Cannes 2018. Donbass

Donbass ***1/2

In the Donbass, a region of Eastern Ukraine, a hybrid war takes place, involving an open armed conflict alongside killings and robberies on a mass scale perpetrated by separatist gangs. 
In the Donbass, war is called peace, propaganda is uttered as truth and hatred is declared to be love. 
A journey through the Donbass unfolds as a chain of curious adventures, where the grotesque and drama are as intertwined as life and death. 
This is not a tale of one region, one country or one political system. It is about a world, lost in post-truth and fake identities. It is about each and every one of us.

Per cominciare a comprendere Donbass, il nuovo film di Sergei Loznitsa, uno dei maggiori talenti del cinema europeo, occorre soffermarsi brevemente su quello che è accaduto nel Bacino del Donec, nel corso della primavera del 2014.

Il 6 aprile infatti alcuni manifestanti filo-russi appoggiati da milizie armate, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, proclamando l’indipendenza prima di due repubbliche popolari separate, quella di Donetsk e quella di Luhansk, poche settimane dopo federate, attraverso un referendum, nello Stato della Nuova Russia. Lo Stato Ucraino, pur riconoscendo la federazione, considera tuttavia i gruppi al potere come organizzazioni terroristiche.

Il film di Loznitsa, come ha spiegato lo stesso regista, aprendo la sezione Un certain regard è stato immaginando vedendo su youtube i filmati girati dagli stessi abitanti del Donbass, in quei giorni confusi e nelle settimane successive.

Il film cerca di ricostruire, attraverso la mediazione del cinema, e di dare forma narrativa, all’incubo kafkiano in cui l’Ucraina è precipitata nell’indifferenza e nell’impotenza europea.

Loznitsa è regista capace di esplorare i generi e di interrogare la Storia e il presente, con la stessa illuminante radicalità.

Donbass assomiglia certamente a My Joy, il suo esordio narrativo, presentato a Cannes otto anni fa: in entrambi c’è il ritratto di un mondo alla deriva, caotico, violento, che ha perso qualsiasi coordinata morale.

Il film si apre e si chiude in un trailer di quelli usati per il trucco durante le riprese di un film. La prima volta le comparse vengono coinvolte sul set di un attentato terroristico, la seconda volta diventano invece, loro malgrado, le vittime di una strage, subito trasformata nella sua messa in scena, a beneficio della propaganda di un regime opaco, sfuggente, che parla alla pancia del paese e asseconda i suoi peggiori istinti, giocando con le sue paure.

La circolarità del film si accompagna ad un andamento rapsodico, che segue la fluidità della macchina da presa di Loznitsa e il suo tentativo di raccontare con toni diversi la natura violenta e surreale della rivolta. Il film è infuso di humor nero e di uno spirito caustico, così tipicamente slavi, da apparire subito, come le lenti ideali, per raccontare questa tragedia caotica, con i toni della farsa.

Donbass ci mostra una giornalista che rovescia un secchio di escrementi sulla testa di un politico locale, quindi un lunghissimo piano sequenza accompagna i rifugiati, al buio, in una sorta di enorme bunker labirintico, umido e affolato.

Loznitsa si insinua nelle scene da un matrimonio pacchiano e surreale, poi mostra l’intervista di un giornalista tedesco agli insorti, appoggiati evidentemente da milizie russe, partecipa dell’incubo che segue la requisizione di un pickup, poi mostra il linciaggio pubblico di un presunto traditore e le bombe che esplodono, del tutto casualmente, sulla popolazione civile.

Nel caos regnano gli insorti, approfittando della debolezza della struttura democratica, dell’insoddisfazione comune che si trasforma in odio, della minaccia della burocrazia politica e militare.

Aiutato ancora una volta dal direttore della fotografia rumeno, Oleg Mutu, Loznitsa sembra con Donbass raccogliere il frutto di tutti i suoi lavori precedenti, sia quelli documentari che quelli narrativi, costretto dall’urgenza della Storia a fare i conti con i suoi incubi peggiori. Come sempre il suo racconto vive delle suggestioni del paesaggio, anche a scapito della centralità dei caratteri, preferendo restituire le atmosfere impalpabili, i suoni e i colori del mondo che riscostruisce.

Il minimalismo rigoroso e morale dei suoi documentari e l’eleganza formale delle sue opere di finzione si fondono, dando vita al suo film più accessibile ed al contempo necessario, summa della sua poetica antimilitarista e antiautoritaria, viaggio allucinato e amarissimo in un paese che ha perso ogni umanità.

Loznitsa ha terminato le riprese solo sei settimane fa ed ha cercato in ogni modo di essere a Cannes, anche rinunciando al concorso ed accontentandosi di aprire Un certain regard, per raccontare al mondo, sul suo palcoscenico più grande, il senso di una tragedia amarissima e già dimenticata.

Necessario.

CREDITS

Sergei LOZNITSA – Director

Sergei LOZNITSA – Script / Dialogue

Oleg MUTU – Director of Photography

Kirill SHUVALOV – Set decorator

Danielius KOKANAUSKIS – Film Editor

Vladimir GOLOVNITSKI – Sound

CASTING

Valeriu ANDRIUTA – Commander

Thorsten MERTEN – German

Boris KAMORZIN – Man in raincoat / Mikhalych

Irina PLESNYAEVA – Pretty woman

Sergei KOLESOV – Bekha

Svetlana KOLESOVA – Guyrza

Georgi DELIEV – Batyanya

Natalja BUZKO – Woman in Red

Konstantin ITUNIN – Guy in white shirt

Yevgeny CHISTYAKOV – Guy with skull

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...