Cannes 2026. Garance – Another Day

Garance – Another Day **

Il quarto film della quasi cinquantenne attrice e regista francese Jeanne Herry, approda al concorso ufficiale di Cannes 79 tra più di qualche perplessità.

Non fosse interpretato da Adele Exarchopoulos, scoperta e lancia dal festival e da Kechiche con La vie d’Adéle, non ci sarebbero altri motivi plausibili.

Garance è una giovane attrice di teatro, che si arrangia come può tra un ingaggio e l’altro, condividendo gli entusiasmi e le delusioni dei suoi trent’anni.

Lascia un fidanzato e poi un altro, cambia casa e amici più volte, lavora come doppiatrice, assiste la sorella più piccola che ha un brutto tumore e poi rimane incinta, fa esperienze omosessuali e infine si innamora di una scenografa di Nantes, che fa la spola con la capitale per lavoro.

Passano gli anni, arriva il Covid, ma soprattutto viene licenziata dalla sua compagnia e perde il lavoro che ama, per un motivo molto semplice in verità: è costantemente intossicata dall’alcol.

Passa di serata in serata, di hangover in hangover, consuma due litri di vino al giorno compulsivamente e questo a poco a poco influisce sulla sua vita personale e professionale. Quasi senza accorgersene, Garance sbaglia teatro, si addormenta sull’autobus, ha attacchi di panico e crisi di astinenza, piange senza motivo davanti a una classe di bambini, perde a una festa una maschera della compagnia. Sembrano piccoli segnali, ma tutti li notano tranne lei.

Neppure la leucemia della sorella – che la prega di disintossicarsi per avere la sicurezza che i suoi figli possano contare almeno sulla zia – sembra cambiare la sua attitudine verso una malattia di cui non si cura.

Il film di Herry comincia brillante e pieno di idee, sembra il ritratto di una giovane ragazza del XXI secolo, tra insicurezze, relazioni instabili, sessualità fluida, impegni intermittenti, una sorta di versione semplificata di La vie d’Adéle, e poi a poco a poco chiarisce il suo vero obiettivo che è quello di mostrare la dipendenza, la sua negazione ostinata e i segnali della sua degenerazione.

Impaginato in modo grazioso, attraverso gli anni con dissolvenze al nero che preludono a lunghe ellissi, diretto con una certa cura, il film rimane tuttavia nell’alveo dell’ordinario.

Interessante ritrovare nel cast, nel ruolo della compagna di Garance, Sara Girardeau vista in italia quasi solo nella serie Le Bureau de Legendes. Le due attrici sono in fondo l’unico argomento notevole di un film semplice semplice, che sembra un’opera prima e che una volta avremmo trovato alla Semaine, non certo in gara per la Palma d’Oro.

Fremaux continua a sperimentare con la pattuglia francese e a scommettere sulle registe donne: qualcosa funzionerà.

 

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