Moulin **
Jean Moulin è il più giovane prefetto di Francia a Chartres negli anni ’30. Quando si rifiuta di sottomettersi alla Repubblica di Vichy nel 1940 viene arrestato e cerca il suicidio tagliandosi la gola.
Sopravvive e viene messo in aspettativa. Entra così nella Resistenza da posizioni di sinistra con il nome di Max. A Londra nel 1941 incontra De Gaulle che gli affida il compito di guidare il fronte ancora diviso ideologicamente di coloro che si oppongono al nazismo.
Ritorna in Francia più volte gettandosi col paracadute, creando il Consiglio Nazionale della Resistenza e presiedendone la prima riunione a Parigi il 27 maggio 1943.
Poco dopo, viaggiando a Lione sotto il falso nome di Jacques Martel e facendosi passare per un decoratore d’interni, viene arrestato nell’ambulatorio del Dott. Dugoujon nel quale avrebbe dovuto presiedere una nuova riunione con i capi della resistenza, dopo l’arresto dell’uomo a cui era stato affidato il comando delle operazioni contro i tedeschi.
Viene internato e trascinato al famigerato Hôtel Terminus, quartier generale di Klaus Barbie, il luogo simbolo delle torture della Gestapo nella città di Lione.
Neanche la contessa de Forez che l’aveva assunto per rinnovare la sua residenza a Lione – ignara del suo ruolo politico – riesce a farlo liberare.
Interrogatorio dopo interrogatorio, tortura dopo tortura, trova la morte a causa delle ferite, mentre viaggia su un treno diretto a Berlino e poi ai campi di concentramento.
László Nemes sceglie proprio Moulin per il suo quarto lungometraggio, dedicando al martire della Resistenza Francese un film lontanissimo dall’epocale Il figlio di Saul.
Se il suo capolavoro era un film che osservava il passato con uno sguardo modernissimo, pudicamente ossequioso al dogma dell’irrappresentabilità dell’Olocausto e assieme capace di evocare le atrocità più disumane isolando le percezioni sensoriali di un testimone, complice dello sterminio, questa volta Nemes usa molto più semplicemente il linguaggio del cinema di quegli anni, tra ombre noir e cliché dei racconti di guerra e spionaggio.
Se non fosse per la fotografia virata seppia in pellicola di Mátyás Erdély, suo storico collaboratore, il nuovo film potrebbe sembrare un’ordinaria biografia per immagini come ce ne sono molte, che cita evidentemente il capolavoro di Melville, L’armata delle ombre, punto di riferimento ineludibile per ogni film francese che voglia raccontare quel periodo storico.
Il film comincia in una notte nera in cui il paracadute chiaro di Moulin segna il suo ritorno in patria, con l’incarico assegnatogli da De Gaulle. Poi prosegue come un classico degli anni ’40, tra spie, cappelli portati di traverso, abiti formali, contesse e dissimulazioni. Il volto di Gilles Lellouche, che sembra uscire da un cinema d’altri tempi, è perfettamente adeguato per l’eroe di questa storia, che si muove sicuro tra gallerie d’arte, galanterie romantiche e stanze segrete in cui nascondersi.
I codici del cinema di guerra più sentimentale sono rispettati senza mai metterli in discussione e almeno sino al momento della cattura.
Da quel momento in avanti Moulin diventa un duello tra il falso decoratore Martel e il vero aguzzino Barbie, mutuando un altro dei topoi più abusati – l’interrogatorio – in cui astuzia, sagacia e sangue freddo sono gli unici elementi che contano. Da Schindler’s List fino all’incipit di Bastardi senza gloria, da Il maratoneta a Il portiere di notte il cinema ha raccontato molte volte questi momenti, anche con grande coraggio e formidabile glaciale intelligenza e sempre col rischio di rendere più affascinante il torturatore della vittima.
Anche questa volta è proprio Klaus Barbie ad avere lo spazio maggiore, non solo perché ad interpretarlo Nemes ha chiamato il sensazionale Lars Eidinger – finalmente in un ruolo degno del suo talento – ma anche perché all’istrionismo dialettico del criminale delle SS l’atro si limita a rispondere con un insistito e necessario silenzio.
La scelta di raccontare del protagonista solo i giorni della cattura e della prigionia, schiaccia il suo ritratto nel ruolo della vittima, senza lasciargli molto su cui lavorare.
L’effetto è paradossale: in film che si chiama Moulin ed è dedicato ad un eroe della resistenza, il personaggio più interessante è proprio il suo aguzzino, che anche dopo la guerra ha avuto una lunga storia personale incredibile e controversa, chiusasi solo nel 1987 con il processo celebrato proprio a Lione.
Il destino di Moulin invece è chiaro sin dal momento dell’arresto. La tensione non monta mai, il gioco tra i due interpreti rimane noioso e prevedibile, le torture accadono sempre fuori campo. Anche in quello il film è timido, pudico: forse per mancanza di coraggio?
Sceglie l’ovvio quando i prigionieri cantano la Marsigliese prima di una fucilazione, spinge l’acceleratore della violenza psicologica nel balletto forzato di Moulin con la contessa, mostra il corpo martoriato quasi solo attraverso il compagno di cella del prefetto.
Nemes decide di non raccontare nulla degli altri resistenti, di chi ha tradito Moulin, di chi era con lui e assieme a lui anche nella fine. Il film è reticente anche rispetto alla dimensione politica e storica, forse per non cadere nella retorica patriottica, ma così quello che ottiene è un film chiuso su stesso, asfittico.
E’ l’effetto perverso di un film modesto, illustrativo, che Nemes ha impaginato senza una sola idea di cinema originale, limitandosi a inseguire la maniera nel modo interessante possibile, sprecando il lavoro dei suoi attori, una grande storia di guerra e i suoi più sinistri risvolti geopolitici.
Si è accontentato di fare quel compitino forse richiestogli dalla committenza francese. Tuttavia dopo il modesto Orphan presentato a Venezia, il già dimenticato Sunset e questo asfittico Moulin c’è da chiedersi se l’entusiasmo per il suo brillantissimo esordio troverà davvero conferme.
Le idee, dopo soli quattro film, sembrano già essere finite.
