Cannes 2018. Yomeddine

Yomeddine *1/2

Beshay – a man cured of leprosy – has never left the leper colony in the Egyptian desert where he has lived since childhood. Following the death of his wife, he finally decides to go in search of his roots. With his meagre possessions strapped to a donkey cart, he sets out. Quickly joined by Obama, the Nubian orphan he has taken under his wings, Beshay will cross Egypt and confront the world with all its sorrows, its hardships and moments of grace, in his quest for a family, a place to belong, a little humanity…

Il trentaduenne A.B.Shawky, egiziano per parte di padre e austriaco per parte di madre, studente della NYU Tisch, debutta direttamente in concorso a Cannes con un film che è un concentrato di terzomondismo buonista, patetico e pietista, che punta allo stomaco dello spettatore e non lo molla un attimo per 97 infiniti minuti.

Il protagonista è Beshay, abbandonato da bambino al lebrosario del Cairo dalla sua famiglia. Passati oltre trent’anni, nessuno è mai venuto a trovarlo. Sfigurato in volto e nelle mani, Beshay non è mai sostanzialmente uscito dal lebrosario, anche dopo che la sua malatti aha smesso di essere contagiosa.

Il pregiudizio comune è difficile da vincere ed ha finito per plasmare anche la sua identità. Vive assieme agli altri nella vecchia struttura, di giorni raccoglie rifiuti. Quando la moglie, malata di mente, improvvisamente muore, Beshay decide di mettersi in viaggio sul suo carretto trainato da un mulo, per andare a sud e riallacciare il filo spezzato con la sua famiglia.

Lo accompagna Obama, un piccolo orfano, che è il suo unico vero amico al mondo.

Ovviamente i due vengono derubati, vilipesi, feriti, improgionati, spogliati di tutto. Il carro si rompe e il mulo muore. In un mondo dipinto tutto con un solo colore, Beshay e Obama trovano solidarietà in un gruppo di freaks: un ex camionista rimasto senza gambe e un nano, che si occupano di loro nel momento più difficile e li aiutano a raggiungere la loro meta.

Afflitto da una colonna sonora molesta, che interviene come peggio non potrebbe a sottolineare – come se ce ne fosse bisogno – i momenti più sentimentali del film e le sue svolte narrative, Yomeddine, ovvero il giorno del giudizio, in cui tutti gli uomini torneranno uguali, è un disastro che avrebbe dovuto trovare posto, generosamente, ad Un certain regard.

Non si capisce per quale motivo invece si trovi in concorso, avendo limiti di scrittura evidentissimi e una regia del tutto acerba, che, come detto, non ci risparmia colpi bassi a ripetizione, mettendo i suoi personaggi sempre nella condizione più difficile e perpetuando quella ingenuità tipica del cinema africano, che tuttavia da un laureato della NYU non ci aspetteremmo davvero.

Se paragoniamo il lavoro di Shawky a quello di un compagno di corso, il nostro straordinario Jonas Carpignano, la distanza tra i due è veramente abissale.

Il cinema è sempre una questione di sguardo sul mondo. E quando si pretende di offrire uno specchio alla realtà, allora il cinema non può non essere morale, onesto con i suoi personaggi e con il pubblico a cui si rivolge. Yomeddine è invece un pasticcio moralista e ricattatorio, buono per le anime candide con il fazzoletto sempre pronto in mano.

Peccato che a cascarci sia, ancora una volta il Festival di Cannes, che la lezione di Bazin e di Rivette dovrebbe conoscerla bene, ma che sembra ormai contagiato dal virus quello sì contagioso, del politically correct, capace di sterminare ogni visione etica del mondo, in nome di un conformismo rassicurante e di facciata.

CREDITS

A.B. SHAWKY – Director

A.B. SHAWKY – Script / Dialogue

Federico CESCA – Director of Photography

Erin GREENWELL – Film Editor

Omar FADEL – Music

Sherif ZEIN – Sound

Laura MOSS – Set decorator

CASTING

Rady GAMAL – Beshay

Ahmed ABDELHAFIZ – Obama

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