Venezia 2012. La meraviglia ed i fischi al film di Malick

Cosa pensiamo dell’ultimo film di Terry Malick lo potete leggere nella nostra recensione di ieri pomeriggio.

L’accoglienza riservata al film alla proiezione stampa della mattina, quindi alla prima in Sala Grande appare però significativa di una serie di problemi.

Il fatto che il film sia stato mal digerito da una parte degli addetti ai lavori, che rumorosamente hanno accolto i titoli di coda fischiando, non è una novità. Il cinema di Malick divide ed anche a Cannes, due anni fa, The tree of life fu accolto allo stesso modo.

Allora però Malick veniva da un lungo silenzio, era riuscito a realizzare un progetto che aveva cominciato alla fine degli anni ’70 e la stessa struttura del film si poneva in un certo qual modo come una novità evidente, anche rispetto alla sua ultima produzione.

Il mistero assoluto che circonda le sue opere, avare di qualsiasi forma di promozione trazionale, aumenta la loro attesa, ma spesso finisce per generare equivoci e incomprensioni.

Si poteva comprendere lo spaesamento iniziale, quindi, sulla Croisette. Spaesamento mitigato dal trionfo della prima serale, conclusasi con applausi scroscianti, commozione ed una fugace apparizione del maestro, da sempre ostile ad anteprime, festival e conferenze stampa.

Ora però The tree of life l’abbiamo visto tutti, è stato un discreto successo d’essai, ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo e non ultime tre nominations agli Oscar.

Nonostante il black out informativo, si poteva immaginare che To the wonder, girato da Malick in continuità all’albero della vita, sarebbe stato simile per scelte narrative e stilistiche.

Non riesco pertanto a comprendere come nel pubblico dei critici e degli addetti ai lavori, già dopo le prime immagini si sia diffuso un certo malumore per l’assenza di narrazioni forti e di dialoghi tra i personaggi.

Non conoscevano il cinema di Malick? Non avevano visto The tree of life? Non avevano letto che questo film sarebbe stato ancor più sperimentale? Non avevano letto sul pressbook la presenza di ben 5 montatori, così come avvenuto già per il suo ultimo film?

La delusione spesso nasce da attese mal riposte… ma in questo caso il pubblico dei critici era certamente stato avvertito.

Il film può piacere o meno, ma cominciare subito a sbuffare o ad ironizzare sull’assenza di dialoghi o sulla voce off che accompagna le immagini che senso ha?

Diverso il discorso sulla proiezione pubblica serale. Anche qui Malick ha incontrato sulla sua strada un pubblico rumoroso e in parte superficiale.

Quello che però viene da chiedersi è: se neppure ad un festival del cinema, To the wonder riesce a trovare il suo pubblico, allora qualche problema c’è. Ma in una Sala Grande dove concedono applausi ed ovazioni praticamente a tutti, arrivare a fischiare il nuovo film di uno dei giganti della Settima Arte, è uno sfregio che lascia il segno anche sulla Mostra.

Il cinema di Malick non è mai stato mainstream. La ricerca stilistica e formale, sempre più radicale, i dialoghi rarefatti o assenti, la voce narrante poetica e riflessiva, l’assenza di una traccia narrativa tradizionale, tutto contribuisce a fare dei suoi film un oggetto poco identificabile nel panorama del cinema americano ed internazionale.

Il silenzio degli attori sconvolge, ma tanto da arrivare a fischiarlo? La tolleranza verso forme di narrazione alternative, anti-classiche, ellittiche, che richiedono uno sforzo superiore a quello di una puntata di un serial tv, si è così ridotta?

Perchè il pubblico preferisce assistere all’ennesimo thriller standardizzato, all’ennesima commedia del vissero felici e contenti, all’ennesimo film di supereroi, il cui impianto narrativo è davvero fragilissimo e risaputo, senza mai metterlo in discussione?

Ed oppone invece una resistenza così becera a chi quell’impianto cerca di scardinarlo, anche riuscendoci solo in parte, come per To the wonder?

Il nuovo film di Malick è meno interessante e riuscito di The tree of life, ma forse meriterebbe da parte del pubblico un investimento di fiducia superiore, rispetto a quello che sembra essergli stato riservato, anche qui a Venezia, dove si applaude a scena aperta una telenovela come Fill the void o una commedia ben fatta, ma super-ordinaria ed uguale ad altre 1000, come Love is all you need della Bier.

Cos’è diventato il pubblico dei festival? Una clonazione dei gusti della casalinga di Voghera?

Non è qui che si dovrebbero accogliere e considerare la sperimentazione, l’avanguardia, l’anticonformismo? Il nuovo cinefilo si è trasformato tout-court nel Fantozzi che denigra con “validi argomenti” la Corazzata Potemkin?

Il film di Malick si può criticare da molti punti di vista, ma non lamentandosi che i personaggi non parlano… questo lo percepiscono tutti. Non è un po’ facile?

D’altro canto anche Malick farebbe bene a ripensare la strada che sta percorrendo, perchè con To the wonder sembra già aver raggiunto un punto di non ritorno. Il film è certamente il meno riuscito in una carriera che annoverava sinora solo capolavori.

La sua ricerca inesausta della bellezza e della grazia, attraverso l’amore, qui sembra pericolosamente vicina a diventare semplice video-arte, installazione in cui non c’è inizio e non c’è fine, flusso di immagini che sembrano perdere senso.

La sua produttrice ieri in conferenza stampa ha detto che Malick non legge le critiche. Non ci crede nessuno, ma anche se fosse, in questo caso qualche eccezione dovrebbe farla.

Impegnato in questi nelle riprese di altri due film, Knight of cups e W, vorremmo che evitasse di trasformarli in un secondo ed un terzo To the Wonder. Allora sì che sarebbe preoccupante…

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2 pensieri riguardo “Venezia 2012. La meraviglia ed i fischi al film di Malick”

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