che non esiste più.

Un cinema di idee e di antieroi, senza effetti e senza maschere, di grande spettacolo e di idee provocatorie e anticonformiste.

Basterebbe la lunga sequenza iniziale con l’arrivo dei laurenandi di corsa alla cerimonia di chiusura dell’anno accademico, che poi prorompe in un valzer, ballato nel cortile sino a sfinirsi, per capire la maestosità del sogno di Cimino.

I cancelli del cielo da molti è considerato come il segno infranto di un’intera generazione, il film maledetto che pose fine drasticamente al periodo aureo della New Hollywood, cominciato con Il laureato, Easy Rider ed i western revisionisti di Penn e Peckinpah.

Indubbiamente il suo epocale insuccesso è legato tanto agli enormi tagli, pretesi in sede di montaggio dalla United Artists, quanto allo spirito iconoclasta e malinconico del suo autore, ormai inesorabilmente fuori luogo nell’America ottimista ed edonista di Ronald Reagan.

A distanza di oltre trent’anni, I cancelli del cielo può essere indubbiamente considerato il capolavoro di Cimino, per molto tempo perduto ed oggi restituito finalmente alla storia del cinema, nel posto che davvero gli compete.

Negli applausi, questa volta davvero infiniti, che hanno accolto il regista al termine della proiezione c’è tutta la commozione e l’amarezza di un risarcimento impossibile e comunque tardivo.

I cancelli del cielo oggi torna a nuova vita. Nulla è andato davvero perduto. Quello che è stato purtroppo mortificato è il talento di un grande regista, una delle voci più forti e sensibili del cinema americano, costretto da allora alla forzata inattività.

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