Hunger

Hunger ***1/2

Il primo straordinario film di Steve McQueen è rimasto a lungo nel limbo degli invisibili: presentato a Cannes nel 2008, si era aggiudicato la Camera d’Or come miglior esordio del festival.

Solo il successo scandaloso di Shame, presentato alla Mostra di Venezia a settembre, ha spinto la BIM a ripescare e riproporre in sala il film, che ha segnato l’inizio della fortunata collaborazione tra il regista inglese e Michael Fassbender.

Anche Hunger, come  Shame è un film sul corpo e sul desiderio: ma il sesso e la solitudine non c’entrano nulla.

Siamo nel dicembre del 1980, un secondino del carcere di Maze si prepara ad andare al lavoro, lentamente, ripetendo con metodo tutta una serie di gesti familiari: immerge le mani nell’acqua fredda, fuma una sigaretta, controlla che l’auto sia a posto, scambia qualche battuta con i suoi colleghi.

Quindi entriamo con lui all’interno delle celle, dove sono detenuti i militanti dell’IRA, arrestati, condannati e rinchiusi in prigioni fatiscenti.

Privati dello status e dei privilegi dei detenuti politici dal rude governo della Thatcher, cercano invano di far sentire la loro voce con lo sciopero delle coperte e quello del sapone (blanket & no wash): si rifiutano di vestire le divise dei criminali e rifiutano di lavarsi, trasformando le loro celle in squallide latrine.

Nella prima mezz’ora il film ci rinchiude assieme al giovane Davey Gillen ed al suo compagno di cella. Assistiamo alle visite dei parenti, alle docce forzate, alla messa domenicale, come unico momento in cui i prigionieri riescono a parlare.

Solo a metà film McQueen introduce il suo vero protagonista, Bobby Sands, uno dei capi dell’esercito repubblicano irlandese. Lo vediamo mentre gli tagliano i capelli e la barba a forza, mentre lo immergono in una vasca d’acqua e lo pestano a sangue.

Sands accetta una finta negoziazione, per poi fomentare la rivolta dei suoi e la distruzione delle nuove celle.  Quindi chiede conforto a Padre Dominic e gli comunica la decisione di procedere con uno sciopero della fame ad oltranza e coordinato, finchè il governo inglese non avrà acccettato le loro rivendicazioni.

Bobby Sands metterà in atto lo sciopero assieme ai suoi compagni con determinazione folle, sino alle estreme conseguenze.

Nel frattempo gli uomini dell’IRA si vendicano sui secondini all’esterno, senza mostrare pietà alcuna.

Hunger è un film durissimo, che racconta con rigore e determinazione, una realtà che pochi avevano osato rappresentare con tanta ferocia.

McQueen muove il meno possibile la sua macchina da presa, predilige il piano sequenza e l’inquadratura fissa, che ci obbliga a stare con gli occhi ben aperti sui prigionieri: non si può evadere dalla cella, se non nel ricordo di un’estate felice o nell’immagine accartocciata di una ragazza lontana.

I militanti sono capaci di ridursi a bestie disumane, i secondini sono autori di brutalità e soprusi inenarrabili. Il muro contro muro non prevede alcuna forma di dialogo e di comprensione, nè passi indietro. L’umanità è bandita dal carcere di Maze. Nessuno è più innocente e nessuno può sopravvivere.

Hunger descrive un mondo bloccato, incapace di comunicare, fermo nei suoi principi, fino alle estreme conseguenze. In sottofondo si ascolta un paio di volte la voce sprezzante del primo ministro, che sembra nei fatti autorizzare e sostenere le soluzioni più radicali. Ma la violenza del terrorismo non è meno accecante.

Dopo aver dipinto tanta ferocia e brutalità, per lo più in un silenzio irreale, il film si concedere un cambio di passo, uno scarto formidabile, quando Bobby Sands incontra Padre Dominic: un piano sequenza affascinante e interminabile di oltre venti minuti.

McQueen resta immobile mentre i due pian piano misurano tutta la distanza delle loro posizioni: Sands è convinto di dover sacrificare la propria vita, per affermare i principi in cui crede, perchè anche l’esempio conta; il prete cerca invece di distoglierlo da un’impresa suicida, che solo una mente indebolita dalla violenza della prigione avrebbe potuto partorire. Una mente ormai distante dalla realtà e dalla lucidità che la politica richiede.

Il punto di vista di Padre Dominic è curiosamente utilitaristico, non religioso: massimalismo e riformismo si mescolano alle radici cattoliche, ai ricordi d’infanzia, all’orgoglio nazionalista, al senso di colpa ed all’anelito di libertà. Le posizioni però restano distanti.

E’ come se il film di colpo si fermasse, per cercare di chiarire con la forza delle parole – dopo averci mostrato quella delle immagini – i termini di un conflitto senza fine: sono venti minuti da brivido, in cui la macchina da presa è come rapita dalla potenza del dialogo, concedendosi un solo stacco, nel momento in cui dal totale sui due uomini, inquadrati uno di fronte all’altro, McQueen passa al primo piano di Fassbender.

Dopo ci sarà spazio solo per il martirio: il corpo che si scava giorno dopo giorno, le ferite da decubito, la mente che perde lucidità, i pasti portati via intatti giorno dopo giorno, gli organi che cedono, uno dopo l’altro, l’ottusità di una cella bianca, in cui anche la luce dei neon può essere impossibile da sopportare. L’estremismo politico è come se trovasse la sua manifestazione più chiara in una radicalità tutta fisica ed autodistruttiva.

Fassbender si dona al suo personaggio con una dedizione impressionante, che ha pochi eguali.

Non è estranea alla sofferenza di Sands la metafora cristologica, evidente nelle immagini delle lenzuola impregnate di sangue che sembrano quasi replicare la forza poetica della sindone.

Hunger è un film che fa male, disturba, sconvolge, anche nella sua voluta ambiguità.  McQueen non ci dice nulla delle ragioni dell’IRA, non costruisce una racconto politico lineare: il suo linguaggio è quello delle immagini, che accosta secondo un montaggio del tutto particolare, episodico, che divide il film in tre blocchi distinti e molto differenti per stile e forza narrativa. Il suo sgardo isola momenti singolari: le nocche del secondino, una mosca rimasta intrappolata tra le sbarre, i segni nelle celle, il fumo di una sigaretta improvvisata, con le pagine della Bibbia.

Ed è proprio attraverso le immagini che Hunger mostra da un lato la dissoluzione di ogni diritto e di ogni dignità umana, nella lunga lotta per l’indipendenza, e dall’altro segna tutta la distanza tra la forza ideale delle parole (resistenza, libertà, sciopero) e la manifestazione concreta di quei principi, nella carne e nel sangue degli uomini.

Da non perdere.

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