Mereghetti su C’era una volta in Anatolia

Il film sotto la lente di Paolo Mereghetti, questa settimana, è C’era una volta in Anatolia, del turco Nuri Bilge Ceylan, presentato a Cannes 2011 e premiato con il Grand Prix, in uscita solo ora nelle sale italiane.

Si tratta di un film che richiede pazienza e totale abbandono da parte dello spettatore ai suoi ritmi, ma che sa ripagare della fiducia concessa.

L’inchiesta della polizia locale per scovare il luogo di un omicidio, diventa così un lungo viaggio nel cuore del paese.

“Se si vuole trovare qualcosa, bisogna innanzitutto perdersi” ha dichiarato il regista alla rivista francese Positif, conscio di chiedere allo spettatore nella prima parte di un film (che dura in totale 157 minuti) uno sforzo sicuramente non «titanico» ma certamente inusuale per gli standard di attenzione richiesti solitamente dal cinema preconfezionato e predigerito che va per la maggiore oggi. Ma non si tratta di un giochino intellettuale o, peggio, di una dimostrazione gratuita di «autorialità»: quel lungo girovagare in auto senza un’apparente meta, lungo un percorso che sembra non finire mai, è necessario per far provare agli spettatori le medesime sensazioni dei personaggi, per stabilire un’empatia che per una volta non passa attraverso l’ammirazione o l’identificazione per l’«eroe» (come succede nel cinema che va per la maggiore) ma attraverso la condivisione di uno stato d’animo, di una condizione mentale.

In questo modo, anche attraverso piccole parentesi comiche (come le battute sui problemi prostatici del procuratore, costretto a fermarsi spesso per liberare la vescica) comincia a prendere forma un campionario di umanità che lo spettatore scopre praticamente in contemporanea con la macchina da presa del regista. […]

Ma proprio quando sembra arrivare una possibile «soluzione», il film riserva ancora moltissime sorprese perché il corpo disseppellito è legato secondo il rituale barbarico dell’incaprettamento, perché a questo punto l’autopsia diventa obbligatoria (l’uomo è morto prima o dopo essere seppellito), perché ognuno dei tre «simboli» della legge — il dottore, il procuratore e il commissario — hanno ognuno un segreto o una paura o un’angoscia che non riescono più a tener nascosta…

Non saranno rivelazioni di poco conto. Serviranno a capire davvero (e finalmente) le ragioni dei comportamenti di tutti, anche di chi sarà pronto a infrangere la legge per cancellare non tanto la responsabilità di un delitto ma piuttosto per «salvare» l’immagine di un Paese tutto che sogna di uscire finalmente dal passato.

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